

Felice Levini, Giuseppe Salvatori e Esprimo, tre esposizioni gratuite con opere di grandi maestri e di molti artisti con fotografia, video, installazioni e scultura
Continua il processo di valorizzazione culturale dell’area dell’ex Mattatoio di Roma e adesso l’opportunità è quella di visitare ad ingresso libero ben 3 mostre d’arte contemporanea e di conoscere, in un unico ambiente, addirittura 10 artisti!
Nei padiglioni principali sono esposte fino al 21.04.2025 le mostre personali di Felice Levini e di Giuseppe Salvatori, due artisti compagni di carriera, che hanno condiviso anche il linguaggio artistico e poetico.
La mostra di Felice Levini (Roma, 1956) offre una lettura ironica del sistema-mondo che, refrattario a qualsiasi ordine, continua a persistere nel suo caos. Un insieme di lavori ci portano in quello che lui definisce un macrocosmo ordinatamente caotico, che viene rappresentato in modo particolare dai suoi grandi collage alla fine della sala e in alto lungo il corridoio.

La mostra di Giuseppe Salvatori (Roma, 1955) inizia con l’opera Centuria, che da anche il nome alla mostra. Si tratta di un insieme di 105 ritratti su legno trasformati e resi unici da motivi floreali. Il ciclo dei Toreri e la Gazza Ladra sono solo alcune delle altre opere nella mostra che vi invito a visitare.
Procedendo poi all’esterno verso quella che era la Pelanda dei Suini troviamo la mostra EXPRIMO, che raccoglie fino al 6.4.2025 una selezione di opere di otto artisti. Maria Adele Del Vecchio, Giorgia Errera, Teresa Gargiulo, Goldschmied & Chiari, Micaela Lattanzio, Numero Cromatico, Santiago Sierra, Catalina Swinburn, spaziano in forme artistiche differenti, che “esprimono” la loro creatività attraverso la fotografia, il video, le installazioni e la scultura.
Una serie di lavori differenti tra loro per genere e materia che catturano la nostra attenzione e stimolano la curiosità alla ricerca del senso nascosto.
E allora è il caso di inserire nei nostri programmi una visita alle esposizioni del Testaccio, non dimenticando di trovarci in un luogo davvero unico. Infatti il nome del luogo, che è anche detto in romanesco Monte de’ Cocci, deriva dalla sua origine materiale, essendo formato dagli scarti dei vasi di coccio (textae ossia «tegole», «anfore» o appunto «cocci»), accumulatisi nei secoli come residuo dei trasporti che dall’antico porto di Roma risalivano su per il fiume Tevere (Emporium).
Proprio i cocci di oltre 53 milioni di anfore in terracotta fanno sì che il monte costituisca un sito archeologico davvero unico nel suo genere.
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