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“Ai miei tempi”: giovani, teatro e resistenza in un’Italia che non investe più nell’arte

Una distopia ambientata nel 2084, ma che ha tutto il sapore dell’oggi

La compagnia White Rabbit, nata nel 2018 e fondata da Angelica Granato Renzi, Michael Moses Dodi e Adriana Papana, è un laboratorio artistico che ha deciso di non aspettare l’occasione giusta, ma di crearla. Con le proprie mani, con le proprie idee, con il proprio corpo.

Ci dicevano di aspettare il provino giustoracconta Angelicama noi non siamo artisti secondo la scelta di qualcun altro. Lo siamo perché siamo noi a scegliere di esserlo”.

Uno spettacolo che mostra il futuro (e ci fa paura)

In Ai miei tempi ci troviamo in un’Italia futura dove vige un nuovo regime totalitario. Una donna, Rachele (interpretata da Angelica), vive nell’ossessione della pensione e della fedeltà al potere.

Con lei, vive Briseide (Adriana Papana), moglie del figlio mandato al fronte, che subisce violenze in silenzio. Ma Rachele, accecata dalla propaganda, non riesce a vederla né a proteggerla.

Questo 2084 sembra portarci indietro in un mondo in cui una donna che denuncia un’aggressione non è la vittima, ma la causa della violenza. Un mondo che forse, ancora oggi nel 2025, sembra circondarci.

C’è anche Edda (Sophia Fresca), la migliore amica che Rachele allontana a causa della sua ossessione per il nuovo regime, e poi Antonio, il carnefice (Saverio Longo), Carlo (Michael Moses Dodi) e Gabriele (Cesare Ceccolongo), a completare un quadro che alterna momenti di comicità pungente a scene spietate, in cui si evocano TikTok e piattaforme streaming nel bel mezzo di un’Italia prigioniera di una nuova dittatura spietata.

Il presente sembra più fragile del futuro. E il teatro, qui, non solo lo denuncia: lo vive.

Giovani, indipendenti, irriducibili

Questi attori, questi autori, questi “artigiani dell’arte” non hanno strutture alle spalle. Si autofinanziano: scrivono, provano e lottano.

Autoprodursi oggi vuol dire libertàcontinua Angelicaanche se è dura. Ma vogliamo rieducare il pubblico a un’arte che sia vera, indispensabile, che porti al cambiamento. Come fa la recitazione a cambiare la società? Perché vedere qualcosa accadere in maniera completa davanti ai nostri occhi ci mette in una condizione di farci domande e metterci in discussione”.

E infatti il pubblico reagisce, sente, risponde.

Non è lo spettatore che deve cambiaredice ancoraquando il teatro è quello giusto, tutte le maschere crollano. E succede qualcosa di magico”.

Anche Michael Moses Dodi, interprete e coautore, sottolinea quanto conti avere uno spazio creativo libero:

White Rabbit per me è uno spazio sicuro. Possiamo dire qualcosa sul presente, parlare di verità. Servirebbero maggiori opportunità volte alla valorizzazione di voci di scrittori e scrittrici presenti in Italia dal grande talento ma spesso non valorizzate”.

Il personaggio di Briseide è centrale, e ha lasciato un segno profondo anche in chi l’ha interpretato:

Briseide mi ha insegnato la rabbia, quella più primitiva — racconta Adriana Papanae interpretarla è stato come urlare per tutte le donne che non possono più farlo. Nessuno ci può togliere la dignità.

È giusto il mondo in cui è nata? Questo personaggio mi ha dato l’adrenalina per lottare per la mia libertà, i miei diritti”.

Sophia Fresca, invece, alla sua prima esperienza con la compagnia, racconta il dietro le quinte fatto di fatica, errori e meraviglia:

Mi è stato trasmesso l’amore per quest’arte nella sua forma più autentica, un amore che va ben oltre la riuscita di un provino o il successo di una messa in scena. Perché anche quando il teatro sembra dimenticato, anche se nessuno volesse più entrarvi, la necessità di comunicare un messaggio è così potente da spingerti a farlo comunque, anche davanti a una sala vuota”.

Sophia ha chiaro anche il destinatario ideale dello spettacolo:

Porterei a teatro tutte le persone anziane del mio paese natale. Si aggrappano costantemente alla retorica del ‘ai miei tempi si stava meglio’ criticando la generazione ed il mondo contemporaneo.

Questa visione nasce da un ricordo parziale o idealizzato del passato ed assistere a uno spettacolo come questo potrebbe aiutarle a riconsiderare certi ricordi e a confrontarsi con il presente in modo più lucido e aperto”.

Teatro come atto politico

La forza di Ai miei tempi non è solo nel testo, ma nel gesto. Nel coraggio di sei ragazzi che non aspettano fondi pubblici, teatri stabili o l’attenzione delle istituzioni.

Che fanno arte con i mezzi che hanno, con un’urgenza vera. E che usano il teatro come forma di pensiero critico, di educazione collettiva.

“Se dovessi scrivere una storia che parla di questa compagnia — racconta Michael —la frase d’apertura sarebbe questa: dobbiamo distruggere il tiranno in noi per distruggere i tiranni là fuori”.

In un’Italia che taglia i fondi alla cultura, che chiude spazi e censura voci libere, il teatro indipendente diventa non solo arte, ma resistenza.

White Rabbit è giovane, vivo, irriverente. E se il futuro sarà davvero quello di Ai miei tempi, allora oggi più che mai c’è bisogno di queste voci, di queste storie, e di questo teatro che non fa sconti a nessuno, ma fa riflettere il suo pubblico.

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Un commento su ““Ai miei tempi”: giovani, teatro e resistenza in un’Italia che non investe più nell’arte

  1. Bellissime parole grazie da parte di tutta la nostra compagnia! Ci ha commosso tutto quello che hai saputo catturare di noi.

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