

Viale Amelia, 4 settembre, ore 18:30. Nel parchetto che divide le due carreggiate del viale c’è un piccolo gruppo di persone impegnate ad organizzare una cerimonia piuttosto informale. Il parco è sporco e caotico come sempre; come sempre la sosta selvaggia delle moto quasi impedisce di camminare. Eppure oggi si respira festa nell’aria, anche se l’occasione certo non è delle più allegre: oggi sarebbe stato il quarantesimo compleanno di Rita Atria, testimone di giustizia oppostasi alla mafia ed ospitata nei suoi ultimi mesi di vita proprio dal VII Municipio.
Chi era Rita Atria? Nel 1985 viene ucciso a Partanna suo padre Vito, piccolo mafioso locale affiliato a Cosa Nostra. Rita – all’epoca poco più che undicenne – si lega molto al fratello Nicola, che le svelerà le trame criminali del piccolo paese della provincia di Trapani. Rita diventerà dunque, insieme a sua cognata Piera Aiello, depositaria di informazioni sensibili riguardanti i clan della malavita locale.
Alla morte di Nicola – anch’egli vittima di un agguato di stampo mafioso – sua moglie Piera decide di vendicarsi diventando testimone di giustizia. È a questo punto che anche Rita – al cui fianco è ormai rimasta solamente la cognata – decide di collaborare con lo Stato. Le loro confessioni porteranno all’arresto di numerosi esponenti della mafia locale. Entrambe ascoltate da Paolo Borsellino e poste all’interno del programma di protezione dei testimoni, diventeranno personaggi chiave della lotta alla mafia. Dopo la strage di via D’Amelio in cui persero la vita Borsellino e cinque agenti della sua scorta, Rita Atria, sconsolata e smarrita, decide di togliersi la vita gettandosi dal settimo piano di viale Amelia, 23, dove alloggiava in attesa del processo.
Il ricordo. Oggi la cerimonia è semplice ed informale, eppure gode del sostegno, oltre che dell’associazione Rita Atria, di Libera e DaSud, due tra le più importanti associazioni antimafia nel panorama italiano. Ci sono poche, pochissime persone davanti a quel numero 23 di Viale Amelia dal quale Rita Atria decise di farla finita. Tra i pochi presenti, Susi Fantino, presidente del VII Municipio che ha voluto ricordare che “Roma è piena di infiltrazioni mafiose. Infiltrazioni subdole, che si vedono meno rispetto a quelle cui ci ha abituati il cinema, ma comunque estremamente pericolose”. Nel corso della commemorazione ci sono stati momenti toccanti di lettura collettiva, durante i quali sono stati riletti i pensieri e le confidenze di Rita Atria. Dalla finestra si è affacciata l’anziana signora che attese insieme a Rita, agonizzante sull’asfalto, l’arrivo dell’ambulanza. Una rappresentazione teatrale tratta dal report “Sdisonorate” dell’associazione DaSud è stata messa in scena proprio davanti alla targhetta commemorativa.
Eppure c’è dell’amarezza nell’aria. Vedere che un simile personaggio sia ignorato da un quartiere che più volte ha dato dimostrazione della sua coesione dà un certo senso di sfiducia nelle istituzioni. Nessuna pubblicità per l’evento, nessuna cura per il luogo che segnò la fine di Rita Atria; solamente una piccola targa, quasi invisibile e spesso coperta da motorini e scooter che vi parcheggiano davanti, a segnare uno dei più importanti luoghi del quartiere. “Noi delle associazioni antimafia ci siamo quasi autoconvocati” fa notare il presentatore della serata, riferendosi ai pochi presenti.
Davanti a questa desolazione, in cui alla commemorazione partecipano solamente coloro che si impegnano direttamente in prima persona alla questione, cosa fa il VII Municipio? Cosa fa il VII Municipio per ricordare a tutti chi era Rita Atria? Uno degli intervenuti – a margine della propria lettura- ha fatto presente che “ci piacerebbe moltissimo che almeno un tratto di Viale Amelia diventasse “Via Atria”: perché non accogliere questa proposta? E ancora: quali misure concrete sono state prese per contrastare il fenomeno delle infiltrazioni mafiose nel VII Municipio?
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