Straordinario Concerto, diretto da Antonio Pappano, nella Giornata della Memoria

All’Auditorium Parco della Musica, due Requiem (Mozart e Alban Berg) a confronto, così simili ma così diversi
F. S. - 28 Gennaio 2019

“…L’affermazione che i capolavori della musica moderna siano più cerebrali e si raffigurino con minore pregnanza di quelli della musica tradizionale, è una pura proiezione della incapacità d’intendere: persino in fatto di ricchezza timbrica Schoenberg e Berg seppero superare – sempre che la necessità lo richiedesse come nel complesso da camera del Pierrot o nell’orchestra della Lulu – le orge sonore degli impressionisti”

(T. W. Adorno, da Filosofia della musica moderna).

Lunghissimi e entusiastici applausi hanno salutato l’esibizione dell’orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, questa sera (27 gennaio 2019), all’Auditorium Parco della Musica, nel concerto che il direttore Antonio Pappano ha voluto dedicare, non senza motivo dato il contenuto dei due pezzi in programma, alla celebrazione della Giornata della Memoria 2019.

Il primo dei due, il Concerto per violino e orchestra dal titolo “Alla memoria di un angelo” (Dem Andenken eines Engels), fu scritto dall’autore, l’austriaco Alban Berg, allievo di Arnold Schoenberg, nel 1935, con dedica a Manon Gropius, figlia di Alma Mahler (vedova di Gustav Mahler) e del suo secondo marito, l’architetto Walter Gropius, celebre fondatore e direttore del Bauhaus. Ma non era morta di poliomelite proprio in quell’anno, precisamente il 22 aprile, ad appena 18 anni.
La composizione fu terminata da Berg il 15 luglio ed eseguita postuma, per la prima volta, il 19 marzo 1936 a Barcellona, essendo morto l’autore, improvvisamente, il 24 dicembre in una Vienna che, appena 27 mesi dopo (marzo 1938), avrebbe accolto trionfalmente Adolf Hitler, decretando così, senza colpo ferire, lo sciagurato Anschluss dell’Austria al Terzo Reich. Ma la situazione degli ebrei, come Schoenberg e Berg, tanto in Germania quanto in Austria, era già a tremendamente a rischio da molti anni, da quando cioè erano nate e si erano diffuse, nei due paesi, le SS e le SA nazionalsocialiste, con conseguente vertiginoso aumento della violenza politica e della propaganda razzista contro tutto ciò che avesse anche un lontano e tenue legame con le comunità e la cultura ebraiche. Che Berg scrivesse, nel 1935, un concerto per violino e orchestra (in realtà un vero e proprio Requiem) dedicandolo alla giovanissima Manon, figlia di un perseguitato dal nazionalsocialismo e costretto a trasferirsi a Londra, e probabilmente perché presago della propria fine imminente, ci fornisce una ben precisa chiave di lettura dell’opera stessa; a ciò si deve aggiungere anche la tecnica compositiva (dodecafonia) inventata dal suo maestro Schoenberg, una tecnica “atonale” (la musica della “dissonanza”, secondo la definizione del filosofo e musicologo Adorno) che, volutamente, rompe con la tradizione “tonale” che si era affermata e consolidata a partire dal Cinquecento e che aveva celebrato i suoi maggiori trionfi nel Settecento, con l’invenzione e la diffusione e del melodramma e della sinfonia.

Il Concerto per violino e orchestra di Berg, così come l’abbiamo ascoltato questa sera nell’esecuzione dell’orchestra diretta da Pappano, nonché del violinista israeliano Gil Shaham, risulta di difficile, doloroso e impegnativo ascolto ma – nello stesso tempo e in apparente contraddizione – causa di struggente e malinconica commozione; qualcosa che penetra nelle più oscure profondità dell’ascoltatore, procurandogli incertezza, senso di spaesamento, angoscia.

Berg riesce a dimostrare, con questo Concerto/Requiem, come la musica non sia affatto impermeabile di fronte al mutato e sconvolgente “spirito del tempo”, come anzi essa sappia, più della filosofia e della scienza, interpretare (grazie al rifiuto della “tonalità” e all’impiego delle dissonanze dodecafoniche) l’incombente tragedia che è in procinto di abbattersi sull’umanità, una tragedia che nessuna armonia, forma, proporzione, simmetria, tipiche dei tradizionali generi musicali, potrebbe ormai esorcizzare o tentare di nascondere.

Parafrasando un verso di Hoelderlin (dall’Inno Patmos: “A che servono i musicisti, nel tempo della privazione e dell’orrore?”), il Concerto per violino e orchestra di Alban Berg, in virtù delle sue novità stilistiche, si presenta come esempio magistrale dell’unica possibile forma musicale nell’epoca insanguinata dei campi di sterminio e della Shoah.

Di tutt’altro tenore il bellissimo, drammaticissimo, entusiasmante e universalmente noto Requiem di Mozart, reso con impareggiabile maestria dall’orchestra e dal coro di Santa Cecilia, nonché dalle quattro voci soliste mirabilmente dispiegate per l’occasione.

L’unica nota che collega l’opera di Mozart al concerto di Berg è costituita dalla curiosa coincidenza che entrambe rappresentano le ultime opere (nel caso di Mozart anche incompiuta) dei due autori, ed entrambe di postuma prima esecuzione.
Il fatto, poi, che entrambi siano morti a Vienna, è un dettaglio del tutto insignificante.

Il Requiem (1791) di Mozart, sul contenuto e sull’incomparabile valore del quale non voglio affatto soffermarmi, costituisce, nonostante abbia per tema il compianto per la morte e l’invocazione della Lux Aeterna per i defunti, una manifestazione di fiducia e di speranza (ma oserei dire perfino di certezza) nel futuro progressivo destino dell’umanità; nella sua mirabile architettura compositiva si esprime la visione – tipica dell’illuminista Mozart – di un genere umano riscattato dalla scienza e dalla diffusione dei lumi della ragione, un genere umano non più prigioniero delle tenebre e delle superstizioni medievali.
A mio avviso, il Requiem non è altro che la naturale conclusione, o per meglio dire: la “postilla conclusiva non scientifica” de Il flauto magico, l’opera nella quale si narra prima la contesa e poi la successiva vittoria del mago Sarastro (personificazione della scienza) sulla Regina della notte (cioè la Chiesa, quella della Santa inquisizione e della caccia alle streghe). E’ a causa di ciò che la musica del Requiem ci riconcilia, almeno finché dura l’ascolto, con la nostra anima e con il mondo; una musica che, pur nella sua drammaticità, ha il potere di rasserenarci, indicandoci un mondo dove regna l’armonia e la pace perpetua (la Lux Aeterna della Communio, ultima parte corale dell’opera). A proposito: tre anni dopo la composizione del Requiem da parte dell’illuminista Mozart, un altro illuminista, Immanuel Kant, avrebbe scritto un piccolo ma significativo saggio dal titolo Progetto per la pace perpetua. Una coincidenza? Forse.

 

F. S.


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  1. GIAN PIERO MILANETTI


    Recensione straordinaria per acume e competenza musicale, storica e filosofica.

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