

Portare i protagonisti della cultura nelle periferie romane è davvero una bella occasione per offrire spunti di riflessione
Me lo sono letto d’un fiato, l’ultimo libro di Marco Damilano Noi siamo i tempi. Sentivo l’obbligo morale di farlo in vista della sua conferenza al Centro Culturale di fronte alla mia parrocchia e perché, qual bravo pastore di anime che voglio essere, devo restare aggiornato su quanto accade nella politica e nella cultura di oggi.
Marco Damilano mi è particolarmente prezioso in questa occasione: è di lettura scorrevole – e questo non guasta – e soprattutto mi offre il punto di vista sulla Chiesa di chi non ne condivide credo e missione.
Non c’era motivo di dubitare della chiarezza e scorrevolezza dello stile, perché Damilano è giornalista di valore, già direttore dell’Espresso e ora conosciuto dai più per la costante presenza sulla “sinistra” RaiTre, come non avevo alcun dubbio che avrei segnato con la matita rossa alcune parti del libro. Riconosco però che sono pochi i rilievi da fare. Ne illustrerò qui solo un paio, sufficienti al mio scopo.
È solo per gioco che mi atteggio qui a professore. Non oserei correggere davvero un professionista di tanta fama. Posso solo asserire con sincerità che «Noi siamo i tempi. La Chiesa di Francesco e Leone nel mondo a pezzi» si legge con gusto anche in quelle parti che, scorrendo l’indice, mi aspettavo alquanto noiose. Si tratta di un’ampia panoramica, ma ricca di preziosi dettagli, sul papato di Francesco, nella quale si rimarcano somiglianze e distanze dai predecessori.
Sono molti gli eventi poco conosciuti a chi non è un assiduo frequentatore delle cronache ecclesiali, ma più interessanti ancora ho trovato i molti dettagli offertici sugli eventi più noti. La parte dedicata a papa Leone è inevitabilmente più breve, ma offre un accurato resoconto della sua vita e qualche prudente valutazione di quel poco che come papa ha finora operato.
Non recensisco libri, né per hobby né per mestiere. Vorrei condividere qui solo il mio punto di vista su come si parla della Chiesa in Italia; l’intento è farsi capire e capire, a mia volta, il vissuto di altre persone. Io ritengo prezioso più ciò che sembra dividerci, se non contrapporci, che quanto invece pensiamo ci unisca, perché è diventato intollerabile a molti, in questi nostri tempi un po’ strani, che esista qualcuno che osi pensare in modo diverso da quanto è scontato dogma all’interno del proprio cerchio di amici. Ognuno si lascia condurre dal proprio algoritmo per le notizie di cronaca e di politica, per poi chiudersi nel proprio salotto – o nel proprio ingresso/soggiorno/cucina – a predicare agli amici.
Accade perché non si sa o non si vuole sapere che sotto ogni idea che sposiamo c’è più vissuto emotivo che convinzione razionale, c’è in tutti nascosto un anelito puro alla gioia e alla libertà, più puro di certo del modo in cui riusciamo a esprimerlo e viverlo nella vita cosciente. Nel fondo più fondo dei nostri pensieri, retto o distorto, consapevole o relegato in qualche angolo buio dell’anima, c’è un sincero e innocente desiderio di felicità condivisa, di vera giustizia, a cui non mancano mai accenti di misericordia: è il timbro di Dio in ciascuno, o la natura dell’essere umano, per dirlo altrimenti.
Ciò che io odio, detesto, combatto e disprezzo è forse l’unico modo che l’altro ha trovato per vivere quel desiderio che abbiamo in comune. Questo è ciò che sempre viveva ed è ciò che ci ha con costanza insegnato papa Francesco. Ricordo lo sconcerto di molti miei amici credenti per i suoi rapporti amichevoli con Emma Bonino, ma è questa la ragione per la quale invece tanti lo amano, per la quale lo stesso Damilano ne scrive da fan. È il lascito di papa Francesco: l’esigenza di uno sguardo amorevole, solidale e accogliente per ogni persona, così come è o è diventata, dritta o piegata, santa o corrotta.
Quello che però può facilmente sfuggire, o che non si vuole proprio vedere, è il motivo di fondo che ha alimentato e condotto ogni suo discorso o azione, lo stesso motivo che ha mosso, in modo diverso ma con lo stesso traguardo, anche quei papi che Damilano sembra proprio non digerire: Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Voler ricondurre la Chiesa a schemi politici di destra o sinistra – già obsoleti persino in politica – non coglie l’intento della sua azione nel mondo, lo stesso intento del suo Fondatore: «vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Giovanni 15,11). Senza tener conto di Cristo e della fonte di gioia che in lui ogni credente vi trova, persino i più santi sembrano solo dei pazzi o al massimo dei benefattori un po’ fuori dalle righe. Senza Gesù non si capisce la Chiesa.
