2 novembre 1975: il massacro di un poeta

44 anni dalla morte violenta di Pasolini. Un delitto ancora avvolto nel mistero e una verità ufficiale fragile e contraddittoria
Francesco Sirleto - 29 Ottobre 2019

“Fu, quindi, Pasolini anche un poeta civile. Lo fu perché genialmente sottopose la poesia a sollecitanti processi conoscitivi: la parola doveva restituire i contenuti del mondo, la forma plasmarli. Ma sottopose anche se stesso, quel suo cuore coraggioso ed elegiaco, a violenza: parlò per lui la sua lacerazione di uomo, preso in una contraddizione che Le ceneri di Gramsci, il primo poemetto politico del nostro dopoguerra, dichiarò con sconcertante limpidezza” (Enzo Siciliano, Vita di Pasolini, Milano 2005)

“Perciò io vorrei soltanto vivere/ pur essendo poeta/ perché la vita si esprime anche solo con se stessa./ Vorrei esprimermi con gli esempi./ Gettare il mio corpo nella lotta./ Ma se le azioni della vita sono espressive, anche l’espressione è azione” (P. P. Pasolini, Autobiografia in versi del 1966)

“Arrivammo allo spiazzo recintato dove notammo numerose impronte di scarpe. Terra smossa e delle pietre a sottolineare la zona del ritrovamento del corpo martoriato e oltre il recinto le baracchette. La piccola folla, che si era radunata lì prima che arrivassimo, era scomparsa. Incontrammo allora un giornalista del Corriere della Sera che volle subito intervistare Alberto (Moravia). Vidi i legnetti, un paio, quelli che secondo le prime notizie sarebbero stati usati per la colluttazione mortale. I segni delle ruote della macchina che l’aveva sfigurato erano ancora visibili. Ma non mi pare che, almeno in quello spiazzo, ci fossero segni di una seconda macchina. Allora si parlava soltanto della macchina di Pasolini, dove avevano ritrovato un plantare non suo, un maglione verde e schizzi di sangue. I carabinieri dissero che sotto la macchina c’era materia cerebrale e capelli di Pier Paolo. Era cominciato così l’aggiustamento del set di quella morte” (Renzo Paris, Il poeta assassinato, 1913).

 

Il 2 novembre 2019, giorno dei defunti, sarà ricordato, come ormai da ben 44 anni, un morto per così dire “eccellente”, il poeta romanziere saggista cineasta Pier Paolo Pasolini, uno dei più importanti personaggi che la cultura italiana abbia prodotto nel secolo XX.

Tutti coloro che, come me, sono ormai abbastanza avanti con l’anagrafe, ancora hanno negli occhi e nella mente le immagini raccapriccianti di quel cadavere martoriato e fatto a brandelli, immagini che i media dell’epoca non ebbero alcun ritegno a mettere con immediatezza a disposizione della morbosa curiosità di un’opinione pubblica che, per lo più, aveva sempre giudicato il poeta come fonte di scandalo e di inconcludenti diatribe. Molti pensarono che quella morte fosse dovuta alle cattive abitudini che, nella vita privata, Pasolini aveva contratto fin dai primissimi tempi successivi al suo trasferimento dall’amato suolo materno (la pianura friulana che si estende tutto intorno a Casarsa delle Delizie, in provincia di Udine) nella “splendida e misera città”: Roma, Capitale delle baracche e delle “… borgate tristi, beduine, di gialle praterie sfregate da un vento sempre senza pace, venisse dal caldo mare di Fiumicino, o dall’agro, dove si perdeva la città tra i tuguri …” (da Il pianto della scavatrice, poemetto della raccolta Le ceneri di Gramsci, del 1957).

