Ahumm! 300 mila euro di buoni pasto per i dirigenti capitolini

Perché non destinarli ai servizi per la città?
di Nicola Capozza - 20 Novembre 2007

La legge finanziaria è passata. Sembrano aprirsi scenari di rigore dopo il vento della cosiddetta “antipolitica” e dei solenni proclami sulla riduzione dei costi nella pubblica amministrazione e degli sperperi in generale. E il sindaco di Roma, visto il suo nuovo ruolo nazionale, dovrà tenerne ancor di più conto. Non dubitiamo che Causi, assessore capitolino alle politiche economiche, in questa fase preparatoria del bilancio comunale 2008, stia operando nel rispetto del programma finanziario governativo.

Tuttavia, dare un ulteriore segnale, seppure piccolo, come quello di tagliare i “buoni pasto” ai dirigenti capitolini, riteniamo non sarebbe cosa sbagliata. Anche alla luce dell’enorme forbice esistente tra la busta paga della dirigenza (dai 90 ai quasi 130 mila euro annui) e quella del resto del personale (al massimo 30 mila euro annui per i super quadri con p.a.), tra le più basse d’Europa, secondo l’allarme lanciato di recente dalla Banca d’Italia.

Ma a quanto ammonterebbe il “taglio”? Il conto è presto fatto. Il bonus di 5,25 euro moltiplicato per 200 giorni lavorativi annui e per i 280 dirigenti fa quasi 300 mila euro da stanziare ogni anno in bilancio.
Diciamo 200 giorni perché il dirigente ha la possibilità di equiparare il numero dei buoni pasto a quello delle presenze. Infatti, per fare il pieno mensile dei “preziosi” buoni gli basta una sola timbratura e una semplice autocertificazione in cui dichiara di aver superato le otto ore di lavoro. Al resto del personale, invece, normalmente spettano due buoni pasto la settimana, frutto di altrettante protrazioni d’orario (le cosiddette “lunghe”) debitamente timbrate.

Ora, se proprio non si vuole alzare la miserevole quota dei buoni pasto ai dipendenti capitolini (i più “ricchi” dipendenti statali hanno buoni da 7 euro) perché, domandiamo, l’assessore non destina il “tesoretto” ai servizi comunali? Certo, una rinuncia spontanea da parte dei dirigenti faciliterebbe il tutto. Ma noi non ci speriamo. Specie dopo aver verificato che tra le richieste di rimborso del dirigente di un dipartimento per una missione in Cina, figurava la somma di 6,50 euro per la consumazione di un pasto. Si tratta, è bene dirlo, di una struttura dipartimentale che ha cinque dirigenti, tutti rigorosamente esterni all’Amministrazione (ormai non è più un’anomalia) e schierati nell’area del centro sinistra: un direttore (già consulente di Causi, nominato a 32 anni) e quattro dirigenti di cui uno presidente di una fondazione e altri tre presenti nel c.d.a. di aziende capitoline. E tutti, ovviamente, beneficiari di buoni pasto. Non vogliamo fare moralismi, solo sottolineare l’estremizzazione della cultura dei diritti da parte di persone non bisognose (e di centro sinistra) all’interno di un’Amministrazione di centro sinistra.

Se è vero, come dice Feuerbach, che “l’uomo è ciò che mangia”, in questo caso è proprio il contrario, e cioè che “l’uomo è ciò che non mangia” (col buono pasto).


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