

Il primo caso di genomi virali interi progettati da un modello generativo e poi realizzati in laboratorio
Su science.org il sito ufficiale della famiglia di riviste Science, pubblicato dall’American Association for the Advancement of Science (AAAS), è stato riportato il primo caso di genomi virali interi progettati da un modello generativo e poi realizzati in laboratorio.
I virus attaccano soltanto i batteri e potrebbero servire contro le infezioni resistenti agli antibiotici. Ma il vero nodo non è tecnico: riguarda le regole che ancora non esistono e la responsabilità di chi, per ora, se le è date da solo.
Un gruppo dell’Arc Institute di Palo Alto e della Stanford University, guidato dal chimico Brian Hie insieme al ricercatore Samuel King, ha usato due modelli di intelligenza artificiale, Evo 1 ed Evo 2, per scrivere da zero il codice genetico di alcuni virus. Non modelli linguistici addestrati su libri e pagine web, ma sistemi nutriti con migliaia di miliardi di nucleotidi, le lettere del DNA. In pratica hanno imparato la grammatica del genoma allo stesso modo in cui un chatbot impara quella dell’italiano.
Il bersaglio scelto è stato il ΦX174, un batteriofago minuscolo studiato da oltre mezzo secolo, poco più di cinquemila lettere di DNA per undici geni soltanto. I batteriofagi sono virus che infettano esclusivamente i batteri e non hanno alcuna capacità di replicarsi nelle cellule umane. Il modello ha generato circa settecentomila genomi candidati.
Ne sono stati selezionati poco meno di trecento, sintetizzati fisicamente e introdotti in colture di Escherichia Coli. Sedici hanno prodotto virus vitali, in qualche caso più veloci a replicarsi dell’originale naturale. Usati in combinazione, hanno ucciso ceppi batterici che avevano già sviluppato resistenza ai fagi presenti in natura, cioè esattamente il punto in cui la fagoterapia oggi si blocca.

Il contesto non è astratto. Secondo i dati del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, ogni anno nell’Unione Europea muoiono più di trentacinquemila persone per infezioni causate da microrganismi resistenti agli antimicrobici.
In Italia sono circa dodicimila, un numero che l’Agenzia italiana del farmaco ha definito una pandemia silenziosa. Il nostro Paese consuma antibiotici sopra la media europea e presenta tra i tassi di resistenza più alti del continente. La ricerca su alternative agli antibiotici, fagoterapia compresa, non è un esercizio accademico: è una corsa contro il tempo.
Qui comincia la parte che merita attenzione. Dal materiale di addestramento è stato deliberatamente escluso il codice genetico di qualunque virus capace di infettare esseri umani, animali, piante o funghi.
Una scelta di autolimitazione, non un obbligo di legge. Gli stessi autori scrivono che il lavoro solleva questioni rilevanti di biosicurezza, biocontenimento e sicurezza e raccomandano a chi affronterà progetti simili di coinvolgere specialisti di sicurezza per tutta la durata della ricerca, non soltanto alla fine.
È una raccomandazione onesta e per questo inquietante. Significa che il confine tra un fago terapeutico e qualcosa di molto peggio, oggi, è tracciato dalla coscienza professionale di chi lavora e non da una norma vincolante. Il filtro sui dati di addestramento è reversibile: chiunque disponga di competenze e risorse può rimuoverlo. Il perimetro etico esiste finché qualcuno decide di rispettarlo.
La questione deontologica non si esaurisce nel dilemma classico del dual use, la ricerca che cura e che potrebbe uccidere. Si articola su almeno quattro livelli.
Il primo è la responsabilità individuale del ricercatore, chiamato a un giudizio che nessun comitato gli ha ancora formalizzato. Il secondo è la responsabilità delle riviste scientifiche, che decidono che cosa pubblicare e con quale grado di dettaglio: la trasparenza è un valore fondativo della scienza, ma diventa un problema quando il metodo pubblicato è replicabile a costi contenuti.
Il terzo è la responsabilità delle aziende che sintetizzano DNA su commissione, il punto in cui una sequenza smette di essere un file e diventa materia. Il quarto è la responsabilità di chi sviluppa i modelli, che non possono più essere trattati come strumenti neutri di calcolo.
Filippa Lentzos, che al King’s College London si occupa di scienza e sicurezza internazionale, ha indicato proprio nel momento della sintesi materiale il punto di controllo oggi più efficace, avvertendo che concentrare la regolamentazione soltanto sul modello di intelligenza artificiale significherebbe perdere di vista il quadro complessivo.
La difesa, nella sua lettura, va costruita a strati: garanzie sull’accesso ai modelli, revisione responsabile dei progetti, vaglio delle richieste di sintesi genetica, pratiche di laboratorio già consolidate.
C’è anche una deontologia dell’informazione, che ci riguarda direttamente. Raccontare questa vicenda con il lessico dell’apocalisse produce paura e nessuna comprensione. Raccontarla come pura buona notizia tecnologica è altrettanto scorretto. La misura sta nel distinguere ciò che è accaduto da ciò che potrebbe accadere, senza confondere i due piani.

Non tutti leggono il risultato come un campanello rosso. Tom Ellis, docente di ingegneria dei genomi sintetici all’Imperial College London, ha giudicato il lavoro impressionante ma ne ha ridimensionato la portata come segnale di rischio, osservando che si tratta del genoma più piccolo e più semplice da realizzare in assoluto.
La minaccia della progettazione integrale di un genoma tramite intelligenza artificiale gli appare, per usare la sua espressione, molto sopravvalutata, se confrontata con la strada assai più semplice e più probabile di modificare un patogeno già esistente.
Resta un vuoto normativo. L’Unione Europea si è dotata di un regolamento sull’intelligenza artificiale, ma la progettazione generativa di genomi interi non ha ancora una disciplina propria, né europea né italiana. Nel frattempo sedici virus che in natura non sono mai esistiti si replicano in una piastra di laboratorio californiana. Non è il momento di scegliere se questa tecnologia esisterà. È il momento di decidere chi risponde di ciò che produce.
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