

È morto a 95 anni l'ex presidente della prima sezione penale della Cassazione. Protagonista di centinaia di annullamenti di processi di mafia e terrorismo, fu assolto dall'accusa di concorso esterno
Nato a Licata nel 1930, Corrado Carnevale è stato uno dei magistrati più discussi e influenti della storia giudiziaria italiana.
Un enfant prodige della toga: a soli 23 anni vince il concorso in magistratura e inizia una carriera rapidissima che lo porta, nel 1985, a diventare il più giovane presidente di sezione mai nominato alla Corte di Cassazione.
Da quella posizione, alla guida della prima sezione penale, per circa otto anni si trova a decidere sui processi più delicati e simbolici del Paese.
È in quegli anni che nasce il cosiddetto “metodo Carnevale”. La sua presidenza è segnata da un dato senza precedenti: tra il 1985 e il 1993 circa 500 sentenze vengono annullate o rinviate.
Per Carnevale il processo penale doveva essere una macchina perfetta, regolata da norme rigorose e insuperabili. Ogni vizio di forma, ogni incertezza nella valutazione degli indizi era sufficiente, a suo giudizio, a far cadere una condanna.
Sotto la sua scure finiscono decisioni di enorme impatto: ergastoli per l’omicidio del giudice Rocco Chinnici, condanne per la strage dell’Italicus, procedimenti contro esponenti della Banda della Magliana.
Pronunce che alimentano polemiche feroci e che gli valgono un soprannome destinato a restare nella memoria collettiva: il “giudice ammazzasentenze”.
Il contrasto più profondo è però quello con Giovanni Falcone. Carnevale è il principale oppositore del cosiddetto “teorema Buscetta”, l’impianto accusatorio che descrive Cosa Nostra come un’organizzazione unitaria e piramidale.
Per il magistrato siciliano, invece, la mafia è una sommatoria di gruppi autonomi, privi di una struttura centrale stabile. Una visione che lo porta a uno scontro durissimo con Falcone, accusato da Carnevale di agire come un “giudice sceriffo”.
Il punto di non ritorno arriva l’11 febbraio 1991. La Cassazione presieduta da Carnevale dispone la scarcerazione di 43 boss del Maxiprocesso per decorrenza dei termini di custodia cautelare.
La decisione provoca un terremoto istituzionale e politico, spingendo il ministro della Giustizia Claudio Martelli e lo stesso Falcone a intervenire con un decreto d’urgenza per riportare i detenuti in carcere.
Nel 1993 la carriera di Carnevale subisce una brusca frenata. Accusato da diversi collaboratori di giustizia di essere “avvicinabile” ai clan mafiosi, viene processato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Nel 2001 arriva la condanna in appello a sei anni di reclusione, che sembra segnare definitivamente il suo destino.
Ma l’epilogo è diverso. Nel 2002 le Sezioni Unite della Cassazione ribaltano la sentenza e lo assolvono con formula piena: “il fatto non sussiste”.
Secondo la Corte, i suoi annullamenti non erano finalizzati a favorire la mafia, ma erano il frutto di una interpretazione del diritto estremamente rigorosa, al limite, ma non penalmente rilevante.
Resta così una figura complessa e divisiva: magistrato di straordinaria preparazione tecnica, protagonista di una stagione in cui il garantismo più estremo ha segnato profondamente il rapporto tra giustizia, lotta alla mafia e opinione pubblica.
Un nome che continua a dividere, simbolo di una delle pagine più controverse della storia giudiziaria italiana.
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