20 settembre 1870: la Breccia di Porta Pia. Anniversario da non dimenticare

La presa di Roma concludeva il Risorgimento e conseguiva l’unità d’Italia
di Luciano Di Pietrantonio - 19 Settembre 2012

La storia racconta che il 20 settembre del 1870, per circa cinque ore si susseguirono colpi dei cannoni e infine l’artiglieria del Regno d’Italia riuscì ad aprire una breccia di circa 30 metri nelle Mura Aureliane capitoline, all’inizio di via Nomentana, chiamata in seguito “Breccia di Porta Pia,” consentendo ai bersaglieri, alla fanteria e a un gruppo di carabinieri di entrare in città: Roma era finalmente italiana.

La presa di Roma fu l’episodio del Risorgimento, che sancì l’annessione di Roma al Regno d’Italia, decretando la fine dello Stato Pontificio e del potere temporale dei Papi.

L’anno successivo la capitale d’Italia fu trasferita da Firenze a Roma. 

L’anniversario del 20 settembre è stato festività nazionale fino alla sua abolizione dopo i Patti Lateranensi nel 1930.

Il desiderio, il sogno e l’aspirazione di porre Roma, città eterna da 25 secoli, a capitale del nuovo regno d’Italia, era già stato esplicitato in forma determinata da Cavour, in uno storico discorso al Parlamento italiano dell’ 11 ottobre 1860, a Torino.

Nel decennio 1860/70, ci furono preparativi diplomatici: molti, e militari: pochi ma decisivi, per comporre una disputa che tormentava il disegno risorgimentale, quello di avere Roma capitale del nuovo Regno d’Italia ed evitare di entrare in conflitto con lo Stato Pontificio.

Ai primi di settembre del 1870, alcuni giorni prima dell’attacco una lettera autografa del Re Vittorio Emanuele II, venne consegnata a Papa Pio IX. In essa si esplicitava “l’indeclinabile necessità per la sicurezza dell’Italia e della Santa Sede, che le mie truppe, già poste a guardia del confine, possano avanzare nel vostro territorio, per occupare le posizioni indispensabili per la sicurezza di Vostra Santità e per il mantenimento dell’ordine.”

La risposta del Papa fu essenziale: “Maestà, mi è stata consegnata dal conte Ponza di San Martino una lettera che a Vostra Maestà piacque dirigermi; ma essa non è degna di un figlio affettuoso che si vanta di professare la fede cattolica, e si gloria di regia lealtà. Io non entrerò nei particolari della lettera, per non rinnovellare il dolore che una prima scorsa mi ha cagionato. Io benedico Iddio, il quale ha sofferto che V. M. empia di amarezza l’ultimo periodo della mia vita. Quanto al resto, io non posso ammettere le domande espresse nella sua lettera, né aderire ai principi che contiene. Faccio di nuovo ricorso a Dio, e pongo nelle mani di Lui la mia causa, che è interamente la Sua. Lo prego a concedere abbondanti grazie a V. M. per liberarla da ogni pericolo, renderla partecipe delle misericordie onde Ella ha bisogno. Dal Vaticano, 11 settembre 1870.”

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Quello stesso giorno il corpo di spedizione italiano, fermo in Umbria, entrò nello Stato Pontificio marciando verso Roma. Si trattava di circa 65.000 uomini agli ordini del generale Raffaele Cadorna, mentre l’esercito pontificio contava 13.000 unità (compresi oltre 5.000 volontari di vari paesi europei) comandate dal generale Hermann Kanzler.

Dopo giorni di attesa (durante i quali si aspettò invano la dichiarazione di resa), la mattina del 20 settembre 1870, l’esercito italiano entrò a Roma attraverso la breccia aperta a cannonate a Porta Pia.

L’irruzione dentro la cinta muraria delle truppe italiane causò nuovi scontri, in diverse parti della città, che si spensero in poche ore, con la resa chiesta dal generale Kanzler.

