

Il quartiere è una piccola periferia che dentro di sé contiene tutta l’Italia, con annessi problemi, crisi, svantaggi e pericoli
Non ci abito, a Torpignattara, ma ci passo spesso. E attraversarlo è come superare la frontiera di Arco di Travertino, entrare dritti in via di Torpignattara e conoscere un nuovo mondo. Qui ci sono gli italiani nella stessa misura in cui ci sono i peruviani, i rumeni, i cinesi, e soprattutto i bengalesi. Qui i discorsi da talk show sull’immigrazione diventano realtà.
Gli annunci sui muri sono davvero scritti in un’altra lingua, gli autobus sono davvero pieni di gente che parla in altre lingue, i negozi sono davvero gestiti da persone che indossano abiti diversi e pregano un Dio diverso.
Chi dice che Torpignattara sia un formidabile esempio di integrazione forse a Torpignattara non c’è mai stato. E non c’è mai stato forse neanche chi dice che Torpignattara è invivibile “perché ormai nun ce sta manco più un italiano”.
Torpignattara è una piccola periferia che dentro di sé contiene tutta l’Italia, con annessi problemi, crisi e svantaggi. Una periferia più vicina al centro di quanto non lo siano i Parioli, ma tant’è.
A Torpignattara come in tutta Italia mancano le istituzioni. È un quartiere di fatto autogestito, in cui i politici vengono solo quando c’è da raccattare qualche voto. Lo fece Borghezio – cacciato via dalle mamme della scuola intitolata a Pisacane -, lo fece anche Marino, che andò a mangiare il pollo coi peperoni a casa di una signora felice della riapertura di via Filarete.
Qui i cittadini vivono come in un piccolo paese: le soluzioni si trovano tra singoli, senza che le autorità vengano mai interpellate.
(Nelle foto di Simona Granati, scattate il 17 Luglio 2015, la comunità musulmana di Tor Pignattara affolla i giardini di largo Pettazzoni, per la preghiera di Eid al-Fitr che segna la fine del mese di digiuno del Ramadan).
La saggezza popolare che serpeggia tra i palazzoni di cemento e il trenino delle Laziali sa distinguere tra lavoratore e criminale: difficilmente si lascia fuorviare dal colore della pelle. Ma quando le istituzioni si assentano troppo a lungo anche la saggezza popolare si offusca, lasciando spazio a istinti che di saggio hanno ben poco. Succede così che una preghiera collettiva di musulmani riunitisi in via Gabrio Serbelloni diventi un’occasione per sparlare del quartiere, per dire che “al Paese loro non ce lo fanno fare”, che “messi così so boni per dargli un calcio in culo” e che “siamo a rischio attentati ovunque”. Chi dice che è colpa dei cittadini è un idiota, chi pensa sia colpa di chi prega ha la vista offuscata.
Il sonno delle istituzioni sta generando mostri, a Torpignattara come in tutto il Paese.
Ci sarà un’esplosione prossimamente dell’odio incondizionato e irrazionale, a Torpignattara come sta avvenendo in alcune zone del Paese?
Casale San Nicola di questi giorni e l’Infernetto di pochi mesi fa sono solo avvisaglie preoccupanti di quello che ci aspetta se le istituzioni continueranno in questo prolungato e complice sonno.
Sta a loro decidere se fare di Torpignattara un teatro di guerra o l’ultimo avamposto di una Roma popolare e tollerante che sta pian piano svanendo.
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L’articolo descrive una situazione reale.
.Spesso non saper leggere e vedere, come cambiano molti territori della Capitale, significa non capire come si dovrebbe amministrare e Torpignattara è un esempio emblematico. Non condivido la conclusione dell’articolo perché c’è tanto pessimismo fra “teatro di guerra o ultimo avamposto” Ci può essere una terza via.
Ci vuole pazienza, cultura e capacità di ascolto, spero che ci sia la possibilità pubblica di un confronto su queste problematiche, che sono dirimenti per la vivibilità della nostra realtà territoriale.
Luciano Di Pietrantonio