Bar, ristoranti e affari sporchi: la ’ndrangheta aveva una “succursale” a Roma

Definitive le condanne per il clan che controllava decine di attività commerciali

Con la sentenza della seconda sezione penale, viene certificata l’esistenza di una struttura mafiosa autonoma ma collegata ai mandamenti di Cosoleto e Sinopoli. La Capitale non era più solo terra di riciclaggio, ma sede di una vera e propria “succursale” operativa.

Le condanne: Carzo e Alvaro al vertice della “locale” romana

I giudici d’Appello avevano inflitto 18 anni di reclusione ad Antonio Carzo, indicato come uno dei capi della struttura mafiosa insieme a Vincenzo Alvaro. Condanne pesanti anche per i figli di Carzo.

Secondo l’impianto accusatorio, l’inchiesta ha svelato l’esistenza di una struttura mafiosa autorizzata direttamente dalla “casa madre” calabrese, una vera e propria “locale” di ’ndrangheta attiva a Roma, non più soltanto territorio di riciclaggio ma base operativa stabile.

Il “sistema Alvaro” e l’infiltrazione economica

Figura centrale dell’organizzazione è Vincenzo Alvaro, ritenuto il regista della strategia di infiltrazione economica nella Capitale.

Un profilo riconosciuto anche dai sodali per la capacità di costruire e controllare un vasto impero commerciale senza mai comparire formalmente nelle società.

Il metodo, ricostruito dagli inquirenti, si basava sull’uso sistematico di prestanome e sul continuo “resettaggio” delle imprese: società aperte, chiuse e riaperte per eludere controlli e indagini.

I proventi illeciti di narcotraffico ed estorsioni venivano riciclati attraverso bar, ristoranti e altre attività commerciali, utilizzate come vere e proprie “lavatrici”, con intestazioni fittizie spesso affidate a soggetti compiacenti.

“Una propaggine di là sotto”: le intercettazioni

Emblematiche le intercettazioni finite agli atti dell’inchiesta, nelle quali gli indagati rivendicavano apertamente il legame con la ’ndrangheta calabrese: «Noi a Roma siamo una propaggine di là sotto», dicevano, riferendosi ai mandamenti di Cosoleto e Sinopoli.

Nelle conversazioni emerge anche il timore — misto a rancore — nei confronti di magistrati e investigatori che avevano combattuto la ’ndrangheta in Calabria e poi proseguito il loro lavoro nella Capitale. Vengono citati nomi come Pignatone, Cortese e Prestipino, definiti “quelli che combattevano nei paesi nostri”.

Il processo continua

Mentre il capitolo del rito abbreviato si chiude definitivamente con la pronuncia della Cassazione, prosegue davanti all’ottava sezione penale del Tribunale di Roma il processo con rito ordinario, che coinvolge circa quaranta imputati.

In questo filone la Procura ha chiesto condanne per oltre 450 anni di carcere complessivi, per reati che vanno dall’associazione mafiosa al traffico di droga, dall’estorsione aggravata alla truffa ai danni dello Stato, fino al riciclaggio, alla fittizia intestazione di beni e al concorso esterno in associazione mafiosa.

Un quadro che conferma come Roma, per anni, sia stata teatro di una presenza mafiosa strutturata e riconosciuta, capace di radicarsi nel tessuto economico e sociale della città.


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