37 anni fa il rapimento di Aldo Moro e l’eccidio della scorta

Il 16 marzo 1978 è stato un giorno buio per l’Italia, ma il buio continua
di Luciano Di Pietrantonio - 15 Marzo 2015

Sono ormai passati 37 anni da quel maledetto 16 marzo 1978: il giorno del rapimento dell’on. Aldo Moro a Roma (in via Fani, nel quartiere Trionfale alla Camilluccia) e dell’uccisione dei cinque agenti, servitori dello Stato, la scorta del Presidente della Democrazia Cristiana.
Un giorno che ha cambiato il destino del nostro Paese, un giorno buio, che malgrado indagini, inchieste e processi, ad oggi ancora non c’è una verità condivisa. Ci sono solo mezze verità, e con il passare degli anni i dubbi sono sempre più numerosi, il buio aumenta e la verità è sempre lontana.

Perché il 16 marzo 1978 era un giorno particolare per il nostro Paese? Quella mattina era previsto il voto di fiducia al quarto governo Andreotti, e per la prima volta col voto del Partito Comunista, artefice il leader democristiano. Una data storica. Lo divenne per altro. Per l’inizio dell’incubo più buio della storia della nostra Repubblica. Da quella mattina, erano gli “ anni di piombo,” per 55 giorni tutto il Paese fu preso in una morsa di sgomento e stordimento, tutti, dai politici alle istituzioni, dalle forze sociali e culturali alla gente comune.

Aldo_Moro_brChe stava succedendo? Era una sorta di guerra civile, già annunciata dagli attentati avvenuti, e nella simbologia della P38, (una pistola mimata da tre dita – pollice, indice, medio – dai movimenti dell’ autonomia e dell’eversione) nel periodo del terrorismo, che non miravano più solo alle gambe, ma soprattutto a colpire nelle piazze e nelle strade, enunciata con scritte sui muri, dove la stella a cinque punte diceva morte, rivoluzione di bande armate con il sangue. E lo Stato non capì il pericolo reale, ed era impreparato a fronteggiare la situazione che si manifestava in tutta la sua drammaticità.

55 giorni di trattative, ricerche, tradimenti, depistaggi, paure, compromessi, vuoti di memoria e tentennamenti, crisi di nervi e di coscienze, pianti, speranze, preghiere. 55 giorni prima di trovare in un’altra via di Roma, più centrale, in via Caetani, fra le sedi della DC – a piazza del Gesù – e del PCI – a via delle Botteghe Oscure, il corpo di Aldo Moro crivellato di colpi, annunciato da una gelida telefonata. Era il 9 maggio 1978.

Come avvenne il rapimento dell’on. Moro? L’auto che trasportava lo statista democristiano, dalla sua abitazione in viale del Forte Trionfale alla Camera dei Deputati, fu intercettata e bloccata a via Fani, da un nucleo armato delle Brigate Rosse. In pochi secondi, sparando con armi automatiche, i brigatisti rossi uccisero i due carabinieri a bordo dell’auto di Moro (Oreste Leonardi, 52 anni e Domenico Ricci, 42 anni ), i tre poliziotti che viaggiavano sull’auto di scorta (Raffaele Iozzino, 23 anni, Giulio Rivera, 24 anni, Francesco Zizzi, 30 anni) e sequestrarono il Presidente della Democrazia Cristiana.

Il piano venne attuato da 11 persone (come emerse dalle indagini giudiziarie, ma il numero e l’identità dei reali partecipanti è stato messo più volte in dubbio), di cui i quattro incaricati di sparare, cioè il gruppo di fuoco, indossavano uniformi da avieri civili, si disposero all’estremità di via Fani, una strada stretta in discesa dal quartiere Trionfale, e all’incrocio con via Stresa scattò l’agguato mortale.

Erano presenti, tra gli altri, i brigatisti Mario Moretti, Alvaro Lojacono, Alessio Casimirri, Barbara Balzerani, Rita Algranati, Valerio Morucci, Raffaele Fiore e Prospero Gallinari. Secondo una perizia, eseguita dopo l’eccidio, sarebbero stati sparati in tutto 91 colpi, 45 dei quali avrebbero colpito gli uomini della scorta, vittime innocenti della follia brigatista.

La notizia dell’agguato si diffuse rapidamente in ogni angolo del paese. Le attività quotidiane furono bruscamente sospese: a Roma i negozi abbassarono le saracinesche, in tanti posti di lavoro – privati e pubblici – i lavoratori sospesero le attività, in tante scuole d’Italia gli studenti uscirono dalle aule scolastiche, riunendosi in assemblee spontanee, mentre le trasmissioni televisive e radiofoniche furono interrotte, e sostituite da notiziari in edizione straordinaria.

 

L’agguato ed il rapimento furono rivendicati alle ore 10,10, con una telefonata di Valerio Morucci, all’agenzia Ansa; due giorni dopo, venne fatto ritrovare il primo dei nove comunicati che le BR inviarono durante i 55 giorni del sequestro di Aldo Moro.

