2 novembre 2020: 45 anni dalla tragica scomparsa di Pasolini

Consumismo, Rivoluzione antropologica e disastro ecologico nell’ultimo Pasolini; ripensati alla luce della pandemia da Coronavirus
Francesco Sirleto - 2 Novembre 2020

Sabato sera 31 ottobre 2020, in televisione, una signora milanese intervistata da un giornalista del TG1 sugli effetti dei nuovi provvedimenti del Governo che stabiliscono la chiusura di bar e ristoranti alle ore 18,00, ha dichiarato che, pur accettando, per senso di responsabilità, tali restrizioni, non avrebbe in nessun caso rinunciato al rito dell’aperitivo pomeridiano che, sebbene anticipato rispetto all’orario consueto, costituisce, tuttavia, “l’unica libertà che ormai ci è rimasta”. Queste parole, pronunciate con una certa disinvoltura da quell’avvenente signora, probabilmente appartenente alla classe media e in possesso di una buona istruzione, sintetizzano ed esprimono magnificamente il “comune sentire” non soltanto di una certa classe sociale, bensì della stragrande maggioranza degli italiani (e non solo italiani, ma di tutti i cittadini dei paesi caratterizzati da un elevato sviluppo economico e da un’esorbitante e parossistica abitudine al consumo superfluo).

Se pensiamo a ciò che è successo nei mesi estivi, a partire dalla cosiddetta “riapertura” decretata ai primi di maggio e subito dopo i due lunghi e tristissimi mesi del lockdown, non si può non ricordare con sgomento le folle che hanno riempito fino all’inverosimile le strade dei centri storici e anche di quartieri periferici (si pensi a ciò che sono diventati, negli ultimi anni, quartieri come Pigneto e Centocelle), espandendo le aree dedicate alle movide serali e notturne; le feste, anche all’aperto, partecipate da centinaia di persone; le follie delle notti in discoteca; le spiagge brulicanti di una fauna umana che, con sovrano sprezzo del pericolo (le persone con mascherina rappresentavano una sparuta e imbarazzata minoranza), si impegnavano con vivacità in una spasmodica ricerca dell’oblio e del divertimento a tutti i costi; e tutto ciò senza alcun rispetto delle più elementari e cautelari norme di distanziamento sociale.

Se, dunque, ripensiamo a queste molteplici manifestazioni conseguite dal tacito “tana libera tutti” pronunciato agli inizi di maggio, non possiamo assolutamente stupirci dell’attuale vigorosa ripresa della pandemia, degli elevatissimi numeri giornalieri di nuovi contagi e, purtroppo, delle nuove centinaia di vittime del Covid 19, nonché del collasso ormai prossimo delle nostre strutture ospedaliere.

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Dovendo ricercare una possibile causa di comportamenti che, a quanto sembra, non sono limitati a questa o quella classe sociale, ma fanno ormai parte del corredo “etologico” della stragrande maggioranza degli umani (soprattutto di coloro che vivono nei paesi a più elevato sviluppo economico e, quindi, consumistico), e cogliendo l’occasione offerta dal 45° anniversario della tragica scomparsa di uno dei più importanti e poliedrici intellettuali italiani della seconda metà del XX secolo, non si può non rammentare l’ultimo Pasolini, lo scrittore e saggista che, tra il 1973 e il 1975, si impegnò (soprattutto dalle colonne del Corriere della sera), nella denuncia della “mutazione antropologica” che, a partire dagli anni Sessanta, avevano subito tutti i cittadini italiani, senza distinzione di classe, di livelli d’istruzione, di appartenenze politiche, di dislocazione geografica e territoriale.

A determinare tale epocale fenomeno, secondo il grande poeta e cineasta, sarebbe stato “… un potere che mi è difficile definire: ma di cui sono certo che è il più violento e totalitario che ci sia mai stato: esso cambia la natura della gente, entra nel più profondo delle coscienze …”. Un potere che si serve di uno strumento ormai penetrato in tutte le case, soprattutto nelle case dei ceti più umili: la televisione. È questo nuovo potere che, servendosi della televisione come arma impropria di distruzione di massa di un’umanità “altra” (il mondo contadino, gli operai delle fabbriche che lottano per l’avvento di una società socialista, il sottoproletariato urbano), ha uniformato ed ha omologato comportamenti, stili di vita, tradizioni, linguaggi, modi di essere. “Oggi anche nelle città dell’Occidente … camminando per le strade si è colpiti dall’uniformità della folla: anche qui non si nota più alcuna differenza sostanziale, tra i passanti (soprattutto giovani) nel modo di vestire, nel modo di camminare, nel modo di essere seri, nel modo di sorridere, nel modo di gestire, insomma nel modo di comportarsi”.

