

Il dirigente romano, 67 anni, trionfa all'assemblea federale e raccoglie la sfida più difficile: rilanciare il movimento dopo il dramma di tre Mondiali falliti
Sarà Giovanni Malagò a guidare il calcio italiano fuori dal suo periodo più buio. Il dirigente romano, 67 anni, è stato eletto presidente della FIGC (Federazione Italiana Giuoco Calcio) con una maggioranza schiacciante, incassando oltre il 68% delle preferenze dell’assemblea elettiva.
Una vittoria netta che lo proietta sulla poltrona più rovente dello sport italiano, rimasta scoperta in uno dei momenti di massima crisi della storia recente della Nazionale, reduce dall’umiliazione storica di ben tre mancate qualificazioni consecutive alla fase finale della Coppa del Mondo.
Per Malagò si tratta di un cambio di scenario radicale. Dopo tredici anni trascorsi al comando del Coni, il manager romano scende nell’arena del calcio per tentare una complessa operazione di rifondazione strutturale e sportiva.
Romano verace, cresciuto nei quartieri bene della Capitale all’interno di una famiglia da sempre legata al tessuto economico e sportivo della città, Malagò non ha mai fatto mistero della sua profonda fede calcistica per la Roma. Un’appartenenza viscerale che ha voluto rivendicare con orgoglio subito dopo la proclamazione:
«Non c’è nulla di peggio di chi rinnega il proprio passato per convenienza istituzionale. Al Coni ho dimostrato per più di un decennio la mia totale terzietà ed equità verso tutti i club e tutti gli sport, ma non cancellerò mai la mia storia e la mia passione personale».
Prima di diventare il “politico dello sport” per eccellenza – guidando lo storico Circolo Canottieri Aniene, la Virtus Roma di basket e infine entrando nel CIO (Comitato Olimpico Internazionale) – Malagò è stato un atleta di razza, proprio con il pallone tra i piedi.
È stato infatti una colonna del calcio a cinque italiano, conquistando tre scudetti e quattro Coppe Italia con la maglia della leggendaria Roma RCB e arrivando a indossare la maglia della Nazionale azzurra ai Mondiali di futsal del 1986 in Brasile.

L’elezione ai vertici di via Allegri produce un terremoto geopolitico che si riflette immediatamente anche sui palazzi della politica romana. Negli ultimi mesi, infatti, il nome di Malagò era rimbalzato al centro del dibattito cittadino: diversi partiti del centrodestra lo stavano corteggiando in modo insistente, individuando nel suo profilo manageriale e trasversale l’identikit perfetto del candidato sindaco ideale per sfidare l’amministrazione uscente alle prossime elezioni comunali.
Il neopresidente non aveva mai chiuso del tutto la porta a un impegno per la sua città, pur subordinando ogni scelta al completamento dei suoi mandati sportivi (in primis la presidenza dei Giochi Invernali di Milano-Cortina 2026).
Con il plebiscito ottenuto in FIGC, però, l’orizzonte del Campidoglio si allontana definitivamente. La crisi del calcio italiano richiederà un impegno totalizzante.
Per gli osservatori romani, la presidenza della FIGC rappresenta per Malagò anche una clamorosa rivincita personale. La sua più grande battaglia politica – e la sua più dolorosa ferita istituzionale – era stata infatti la corsa per portare i Giochi Olimpici del 2024 a Roma.
Un progetto internazionale titanico su cui il manager aveva investito tutta la propria credibilità e che venne bruscamente affossato dal ritiro del sostegno da parte della giunta comunale all’epoca guidata da Virginia Raggi.
Uno stop che Malagò ha continuato a definire, anche di recente, «un errore storico e imperdonabile che ha privato Roma di miliardi di investimenti infrastrutturali». Ora, l’orizzonte si sposta dagli stadi olimpici a quelli della Serie A.
L’agenda di Malagò è già fittissima: riforma dei vivai, introduzione di tetti di spesa per salvare i bilanci dei club, ammodernamento degli stadi fatiscenti e la ricostruzione dell’identità della Nazionale azzurra. Una sfida titanica per l’uomo che ha promesso di riportare l’Italia del calcio sul tetto del mondo.
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