Chi voleva morto Diabolik? il placet del boss, la trappola e la fuga del killer: ecco chi sono i mandanti

Dietro la morte di Fabrizio Piscitelli un incastro di interessi milionari legato al traffico di droga, la benedizione di un boss e una catena di ritorsioni a colpi di mitragliatore

L’ombra della criminalità organizzata sulla Capitale ha un nome, un luogo e un’ora precisa: Parco degli Acquedotti, 7 agosto 2019, ore 19:00. A distanza di anni, la Direzione Distrettuale Antimafia di Roma traccia il quadro finale dell’esecuzione di Fabrizio Piscitelli, alias ‘Diabolik’.

All’alba di ieri, mercoledì 9 settembre, Carabinieri del Nucleo Investigativo e uomini della Squadra Mobile hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal GIP del Tribunale di Roma verso 7 soggetti, accusati a vario titolo di omicidio aggravato dalle modalità mafiose, estorsione con armi da guerra, tentato omicidio e associazione finalizzata al narcotraffico.

Un’operazione che scoperchia il clima di omertà e sottomissione imposto sul territorio, confermato dalla prolungata reticenza di testimoni e fedelissimi del leader ultras.

L’alleanza criminale e la sentenza di morte

L’analisi di conversazioni ambientali e messaggi cifrati ha permesso agli inquirenti di delineare i ruoli d’incipit di tre figures chiave del panorama delinquenziale romano, considerate le menti del delitto:

Michele Senese (Il placet del boss): Il capoclan ha dato il placet definitivo all’eliminazione. Piscitelli, affrancatosi negli affari del narcotraffico insieme a Fabrizio Fabietti, versava al clan quote considerate irrisorie (appena 2.000-3.000 euro al mese) rispetto agli enormi profitti generati dalle piazze di spaccio.

Leandro Bennato (L’organizzatore logistico): Figura egemone nelle rotte della cocaina tra Tor Bella Monaca e la zona nord-ovest, intendeva cancellare il concorrente per estendere il proprio controllo sulla Tuscolana. Ha curato i sopralluoghi sul posto e protetto in fuga il killer Raul Esteban Calderon a bordo di uno scooter d’origine illecita.

Alessandro Capriotti (La trappola): Noto intermediario del settore, ha teso la trappola mortale fissando un falso appuntamento con la vittima su una panchina di via Lemonia, esponendo ‘Diabolik’ al fuoco del sicario mimetizzato da atleta.

La faida di sangue e i proiettili di Kalashnikov

Il movente profondo affonda le radici in uno scontro economico mai risanato. Capriotti, detto ‘il Fornaro’, aveva accumulato debiti per oltre 700.000 euro nell’acquisto di cocaina da narcotrafficanti albanesi. Piscitelli era subentrato con le maniere forti per esigere un rientro da 300.000 euro.

L’escalation toccò il culmine il 23 febbraio 2019 a Rocca di Papa: due emissari di Piscitelli scaricarono quattro colpi di Kalashnikov AK-47 contro l’ingresso della dimora di Capriotti, sfiorando la figlia minore del broker. Un atto che convinse il ‘Fornaro’ a stringere alleanza con Giuseppe Molisso e a decretare la fine del rivale.

L’assassinio al parco non ha però spento la scia di sangue. La fazione albanese fedele a Piscitelli, guidata da Elvis Demce, ha scatenato la caccia all’uomo contro la cupola rivale, dando vita a una catena di ritorsioni tra cui i tentati omicidi di Bennato, Molisso, Fabietti, Costacurta e il pestaggio del killer Calderon all’interno della struttura carceraria.

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