Ma dove, soprattutto, è palese e indubitabile questa uniformità? È nei consumi che essa si evidenzia nel migliore dei modi, anzi, per dir meglio: nell’ansia dei consumi. “L’ansia del consumo è un’ansia di obbedienza a un ordine non pronunciato. Ognuno in Italia sente l’ansia, degradante, di essere uguale agli altri nel consumare, nell’essere felice, nell’essere libero: perché questo è l’ordine che egli ha inconsciamente ricevuto, e a cui “deve” obbedire, a patto di sentirsi diverso. Mai la diversità è stata una colpa così spaventosa come in questo periodo di tolleranza. L’uguaglianza non è stata infatti conquistata, ma è una “falsa” eguaglianza ricevuta in regalo”. E, subito dopo, Pasolini aggiunge quali sono le principali caratteristiche di questa pseudo-eguaglianza: la fossilizzazione del linguaggio verbale (un’intuizione, questa, di tipo profetico, da parte di una persona che non aveva nessuna esperienza del linguaggio dei futuri social e delle chat) e la tristezza, cioè l’altra faccia (quella nascosta) di un’allegria “sempre esagerata, ostentata, aggressiva, offensiva”.

Le osservazioni sulla mutazione antropologica si collegano, nell’ultimo Pasolini, alla dicotomia tra Sviluppo e Progresso: il primo è quello che si materializza attraverso una crescita esponenziale ma insostenibile di merci da consumare, che trasforma tutti gli uomini in soggetti di consumo, in fedeli adoratori della merce (il feticismo della merce, di marxiana memoria); il secondo è quello rappresentato da una moltitudini di uomini liberi perché diversi gli uni rispetto agli altri, coscienti, responsabili, amanti della cultura, preoccupati del degrado ambientale, alla ricerca della felicità individuale in un quadro di benessere sociale. Essi sono due fenomeni apparentemente simili, ma in realtà opposti. “La tecnologia ha creato la possibilità di una industrializzazione praticamente illimitata, e i cui caratteri sono ormai in concreto transnazionali. I consumatori di beni superflui sono, da parte loro, irrazionalmente e inconsapevolmente d’accordo nel volere lo sviluppo (questo sviluppo) … Chi vuole, invece, il progresso? Lo vogliono coloro che non hanno interessi immediati da soddisfare … Il progresso è dunque una nozione ideale (sociale e politica): là dove lo sviluppo è un fatto pragmatico ed economico”. Lo sviluppo, secondo il Pasolini dei primi anni Settanta, ha prodotto conseguenze disastrose, tanto a livello di campagna (tutti i contadini, almeno quelli rimasti a lavorare nei campi, tendono ad assomigliare sempre più agli abitanti delle città, nella mentalità e nel modo di agire che, poi, si riduce quest’ultimo ai modi di consumare), quanto nelle realtà urbane, nelle quali si riducono le distanze tra giovani “borgatari” e giovani appartenenti alle classi più elevate. Pasolini pensava, ovviamente, al destino dei giovani sottoproletari romani, sempre più lontani dalla “purezza” originaria e sempre più segnati dalla protervia, dalla cattiveria, dalla volontà di far soldi nei modi più facili e rapidi: una gioventù “orribile”, che lo scrittore non poteva però fare a meno di frequentare e che sarebbe stata la causa della sua rovina.

Nell’ultimo Pasolini non troviamo soltanto una riflessione sulle conseguenze umane e sociali della nuova società consumistica e omologante; è possibile individuare, accanto ad essa, un’intuizione della catastrofe ecologica alla quale lo Sviluppo stava trascinando, a grandi tappe, l’intero pianeta. L’articolo sulle lucciole, apparso il primo febbraio 1975 sul Corriere, rivela la profonda preoccupazione, se non addirittura l’angoscia, da lui provata di fronte alle condizioni ambientali che, da un decennio, risultavano in continuo peggioramento: “Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a sparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più (Sono ora un ricordo, abbastanza  straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta).

Ricordare Pasolini, a 45 anni dalla sua tragica ed ancora oscura morte, significa – anche alla luce della gravissima emergenza sanitaria che stiamo vivendo – prendere atto, ancora una volta, della vitalità e dell’attualità del suo pensiero, un pensiero che sostiene come solido fondamento (fenomeno comune a tutti i grandi artisti) la qualità estetica delle sue opere narrative, poetiche, cinematografiche, da considerarsi quali pietre miliari della cultura dell’Italia moderna e contemporanea.

N.B. le citazioni pasoliniane sono tratte dagli articoli: “Studio sulla rivoluzione antropologica in Italia”, “Ampliamento del bozzetto sulla rivoluzione antropologica in Italia”, “L’articolo sulle lucciole”; articoli raccolti nel libro Scritti corsari, edito da Garzanti editore.

 

Francesco Sirleto


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  1. Complimenti! Oltre ai profeti biblici, ci sono quelli culturali, come Pasolini.

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