Lo disse, tra gli altri, con il consueto cinismo il solito Andreotti: “Quella morte, il poeta se l’è andata a cercare”. Altri, più diffidenti verso quella che appariva la comoda verità di una morte dovuta alle deprecabili frequentazioni di un ambiente popolato di persone ai margini della società (prostituti, delinquenti, “magnaccia”, drogati, ecc.), pensarono a quelle battaglie, combattute dal poeta con centinaia di interventi pubblici e editoriali sulla grande stampa, innanzitutto contro la crescente omologazione consumistica prodotta dal dominio di un turbo-capitalismo ormai globalizzato; pensarono anche a tutti quegli articoli che denunciavano le responsabilità della classe politica governativa nei misteri (destinati a rimanere tali a tutt’oggi) più oscuri e sanguinosi che avevano segnato la storia italiana negli ultimi anni: dal caso Mattei ai vari tentativi di colpo di Stato, dalla strage di Piazza Fontana a quelle di Brescia e dell’Italicus, agli scandali finanziari in cui erano coinvolti ben noti esponenti della politica e dell’economia italiane. Pochi si accontentarono della verità ufficiale che, dopo anni di inchieste e di processi, si cercò di imporre: quella, cioè, di un delitto maturato nel torbido ambiente dell’omosessualità e della prostituzione minorile, un delitto per il quale venne condannato quel borgataro diciassettenne di nome Giuseppe Pelosi, arrestato poche ore dopo l’assassinio e, oltretutto, reo confesso.

Fin dai primi momenti, infatti, emersero una moltitudine di elementi e di contraddizioni nello sviluppo contorto e superficiale delle indagini; dati che, messi insieme, indicavano una ben diversa e più inquietante verità: non fu soltanto il Pelosi autore dello scempio avvenuto all’Idroscalo di Ostia, nella notte tra il primo e il 2 novembre 1975, ma un vero e proprio commando di balordi (almeno quattro), legati a doppio filo alle organizzazioni malavitose che precedettero la nascita della Banda della Magliana e, nel contempo, ad ambienti di estrema destra.

Questa diversa verità era già presente, e pubblica perché apparsa su un importante settimanale come L’Europeo, fin dai primi giorni successivi al delitto. La famosa giornalista Oriana Fallaci, infatti, aveva pubblicato il 14 novembre (appena 12 giorni dopo il delitto) un articolo che, basandosi sulle dichiarazioni di almeno due testimoni oculari (che la polizia non volle neanche ricercare e interrogare), descriveva per filo e per segno come si erano svolti i fatti quella notte sciagurata, quanti e chi erano gli autori del delitto, quale era l’ambiente di provenienza e, anche senza farne i nomi, forniva sufficienti elementi agli inquirenti per poterli individuare. Quella pista, contenuta nell’articolo della Fallaci, venne clamorosamente e volutamente ignorata dagli inquirenti, alcuni dei quali assunsero anche un atteggiamento intimidatorio nei confronti della giornalista.

Da quel 2 novembre 1975 non sono bastati tre gradi di giudizio per stabilire una verità che fosse priva di ombre e di lati oscuri su quel delitto eccellente; né le successive e timide riaperture delle indagini (l’ultima nel 2010, conclusasi con una richiesta di archiviazione nel 2015) hanno portato ad alcunché di concreto, a qualcosa che mettesse in discussione la fragile e contraddittoria “verità ufficiale” che addossa al solo Pelosi l’intera responsabilità del delitto. E ciò nonostante lo stesso Pelosi, dopo il suo ritorno in libertà, abbia più volte rilasciato interviste nelle quali, pur senza far nomi, ha fatto chiaramente intendere che non era solo, quella notte, all’Idroscalo di Ostia.

Molti sono stati, d’altra parte, i libri-inchieste, i film, le opere teatrali, dedicati all’assassinio di Pasolini. In tutti questi lavori vengono denunciate, con dovizia di argomentazioni e con documenti, le carenze delle indagini e le contraddizioni emerse nei vari gradi di giudizio. Uno degli ultimi libri-inchieste è quello pubblicato dalla giornalista Simona Zecchi nel 2015, dal titolo Pasolini, massacro di un poeta, un libro ben scritto, ricco di documenti, anche inediti, ma anche di testimonianze che, o già conosciute ma non prese in considerazione nelle varie inchieste, o del tutto nuove, aggiungono nuovi elementi alla tesi, sostenuta dalla maggioranza di coloro che si sono occupati del caso, che non si è trattato di un delitto casuale e frutto di un impulso momentaneo, bensì di un vero e proprio complotto, con tanto di esecutori materiali e con mandanti da ricercarsi ai livelli più alti del potere economico, quei livelli che Pasolini aveva individuato nei suoi ultimi interventi sul Corriere della Sera e che aveva descritto approfonditamente e quasi maniacalmente nel suo romanzo postumo, dal titolo Petrolio. Un’opera che, fin dal titolo, indicava chiaramente l’origine di tutte le oscure trame che avevano insanguinato il nostro paese, a partire dall’assassinio di Mattei nel 1962.

