

In un memorabile concerto diretto dal Maestro Myung-Whun Chung nella Sala Santa Cecilia del Parco della Musica di Roma
“Quanto più la strapotente industria culturale trae a sé il principio chiarificatore e lo corrompe in una manipolazione dell’umanità … tanto più l’arte si pone come contrario della falsa chiarezza, oppone all’onnipotente stile attuale della luce al neon configurazioni di quell’oscurità che si vuole eliminare, e serve alla chiarificazione solo in quanto convince coscientemente il mondo, apparentemente così luminoso, della propria tenebrosità” (Adorno, Filosofia della musica moderna, Introduzione).
Il concerto al quale ho avuto la fortuna di assistere nella tarda serata di ieri, venerdì 13 gennaio, è sicuramente una delle migliori e più memorabili esecuzioni musicali che mai siano state poste in essere nella grande sala Santa Cecilia del Parco della musica, opera insigne e travagliata di Renzo Piano.
Il maestro coreano Myung-Whun Chung, ormai da anni di casa nel tempio romano della musica e nel frattempo assurto nel ristretto novero delle migliori “bacchette” a livello mondiale, ha posto nel programma, una accanto all’altra (o forse sarebbe meglio dire: l’una in contrapposizione all’altra), in successione temporale, due opere che, solo apparentemente, sono ispirate dalla medesima stagione, vale a dire la primavera e i riti che ne salutano l’avvento; in realtà non esistono composizioni più distanti e opposte tra loro (così vicine, così lontane, direbbe Wim Wenders) come La Pastorale di Ludwig van Beethoven (Sinfonia n. 6 in Fa maggiore op. 68, in 5 movimenti, del 1808), opera matura del celebre Maestro di Bonn, e l’ancora giovanile Sacre du Printemps (Sagra della primavera, quadri della Russia pagana, in due parti, del 1913) di uno dei più importanti creatori della musica moderna, il russo Igor Stravinskij. La prima rappresenta, secondo il musicologo Massimo Mila, il superamento, in Beethoven, della fase lancinante e spasmodica del titanismo eroico che aveva prodotto la Terza e la Quinta; con la Sesta “… l’animo di Beethoven … ascendeva alla contemplazione di supreme verità di ordine religioso. Era prima di tutto la Natura che gli rivelava il suo segreto”. Partendo da un semplice sentimento di ristoro, sostiene Mila, il cittadino si abbandona alle delizie della campagna, e “perviene ad afferrare il senso del divino che nella natura vive, secondo un afflato di panteismo che, elaborato nel Rinascimento, era allora in Germania magnificato dal genio di Goethe”.
Se questo è vero, mi pare necessario aggiungere che, tanto nelle precedenti sinfonie, quanto in questa Sesta e poi, ancor di più, nella Settima e nella Nona (La Corale), Beethoven esprime, nei suoi capolavori, la raggiunta e completa “soggettività”, intesa come libertà ed autonomia dell’artista rispetto al potere politico ed ecclesiastico, e anche come creatività nell’espressione del proprio profondo sentimento e “intuizione del mondo”, che rappresenta il massimo risultato del Romanticismo nei vari e differenti generi artistici (l’arte come spontaneo accordo di immaginazione e intelletto, in termini kantiani). Di conseguenza, più che la descrizione di una giornata di festa in campagna, articolata nei cinque movimenti che la compongono e che furono dall’autore stesso indicati come “momenti” della stessa giornata (e cioè: 1. Risveglio di impressioni gioiose all’arrivo in campagna, allegro ma non troppo; 2. Scena ai bordi del ruscello, andante molto mosso; 3. Riunione gioiosa di contadini, allegro; 4. Temporale. Tempesta, allegro; 5. Canto di pastori. Sentimenti di riconoscenza dopo la tempesta, allegretto), in altre parole gli eventi esterni, è piuttosto il flusso di coscienza nell’interiorità del soggetto che le note e gli strumenti (con la forte prevalenza degli archi) sottolineano armonicamente e coloristicamente, anche mediante una dilatazione di forme e tempi che, in qualche modo, prelude agli sviluppi successivi della musica ottocentesca e, in particolare, a quella “melodia infinita” tipicamente wagneriana. Uno sviluppo armonico che comunica all’ascoltatore un sentimento di appagamento e di serenità che il Maestro Chung ha voluto, con la sua direzione e con la scelta dell’accorpamento (senza interruzioni, quindi) del terzo, quarto e quinto movimento in un solo movimento, condurre al massimo livello possibile; “nobile semplicità e serena grandezza”, la possente romantica tensione verso l’infinito che si risolve nell’estatica contemplazione della pura bellezza.