Le truppe pontificie la sera del 20 settembre si concentrarono nella Città Leonina, che lasciarono poi l’indomani mattina per consegnarsi ai vincitori, dai quali ricevettero l’onore delle armi. Le perdite furono per il Regno d’Italia di 32 morti e 143 feriti; per lo Stato Pontificio di 15 morti e 68 feriti, questo fu il prezzo umano per l’annessione Stato Pontificio all’Italia.
Fra i tanti aspetti di cronaca, di questo giorno storico: tra i partecipanti alla presa di Roma vi fu anche lo scrittore e giornalista Edmondo De Amicis, all’epoca ufficiale dell’esercito italiano che ha lasciato una particolareggiata descrizione dell’evento nel libro “Le tre capitali.”

Il governo del Regno aveva “nei memorandum diramati all’estero”, alle Nazioni Europee, proclamato il diritto dei romani di scegliersi il governo che desideravano, così come era stato fatto per le altre province italiane, anche a Roma fu quindi indetto un referendum,per sancire l’avvenuta riunificazione della città con il Regno d’Italia.

La domanda posta fu: “Vogliamo la nostra unione al Regno d’Italia, sotto il governo del Re Vittorio Emanuele II e dei suoi successori.” Il plebiscito si svolse il 2 ottobre 1870. I risultati videro ufficialmente la vittoria dei si, 40.785 a fronte dei 46 no. Il risultato complessivo della Provincia di Roma fu di 77.520 si, contro 857 no. In tutto il territorio annesso i risultati furono 133.681 si, contro 1.507 no.

Sulle ragioni per cui il Papa Pio IX non esercitò un’estrema resistenza sono state fatte varie ipotesi; la più accreditata è l’ipotesi della rassegnata volontà da parte della Santa Sede di mettere da parte ogni ipotesi di una violenta risposta militare all’offesa. E’ noto che l’allora segretario di stato, il cardinale Giacomo Antonelli, abbia dato l’ordine al generale Kanzler di ritirare le truppe entro le mura e di limitarsi ad un puro atto di resistenza simbolico.

Pio IX condannò aspramente gli atti conseguenti alla “Breccia di Porta Pia”, con cui la Curia Romana vide sottrarsi il secolare dominio su Roma, si ritirò in Vaticano, dichiarandosi “prigioniero” fino alla morte.

Il parlamento italiano, per cercare di risolvere la questione, promulgò nel 1871, la Legge delle Guarentigie, che riconosceva alla Santa Sede “libertà assoluta della Chiesa, indipendenza e riconoscimento dei beni,” ma il Papa non accettò la soluzione unilaterale di riappacificazione proposta dal governo e non mutò il suo atteggiamento.

Nel 1874 Pio IX emanò il celebre decreto “Non expedit” (in italiano: non conviene), espresse parere negativo sulla partecipazione dei cattolici italiani alla vita politica. Queste situazioni vennero indicate e chiamate “la questione romana” e soltanto in età giolittiana, tale divieto sarebbe stato eliminato progressivamente.

Il completo rientro dei cattolici “come elettori e come eletti” nella vita politica italiana avvenne nel 1919, con la fondazione del Partito Popolare Italiano di Don Luigi Sturzo: i cattolici furono presenti nel mondo politico italiano ufficialmente.

La situazione venne sistemata l’11 febbraio del 1929, con i Patti Lateranensi, mediante i quali si giunse ad una effettiva composizione bilaterale della vicenda e venne confermato il principio di “libera Chiesa in libero Stato.”

In occasione dei festeggiamenti dei 140 anni di Roma capitale alla presenza del Capo dello Stato Napolitano, il 20 settembre 2010, il quale pronunciò parole nette sulla centralità della Città Eterna, era presente per la prima volta alle celebrazioni, il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato del Vaticano che ha dichiarò : “La nostra presenza a questo avvenimento rappresenta un riconoscimento dell’indiscussa verità di Roma capitale d’Italia anche come sede del successore di Pietro.”

Oggi a 142 anni, da quel fatidico giorno, si è ritrovata da tempo, concordia tra le comunità civili e quelle ecclesiastiche. Ed è giusto ricordare (in una fase in cui, in molti paesi del mondo, si manifestano gravi forme di intolleranza, di fondamentalismo e di fanatismo religioso), che la via del dialogo, in tutte le situazioni, deve essere sempre presente e ricercata.  


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