Gli uomini della scortaDopo 37 anni, dal sequestro di Aldo Moro e dell’eccidio della sua scorta (nella foto), rimangono ancora tante domande senza risposta, malgrado “quattro processi per la verità giudiziaria” con tante condanne, ma con poche certezze sulle reali motivazioni che hanno portato alla drammatica vicenda del 16 marzo 1978. I responsabili certamente sono stati gli uomini delle Brigate Rosse, ma i sospetti riguardano i Servizi segreti deviati, il terrorismo internazionale e tanti altri soggetti stranieri.

Tante ipotesi, una era quella della contrarietà degli Stati Uniti a un governo in Italia, sostenuto dal partito di Enrico Berlinguer, che avrebbe probabilmente rimesso in discussione la presenza nel nostro Paese delle basi americane. Un’altra, l’Unione Sovietica non poteva consentire, che in un paese sotto l’influenza Occidentale, (in quel periodo la guerra fredda era ancora una realtà di divisione fra i due blocchi) il PCI poteva governare in maniera democratica, attraverso il consenso popolare, dopo tutte le vicende accadute, dalla fine della guerra, nei Paesi dell’Europa Orientale, sotto l’influenza sovietica.

I tentativi per salvare la vita ad Aldo Moro furono molti, tanti conosciuti ed altri rimasti riservati, ma non ebbero alla fine esito positivo. L’Italia si divise, come sempre in due, da un lato coloro che erano per una “trattativa umanitaria con le BR” e dall’altro il “il fronte della fermezza” per non cedere ai ricatti dei brigatisti. In questo contesto significativo lo scritto di Papa Paolo VI, che scrisse di suo pugno la storica lettera – appello, agli uomini delle Brigate Rosse, nella quale chiedeva “di restituire alla libertà, alla sua famiglia, alla vita civile l’on. Aldo Moro.”

Dubbi, incertezze, misteri e nuove rivelazioni, sono ancora presenti sulla “vicenda di Aldo Moro” e la volontà di ricercare la verità hanno favorito l’istituzione, determinata con la legge 30 maggio 2014, n°82, di una nuova “Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e sulla morte dell’on. Aldo Moro.” Tale Commissione deve concludere propri lavori entro due anni dalla sua costituzione, ed è composta da 60 parlamentari ( 30 senatori e 30 deputati), ed è presieduta dall’on. Giuseppe Fioroni.

Il compito fondamentale è quello di accertare: “ Eventuali nuovi elementi che possono integrare le conoscenze acquisite dalle precedenti Commissioni parlamentari di inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro; eventuali responsabilità riconducibili ad apparati, strutture e organizzazioni comunque denominati, ovvero a persone a essi appartenenti o appartenute.”

Ma quali possono essere oggi i nuovi elementi di conoscenza? A San Macuto, dove si riunisce la “Commissione Moro” è stato ascoltato in questi giorni, mons. Antonello Mennini (al quale Papa Francesco ha dato l’autorizzazione, essendo oggi Nunzio vaticano in Gran Bretagna) che nel 1978, era il confessore di Moro. Notizie particolari non sono emerse, salvo una importante novità sul “canale di ritorno” cioè la persona che poteva interfacciarsi fra BR e famiglia Moro. Al momento queste informazioni sono riservate.

Altri nuovi elementi di conoscenza vanno certamente individuati nel “mistero della Honda blu”, una moto di grande cilindrata, dalla quale si spararono colpi d’arma da fuoco verso un civile presente sulla scena del rapimento, di cui si ignora la proprietà. L’esigenza di verificare nuovamente il ruolo di Steve Pieczenik – esperto statunitense – consulente dell’allora ministro Francesco Cossiga, nel comitato di crisi, che avrebbe avuto comportamenti discutibili su tutta la vicenda Moro. Inoltre il ritrovamento di 18 cassette audio – registrate, mai ascoltate, avvenuto tra i reperti del covo brigatista, dove era tenuto nascosto l’on. Moro, in via Gradoli a Roma. Comunque sembra che una cassetta sia stata smarrita. Per il momento le cassette sono nella cassaforte della Commissione in attesa di conoscere e verbalizzare il contenuto.

Quindi c’è ancora tanto da scavare per ricercare la verità, che significa giustizia per il nostro Paese, ma soprattutto per la famiglia dell’on. Aldo Moro. Occorre, infine ricordare, come il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, nel discorso di insediamento, il 9 luglio 1978, a due mesi dall’assassinio di Moro, fece memoria dello statista scomparso sostenendo: “ Ed alla nostra mente si presenta la dolorosa immagine di un amico a noi tanto caro, di un uomo onesto, di un politico dal forte ingegno e dalla vasta cultura: Aldo Moro. (L’Assemblea si leva in piedi – Vivissimi, prolungati, generali applausi) Quale vuoto ha lasciato nel suo partito e in questa Assemblea. Se non fosse stato crudelmente assassinato, lui, non io, parlerebbe oggi da questo seggio a voi.”

Anche per questo, dopo 37 anni, ricordiamo la nobile figura di Aldo Moro.

Luciano Di Pietrantonio


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