Non si dovrebbe scrivere di cronaca vaticana senza credere in Cristo? Magari fossero tutti credenti, ma posso solo sperarlo, non certo pretenderlo. Quando però si studia un fenomeno storico, un’associazione, un movimento, un’ideologia o una religione, è necessario che se ne condivida il credo e la vita, anche solo per le ore che si impiegano a scrivere. Se studi i fumetti di Superman, sarà necessario metter da parte per un po’ i libri di scienza e permettere al nostro eroe di volare tranquillo con addosso un mantello e un paio di mutande sopra al costume. Io all’esistenza di Dio ci credo con tutto me stesso e se tu non ci credi ne possiamo parlare. Se vuoi studiare e capire però la vita che faccio, almeno per un po’ sei tenuto a far finta di crederci profondamente anche tu, salvo chiarire nella prefazione la tua idea personale. È questo l’unico difetto che trovo nel libro.
È un difetto molto diffuso oggigiorno, che rimane invisibile quando si parla di quanto ha realizzato papa Francesco – ed è per questo ottima la sintesi del suo papato nel terzo capitolo – in quanto il linguaggio e le sue decisioni erano per lo più indirizzati a coloro che di più erano lontani dalla fede cattolica; ma si rivela in altre parti del libro un macigno che impedisce di riconoscere ciò che vive il popolo semplice dei veri cattolici. È questo ciò di cui qui mi rammarico.
Quando si parla della morte di Giovanni Paolo II, io ero lì in piazza e ho vissuto quei momenti di gioia e dolore. Il dolore della gente era profondo e sincero. Vivevo allora in seminario e, come tutti, stavo attento a ogni notizia sulla salute del papa. Quando si sparse la voce che fosse ormai in fin di vita, tutti, senza neanche sentirci, ci ritrovammo all’ingresso e insieme ci incamminammo verso san Pietro. In piazza c’era silenzio, un’unione di figli in attesa di notizie sul proprio amato papà, e tanta preghiera. Quando infine arrivò la notizia, tutti, senza dire parola, condividemmo la gioia di saperlo già in cielo e tornammo in seminario pregando il Rosario. Senza che ci fossimo messi d’accordo, quella sera non pregammo per lui, ma alla fine di ogni mistero del Rosario, dicemmo: «Giovanni Paolo secondo, prega per noi».
Il famoso striscione del «santo subito» fu preparato da un bel gruppo di giovani: non si pensava di forzare qualcuno, non vi erano trame nascoste, non si pensava ancora al conclave; era solo la gioiosa affermazione della propria certezza che quel papa era un santo, perché sin dall’inizio del pontificato ci aveva attratto con la sua forza e il coraggio, ma alla fine, con la sua malattia, ci aveva fatto innamorare di lui e di Dio. Del dolce e umile Benedetto XVI ho dato testimonianza in un breve articolo su Abitare a Roma e a questo rimando (3 gennaio 2023). Quel che sostengo, per farla breve, è che non riuscire a cogliere gli affetti di un popolo è peccato mortale per un giornalista.
Anche papa Francesco, a ben vedere, alla fine ne esce sminuito nell’indagine di Damilano. La selezione che viene fatta della sua azione pastorale è rivelatoria: le frasi fortissime contro l’aborto e l’eutanasia sono ignorate e così ogni argomento che non sia funzionale all’affermazione delle idee dell’autore. Non posso sapere se ciò sia fatto in obbedienza ai desideri del proprio partito oppure per esigenze personali, di non mettere in dubbio la rettitudine della propria coscienza. Lo sa solo Dio, perché anche all’autore, come a tutti, può sfuggire il perché delle scelte che ogni giorno facciamo.
Ricordo bene quel Family Day del 2007, in quei tempi tanto lontani, in cui Renzi e Prodi si fingevano ancora cattolici, sebbene quest’ultimo era già «cattolico adulto». Ricevetti qualche confidenza da Ruini insieme ad alcuni compagni e notai sulla stampa per la prima volta la differenza tra un popolo di Dio appassionato, anima delle parrocchie e dei movimenti, e un episcopato freddo e prudente oltre misura.
Al di là delle prese di posizioni politiche, sulle quali ha poca importanza la mia inesperta opinione, constatai allora qual fosse la reale forza del cardinale Ruini: una conoscenza precisa e accurata del mondo cattolico in ogni sua componente.
Furono molti tuttavia gli alti prelati che allora delusero il popolo e fu forse una delle ultime volte che Avvenire si sintonizzò col laicato credente più che sugli umori della sua padrona, la CEI. Non cogliere i diversi strati – non partiti e fazioni, ma strati di un’unica torta – e non distinguere gli ingredienti tra loro, non dà credibilità a chi vuole recensire la ricetta del dolce.
Questa iniziativa di portare i protagonisti della cultura nelle periferie romane è davvero una bella occasione per offrire spunti di riflessione a quei cittadini della nostra metropoli che raramente hanno tempo di fermarsi a pensare, oppressi dal disperato bisogno di tirare a campare; ma ancor di più è occasione imperdibile per far conoscere quelle persone, quelle fuori dalla ZTL, quelle che incontri negli oratori parrocchiali o nei bar del quartiere, e presentarle a coloro che non li incontrano mai, quei pochi che, forti della loro cultura e vicinanza al potere, si sono finora crogiolati in un mondo che a nessun altro appartiene, soddisfatti del plauso dei soliti pochi compagni di cultura e politica. È una storica occasione di vicinanza e amicizia reciproca. Per questo ringrazio di cuore chi ha avuto l’idea e in particolare chi vi ha per primo aderito: il giornalista Marco Damilano.
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