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La villeggiatura degli anni ’20 a Rocca di Papa

La villeggiatura dei Romani a Rocca di Papa cominciava ai primi di luglio e terminava più o meno a metà settembre, quando a Roma era sbollita la calura.

All’inizio dell’estate riaprivano le finestre le signorili palazzine e i villini dei viali Silvio Spaventa e Cesare Battisti, nella parte più moderna del paese, di cui erano proprietari alcuni nobili romani, notai, magistrati, alti funzionari dello stato. Nei giardini comunali le siepi di mortella erano tosate a dovere e la ghiaia pettinata, quattro, cinque carrozze lustre erano in bella mostra lungo un lato di piazza Regina Margherita- oggi della Repubblica – e una decina fra somari e somarelli, con vicino i rispettivi proprietari vestiti alla buona, aspettavano i clienti dietro una staccionata in un praticello in declivio, oggi stazione degli autobus. Nella parte più alta del paese, il quartiere medievale, le case antiche affittate per la stagione estiva a famiglie della piccola borghesia erano state ripulite a fondo e messe il perfetto ordine.

Tutto era pronto in attesa dei tanti villeggianti, o meglio dei signori come venivano comunemente denominati, o da alcuni pure culi bianchi.

E i signori sciamavano per le strade e per i vicoli con gli abiti alla moda e il passo svagato della vacanza, impadronendosi in particolare dei giardini e dei viali contigui a piazza Regina Margherita, sulla quale si affacciavano alberghi, trattorie, caffè e l’ esclusivo Circolo dei villeggianti.

Durante le vacanze i signori non avevano che da consumare placidamente gli stessi riti che si ripetevano quasi invariabilmente da un’ estate all’altra: le passeggiate in carrozza al santuario della Madonna del Tufo ( la strada detta allora dai paesani Via Nova, finché non fu asfaltata, veniva bagnata una volta al giorno con l’ acqua di una grossa botte trasportata da un carretto ), le escursioni a piedi alla sorgente dell’ acqua del Pantanello, al belvedere di Palazzola, a Monte Cavo e la sera, al Circolo, le partite a carte, a biliardo, e i balli al suono di un grammofono a manovella e le tante chiacchiere.

Pochissimi i Rocchigiani che avevano libero accesso al Circolo. I rari privilegiati erano i membri delle poche famiglie benestanti o qualche giovane che aveva terminato gli studi superiori. La civiltà cittadina e quella paesana non s’ integravano, anzi: restavano estranee e distanti. Anche nello spazio pubblico quasi si fronteggiavano. I villeggianti passeggiavano, s’ incontravano soprattutto nella zona più pianeggiante e moderna del paese, mentre contadini, braccianti, boscaioli, muratori preferivano restare nella più panoramica piazza Garibaldi, più nota ancora oggi come Piazza dell’ erbe. Raramente si mescolavano ai signori, per timidezza, per orgoglio.

Il rapporto più consueto finiva per essere quello di lavoro: molte giovani rocchigiane andavano ad attingere acqua alle fontane per le famiglie dei villeggianti, a lavare i panni al lavatoio o facevano le pulizie nelle loro case. E qualche giovanotto rocchigiano tentava di fare una rustica corte alle serve forestiere.

Il rispetto verso gli ospiti, pur mantenendo i Rocchigiani un’ innata fierezza, era sempre manifesto e sincero. Con qualche eccezione: le erbivendole in piazza del mercato aumentavano i prezzi alle signore forestiere e i proprietari dei somarelli palpavano le signore con la scusa di aiutarle a salire o a restare in sella e poi la sera ne facevano grassi resoconti all’osteria. (Solitamente, cavalcando gli asini, signori e signore – le donne issate all’amazzone- si recavano a Monte Cavo, con i proprietari degli animali che li scortavano a piedi. Le gite con gli asini erano dette somarate).

Infine, quando con il ritornato fresco settembrino il paese si svuotava e per le strade, che sembravano stranamente solitarie, s’ incontravano solo volti conosciuti, i Rocchigiani si godevano con sollievo e qualche lira in tasca il paese ritornato tranquillo. E respiravano a pieni polmoni la loro aria.

Dal 1921 un avvenimento sportivo, la corsa automobilistica Vermicino–Rocca di Papa, finì per segnare il termine ultimo della villeggiatura, almeno per i signori dell’ alta borghesia che si trattenevano per non perdere questa opportunità di divertimento e di incontri mondani.

In quella sola occasione la passione sportiva accomunava signori e paesani che si assiepavano gomito a gomito e gridavano entusiasti all’unisono, dimenticando le differenze sociali. Ragazzi rocchigiani e ragazzi forestieri si arrampicavano insieme sugli alberi lungo la stretta curva detta “ di Riccardino “. Avrebbero voluto avere cento occhi per non perdere una mossa dei loro beniamini, gli eroi del momento: Masetti, Borzacchini, Materassi…

Terminata la corsa, dopo che un’ elegante signora aveva consegnato la rituale coppa al vincitore, i villeggianti pensavano alla partenza. Le palazzine e i villini chiudevano i battenti e, con i cancelli e le persiane serrate, s’ immalinconivano fino all’estate successiva.

 

*Maria Pia Santangeli, è autrice tra gli altri, del libro Rocca di Papa al tempo della crespigna e dei sugamèle, Roma, Edilazio,1° ristampa, 2003

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