

Forse è il momento di ripartire dall’ovvio, messo da parte negli ultimi tempi per andar dietro alle stravaganze straniere
A cosa serva scrivere di una delle tante manifestazioni che sfilano qui a Roma è da qualche giorno che me lo chiedo.
Mi sono deciso alla fine per quella del 27 settembre organizzata da Democrazia Sovrana e Popolare. L’ho scelta per i loro proclami, che sono di certo ovvie banalità, ma di cui nessuno ultimamente parlava.
Non sono molte le 5000 persone di questo corteo, tra i quali i leader: il giornalista Francesco Toscano e il politico Marco Rizzo (ex Partito Comunista Italiano, ex Rifondazione Comunista, ex Comunisti Italiani). Io lo vengo a sapere da un caro amico, che a sua volta l’ha saputo da Enzo Pennetta, con cui è in contatto dalla raccolta di firme per il referendum contro l’invio di armi all’Ucraina. Non ci vado, ma guardo le foto che l’amico mi invia, esamino attento su YouTube cosa accade e rifletto da casa.
Mi viene un’immagine in mente: don Camillo e Peppone che vanno insieme a braccetto per le strade di Roma. Destra e sinistra sono oggi solo etichette e dirsi dell’una o dell’altra è come quando a Natale fingiamo di avere per i giochi di carte una passione che manca del tutto nel resto dell’anno. Questo però tutti lo sanno. D’altra parte, per i funerali ci si incontra anche con chi non si è soliti frequentare e qui di un funerale si tratta.
Lo sanno tutti, infatti: l’Europa è morta. Persi di vista gli obiettivi per cui era stata fondata e rinnegato il proprio passato, non sa più verso quale futuro dirigersi e si sente costretta a importare da oltreoceano qualche idea stravagante, come la cancel culture e il politicamente corretto, pur di avere qualcosa da fare.
La morte dell’Europa è proprio banale, ovvia almeno quanto lo sarebbero le dimissioni – che però non avremo – di Ursula von der Leyen dopo l’ennesimo scandalo. Si procede di ovvietà in ovvietà nei comizi, ma ciò che è così ovvio ha spesso il pregio di essere vero.
«Disarmano la sanità per armare i cannoni»: vero. Mancano soldi per welfare, scuola e ospedali, mancano per le piccole e medie imprese italiane, ma 800 milioni di euro sono già pronti a partire per l’acquisto di armi.
«Uscire da questa UE è uscire da un inganno»: come non dar loro ragione? In piazza nessuno però pensa che un’Italia senza l’inganno europeo sarebbe un’Italia ancora più piccola, senza peso politico, succube delle decisioni dei paesi più ricchi. L’uscita dall’Unione è un rischio, se non si decide cosa si vuol diventare e come riuscire a respirare nella stretta tra una Russia diventata aggressiva e degli Stati Uniti a fare il bullo con gli amici di un tempo.
La Russia non s’interessa più a noi, guarda ad est, alla Cina, alla Corea del Nord e agli altri stati del sud-est asiatico; gli Stati Uniti ci considerano un’appendice a cui far pagare il proprio debito estero tramite dazi, gas a prezzo aumentato e acquisti di armi di sua produzione. Siamo nani per loro, si sa, e ciò non ci aiuta: i violenti rispettano solo chi è più violento di loro. Non so se Democrazia Sovrana e Popolare creda davvero di riuscire a incidere nella storia italiana, oppure brami solo di essere il nuovo servo dei soliti vecchi padroni.
L’Europa era nata per porre fine alle guerre e ora discute se armarsi e partire; nata per promuovere la democrazia, ora è in dubbio se rinunciare alla sua stessa ragione di essere. Aveva già rinunciato a ideali comuni per mettere insieme giacobini e cattolici, liberali e comunisti, e persino gli anarchici, ma non si può crescere senza profonde radici. Quasi mai la storia ci ha visto uniti, se non come parte di un regno più grande, prima nell’Impero romano e in seguito nel Sacro Romano Impero, che furono l’uno il rovescio dell’altro. Difficile trovar dei bei ricordi comuni da poter condividere.
Il modello capitalistico che abbiamo scelto, sebbene regolato dalle istituzioni politiche, si fonda su di una competizione aggressiva, il che non aiuta di certo all’unione di stati diversi. È prevalso infatti alla fine l’interesse di ciascuna nazione ed era diventato lampante già quindici anni orsono quando, approfittando di un momento di crisi, alcune nazioni s’accaparrarono per un tozzo di pane quanto di più prezioso aveva la Grecia, pronte a fare lo stesso per altre nazioni compresa l’Italia.
Quando le cellule prosperano a danno di altre, se il tumore trionfa, uccide l’organismo in cui vive e infine brinda con la morte al proprio successo. Facile da prevedere, banale da dire, duro da sopportare, eppure è successo: di tumore in tumore l’avidità ha ucciso l’Europa e l’avidità delle altre nazioni le impedisce ora di tornare a contare. Il risultato sotto gli occhi di tutti è uno stato allo sbando, una sanità sempre più in mano a privati e nessuno a cui rivolgersi per trovare riparo.
Quando i potenti di una nazione non hanno più alcun potere reale, chi governa e chi li contrasta rischiano entrambi un’unica sorte. Chi poi volesse prendere in mano il timone durante il naufragio, pensando di far meglio del predecessore, corre il rischio di vedersi addossata tutta la colpa. Non è proprio il momento di andare al potere, datemi retta.
I cortei in particolare ci servono per continuare a sperare. E io allora spero che sia ancora possibile andare insieme in piazza per il bene di tutti; spero in un’economia al servizio di tutti; e spero in una politica a favore di tutti, con una fraterna solidarietà tra classi sociali e tra nazioni vicine. Sono speranze, non sono utopie, e la speranza è virtù indispensabile per mettere in moto un cambiamento.
Forse è il momento di ripartire dall’ovvio, messo da parte negli ultimi tempi per andar dietro alle stravaganze straniere. Ciò che pensiamo banale sfugge con facilità ai nostri occhi, sempre in cerca di nuove emozioni.
Dire banalità può essere a volte un atto di rivoluzione. Non è ovvio, infatti, che si viva meglio quando non ci sono le guerre? Non è banale affermare che abbiamo bisogno di pace? Lasciatemi essere, per questa volta soltanto, ovvio e banale. Lo fossimo tutti, saremmo tutti più saggi. Davvero.
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