Con la forza della scrittura

Nella Casa di Reclusione di Rebibbia presentata "Non siamo soli", la raccolta degli scritti dei detenuti
Davide Dionisi - 8 Dicembre 2019

Il tema della solitudine fa da sfondo alla raccolta degli scritti degli ospiti della Casa di Reclusione di Rebibbia intitolata “Non siamo soli”.

Si tratta della quinta pubblicazione curata da Suor Emma Zordan, religiosa delle Adoratrici del Sangue di Cristo e volontaria nel carcere romano, ed evidenzia la difficoltà di sopravvivenza e il desiderio di amore di tanti ragazzi che ogni giorno lei stessa assiste ed accompagna nel difficile cammino di redenzione e di reinserimento nel tessuto sociale.

I racconti scritti da detenuti sono finiti, sparsi qua e là, in questo volumetto insieme a pensieri e autobiografie: forme note e già molto frequentate ma che assumono una veste diversa se gli autori sono dei reclusi.

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Artifici letterari sgorgati come reazioni ai riti afflittivi che imprigionano gli autori, i quali esprimono il disagio di persone in difficoltà a vivere.  È stata un’esperienza, quella promossa da Suor Emma che ha dato inchiostro e fogli a persone che, temporaneamente private della propria libertà, hanno avuto l’occasione di riflettere sulla loro vita, cimentandosi con la scrittura.

Una iniziativa che è stata interpretata come uno dei pochi mezzi per non troncare del tutto i legami con il mondo che sta fuori e non perdere la dignità e il rapporto con se stessi. Una dimostrazione che il lavoro dei detenuti si sposa con la riabilitazione e non con lo sfruttamento, e che si può tornare a vivere anche testimoniando il passaggio da un isolamento rabbioso e spaventato ad un’accettazione dell’essere, inaspettatamente e imprevedibilmente, lettore e scrittore. Scrivere diventa così una terapia che, attraverso il racconto autobiografico, consente di ritrovare agganci con un mondo separato.

Con una scrittura godibile e uno stile personale, vengono ripercorsi gli anni passati e la prospettiva “dall’interno” ci offre un punto di vista privilegiato sui detenuti e sulla realtà del carcere, un luogo che segue regole complesse, molte volte crudeli.

“La solitudine è un vissuto complesso” ha detto il Card. Giuseppe Petrocchi, arcivescovo de L’Aquila, rivolgendosi agli autori della pubblicazione che si sono ritrovati nel teatro del carcere per l’occasione. “Non bisogna identificare la solitudine fuori con la solitudine dentro. Si può essere soli fuori per circostanze particolari per cui vengono a mancare i contatti, ma dentro si ha la certezza di essere accompagnati, di essere vicini ad altri. C’è la consapevolezza che la propria sorte è condivisa e questa è una consapevolezza fondamentale” ha spiegato il porporato, aggiungendo che “Il problema è quando si è soli dentro anche quando non si è soli fuori. La solitudine dunque non è legata al regime detentivo e va sconfitta perché è una forma di asfissia. Si supera solo con la mobilitazione di tutti. Dobbiamo riscoprire l’arte di vivere insieme”.

Suor Emma conosce i sentimenti di chi vive in questo moderno lazzaretto e interpreta il ruolo del volontario partendo da una diversa angolatura. “Questi ragazzi hanno dimostrato di sapersi aprire, hanno scritto cose che non avrebbero mai detto. Gran parte dell’opinione pubblica ritiene che il carcere abbrutisca. Invece io penso che esperienze come queste gratificano. Continuo a misurami con loro ogni giorno e, devo confessare, che mi rendono più buona, capace di accogliere e di relazionarmi meglio anche in comunità”.

Secondo la Direttrice della Casa di Reclusione di Rebibbia, Nadia Cersosimo, “La scrittura è un veicolo importante, è un modo per far uscire fuori tanti sentimenti, tante riflessioni che in carcere a volte assumono un valore diverso ed è fondamentale che ci sia una proposizione all’esterno di queste testimonianze perché non solo serve come forma epurativa per i nostri detenuti, ma serve anche a far conoscere quanto di bene all’interno c’è”. Per la Direttrice “Mettere su un foglio bianco determinate parole è terapeutico, è una forma utile a chi vive ristretto della libertà personale”.

Tra le pieghe della pubblicazione ci si chiede se la vera utopia è credere che il carcere, così come è oggi, garantisce la sicurezza sociale e la rieducazione del detenuto, oppure costruire un ponte con l’esterno per far crescere una cultura della comprensione e del confronto, in modo da prevenire e diluire la criminalità. I contributi presentati, infatti, rivelano i lati bui della vita ristretta e regala al lettore l’opportunità unica di immaginarsi un’esistenza dietro alle sbarre. Gli scrittori hanno voluto mettersi a nudo nelle loro fragilità e debolezze in un contesto in cui contano il predominio e la forza. Ma “carta e penna” gli hanno fatto scoprire un nuovo mondo, li hanno motivati a cambiare vita, li hanno stimolati in maniera più incisiva a scegliere di vivere ispirandosi a principi positivi e soprattutto a scegliere di ricominciare.

La lezione più importante che hanno imparato da questa esperienza rimane quella di rendere partecipi gli altri di una sofferenza interiore. Per non rimanere mai soli.

 


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