Ma, al di là del tragico epilogo della sua vita tormentata, Pasolini è stato anche un grande e poliedrico artista, un artista che, per sua stessa ammissione, non riuscì mai a tener distinte la vita e l’opera, un artista che fece della sua stessa vita il contenuto, il nocciolo, l’intima sostanza dell’intera sua produzione: poetica, narrativa, cinematografica. “Ma se le azioni della vita sono espressive, anche l’espressione è azione”, dice il poeta di Casarsa in un passo della sua Autobiografia in versi del 1966. Per conoscere meglio il significato di questa vita che si fa espressione, e di questa espressione che diventa azione, non c’è niente di meglio che ricorrere alle testimonianze di coloro che più gli sono stati vicini, che ne hanno condiviso battaglie culturali ma anche momenti conviviali, di incontri, di feste, di letture, di scambi di opinioni, di chiacchierate in allegria in trattorie e ristoranti.

Tra i suoi amici più cari non sono moltissimi coloro che hanno a lui dedicato libri di ricordi e di riflessioni. Tra costoro è da citare il poeta Renzo Paris, al quale si deve il bel libro di ricordi Pasolini ragazzo a vita, pubblicato nel 2015. Un libro che, mi piace sottolinearlo, inizia con la descrizione di una visita, avvenuta il 2 novembre del 2013, alla tomba del poeta, nel piccolo cimitero di Casarsa, quella tomba e quel cimitero da me stesso visitati nella primavera del 2018.

Un’aiuola di alloro – scrive Paris – è scossa dal vento. Fiori bianchi insieme ad un serto di tagete, fiorellini con foglie vellutate di colore marrone e il centro giallo, a forma di semiluna, incoronano il nome. Il serto, con accanto un lumino rosso, è fermato da piccoli sassi, simili a quelli visti a Roma sulle tombe ebraiche del cimitero del Verano. Si tratta proprio del fiore che i messicani usano per resuscitare i morti e farli tornare nelle loro case. Tagete è anche il dio etrusco protettore del vino, citato nel romanzo delle stragi, Petrolio”. Dalla lettura delle pagine di Paris ricaviamo l’intensità, la profondità, la dedizione, la “disperata vitalità” (dal titolo di un poemetto della raccolta Poesia in forma di rosa, del 1964) che Pasolini infondeva in tutto ciò che attirava la sua attenzione e che richiedeva il suo appassionato impegno; in questo libro di Paris prendiamo contatto con un mondo, quello degli intellettuali impegnati degli anni della ricostruzione, che non esiste più, un mondo frantumato, corrotto, ridotto a spettacolo e a talk show televisivo, a finzione e auto-rappresentazione.

La morte di Pasolini ha rappresentato l’inizio di quel distacco, di quella divaricazione tra il mondo reale e la cultura che coincide con l’eclisse della ragione e il conseguente dominio di quell’oscurantismo neo-medievale che, ai giorni nostri, tutto avvolge e soffoca nei suoi mefitici e verminosi miasmi.

 

Francesco Sirleto


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  1. Grazie per questo bell’ articolo che mantiene desta la memoria! Opera estremamente meritoria.


  2. Ringrazio Francesco Sirleto per la sua capacità di coltivare la memoria mai in modo banale. Questo suo personale impegno ci richiama tutti, a fare altrettanto perchè la memoria, così come la costruzione di una società più giusta e felice non possono essere un esercizio isolato di poche sensibili persone, ma un fatto “politico” collettivo.
    Grazie Francesco.

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