Tutt’altra “musica”, invece, nella seconda parte del concerto: la “dis-tensione” generata dall’ascolto della Sesta beethoveniana si dissolve nel diluvio delle dis-armonie, delle dis-sonanze, dei ritmi forsennati, degli improvvisi “scoppi” di tuono, nei rivolgimenti e nei rovesciamenti che l’opera giovanile del maestro russo (con i suoi quattordici “quadri della Russia pagana” che prima preparano e poi consumano, con la danza finale, il sacrificio dell’Eletta) provocano nell’animo dell’ascoltatore, trascinandolo in una situazione di “angosciosa attesa” di un imminente terribile evento che coinvolgerà l’intera comunità.
Da quando io ho conosciuto, moltissimi anni fa, questa stupefacente composizione stravinskiana, è forse la prima volta che – in virtù di questa straordinaria esecuzione operata dal maestro coreano e del tremendo e visibile sforzo fisico al quale sono stati costretti (con grande soddisfazione ma anche sollievo finale) tutti i componenti dell’orchestra – ne ho percepito pienamente il senso recondito. Quel senso che, in una certa misura, viene (con linguaggio non sempre comprensibile) rivelato nelle pagine dell’adorniana “Filosofia della musica moderna (pp. 145 e segg.) dedicate all’opera del celebre compositore russo: “Il Sacre du Printemps … fu concepito … durante il lavoro su Petruska (il primo balletto di Diaghilev musicato da Stravinskij). Il che non è certo casuale. Nonostante tutto il contrasto stilistico tra il primo balletto, ammannito gastronomicamente, e l’altro, così tumultuoso, entrambi hanno in comune il nucleo, il sacrificio antiumanistico alla collettività; sacrificio senza tragicità, immolato non all’immagine nascente dell’uomo, ma alla cieca convalida di una condizione che la vittima stessa riconosce, sia con l’autoderisione che con l’autoestinzione. Questo motivo, che determina totalmente la condotta della musica, lascia l’involucro giocoso del Petruska per presentarsi nel Sacre con una gravità sanguinosa”. Oltre alla morte dell’armonia, è il sacrificio del soggetto, insomma, che viene celebrato nell’opera stravinskiana: la morte del soggetto, della sua libertà, della sua autonomia, della sua indipendenza da qualsiasi forma di potere. Ora, si badi bene (e nelle pagine seguenti del suo saggio, Adorno ce lo dichiara apertis verbis), questo sacrificio non riguarda la preistoria, l’epoca della Russia pagana, quanto piuttosto il presente, cioè l’anno e l’epoca in cui viene rappresentato il Sacre du Printemps (il 1913), un anno avanti lo scoppio della prima guerra mondiale, che è anche l’ultimo dell’espansione senza limiti del progresso economico generato dalla seconda rivoluzione industriale e che prelude al mondo globalizzato e perennemente sull’orlo della catastrofe naturale e dell’olocausto umano in cui viviamo oggi. La musica, e con lei tutte le arti, percepiscono questo enorme storico cambiamento e, trasfigurandolo con i mezzi propri di ciascuna, lo annunciano all’intera umanità. Le Sacre du Printemps, così come le coeve prime opere di Schoenberg, così come i vari movimenti artistici della prima avanguardia (cubismo, astrattismo, espressionismo, dadaismo, ecc.), ci parlano di un mondo nel quale non rimane spazio alcuno per la soggettività, per la libertà e la spontaneità del soggetto, sacrificato sull’altare dell’omologazione e della perpetua “coazione al consumo” determinata dalle cosiddette “leggi” (sarebbe meglio parlare di anarchia) del mercato globalizzato.
Ma, per ritornare al concerto di ieri sera, allo spettatore-ascoltatore, partecipe ed entusiasta per lo spettacolo realizzato dal Maestro Myung-Whun Chung e dalla formidabile orchestra di Santa Cecilia, non interessa il significato intrinseco e recondito riscontrabile, attraverso l’analisi estetico-filosofica, nella apparente dialettica contrapposizione della Sesta di Beethoven e del Sacre du Printemps di Stravinskij, quanto piuttosto la sensazione di conciliazione (con se stesso, con gli esseri umani, con la Natura) che la grande musica ancora generosamente offre.
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