

A Prima Porta le più antiche pitture romane di giardino
Sulla vita degli imperatori quasi tutto ormai è noto. C’è però un luogo a Roma, particolarissimo, che permette di andare a conoscere e scoprire anche la vita di una delle consorti forse più note e celebri della storia, Livia Drusilla, moglie del primo e vero imperatore, Ottaviano Augusto.
Nel 38 a.C. Livia sposò in seconde nozze Augusto (era già mamma infatti di Tiberio che sarà poi il successore di Augusto) che si era follemente innamorato di lei, tanto da divorziare dalla precedente moglie Scribonia. Non solo amore ovviamente, ma un matrimonio che assicurava un’alleanza familiare alquanto strategica: si univano così le due famiglie più potenti dell’epoca, la Giulia di Augusto e la Claudia di Livia.
La donna ebbe per il nuovo marito un’affettuosa devozione, fu sua accorta consigliera e svolse una parte importante, se non determinante, nella questione della successione, riuscendo a favorire il figlio Tiberio.
I due ebbero un lunghissimo matrimonio che durò 51 anni ed anche se non ebbero figli propri, furono una coppia affiatata, formando insieme il modello per le famiglie romane.
Malgrado la loro ricchezza e il loro potere, Ottaviano e Livia continuarono a vivere modestamente nella loro casa sul Palatino e si racconta che Livia non indossasse gioielli costosi né vestiti sgargianti, che si prendesse cura personalmente della casa e del marito (sembra addirittura che gli cucisse persino i vestiti!) e che fu sempre leale e premurosa verso Augusto, malgrado le voci sulle sue avventure galanti!
Nel 1863 nella zona di Prima Porta iniziarono gli scavi che portarono alla luce la stupenda Villa di Livia, divenuta celebre per il rinvenimento della statua di Augusto Loricato (oggi ai Vaticani) e per la presenza degli splendidi affreschi che decorano le sale.
Nelle fonti antiche viene denominata “ad gallinas albas”, in ricordo di uno straordinario evento occorso a Livia mentre si recava nei suoi possedimenti: “… a Livia Drusilla… un’aquila lasciò cadere dall’alto in grembo… una gallina di straordinario candore che teneva nel becco un ramo di alloro con le sue bacche. Gli aruspici ingiunsero di allevare il volatile e la sua prole, di piantare il ramo e custodirlo religiosamente. Questo fu fatto nella villa dei Cesari che domina il fiume Tevere presso il IX miglio della via Flaminia, che perciò è chiamata alle Galline; e ne nacque prodigiosamente un boschetto.” (Plin. nat. XV, 136-137).
Il complesso residenziale si articola in distinte zone funzionali: un settore privato, uno di rappresentanza con vasti ambienti disposti intorno al peristilio e il settore dedicato agli ospiti che ruota intorno ad una grande aula, edificata sopra il triclinio estivo con lo stupefacente affresco a giardino.
Nel 1944 la sala sotterranea dove si trovavano queste preziose pitture e che veniva usata dai militari come bivacco, fu danneggiata da un ordigno. Nel 1951 si decise di staccare le preziose pitture che vennero trasferite nel Museo di Palazzo Massimo alla Terme, dove si trovano tutt’oggi.
Le indagini condotte dalla Soprintendenza Archeologica di Roma dal 1982 e nel corso degli ultimi anni hanno permesso di mettere in luce inoltre un settore con un importante complesso termale, una grande cisterna rettangolare e una serie di altri ambienti probabilmente di servizio, vicino ad un’area scoperta, probabilmente un peristilio, intorno al quale si dispongono altri ambienti che presentano un delizioso pavimento a mosaico bianco e nero.
Straordinario è stato anche il ritrovamento di un vestibolo che mette in comunicazione una vasta area a giardino con una serie di vani disposti intorno ad un’area aperta su cui si aprono due stanze da letto (cubicula).
La particolarità e l’importanza della villa sono dovute, come già accennato, proprio alla decorazione del ninfeo sotterraneo realizzato con pitture con il tema del giardino che valgono alla villa un primato assoluto: sono infatti le pitture romane di giardino più antiche poiché sono databili tra il 40-20 a.C. Si tratta di pitture di straordinaria bellezza, dove uno sfondo infinitamente vago e verde, si incontra con il cielo turchese.
Il giardino è organizzato con un’accorta simmetria, in una rete di suggestioni spaziali data dagli elementi che suggeriscono il movimento: gli uccelli in volo e i rami con le cime piegate dal vento.
La varietà e la fantasia certamente furono aspetti che non mancarono agli artisti che si occuparono della loro realizzazione: sono infatti presenti lungo le pareti interamente affrescate più di 90 specie vegetali (un catalogo botanico quindi, non solo un semplice giardino!) e numerosissimi sono anche gli uccelli ritratti in volo o mentre beccano e quasi sembra, osservandoli, di sentire il loro cinguettio.
Tra le specie vegetali la più frequente è quella dell’alloro: questa presenza è sicuramente da mettere in relazione con la leggendaria fondazione della villa “ad gallinas albas” che abbiamo raccontato prima. E anche la scelta del tema generale del giardino, secondo alcuni studiosi, non fu certamente casuale: il giardino sempreverde degli affreschi doveva infatti avere un significato politico volto ad allontanare il malaugurio, in un certo senso legato all’eternità augurale delle piante e quindi della stirpe di Augusto. Altri invece dubitano che questo giardino sia frutto di una tale concezione. Il giardino caratterizzato da elementi diversi, selezionati e recinti ma dall’aspetto selvaggio appartiene forse, più probabilmente, alla tradizione iranica e a ciò che i Greci chiamavano “paradeisos” cioè paradiso.
Insomma, un luogo incantato alla porte della città che merita certamente una visita!
Autore: L’Asino d’Oro Associazione Culturale
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