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Coronavirus. Diario dalle periferie di Roma – 1

Cronaca di una Quaresima in Quarantena a Centocelle

È un caldo Aprile che allunga i giorni (e le notti) della quarantena anche a Centocelle, già problematica del suo, e che da un mese condivide il “Restate a casa” di Roma e di tutta Italia.

Da qualche giorno sto assistendo ad un “risveglio”: per l’aumento sensibile del traffico automobilistico e dei pedoni in andirivieni o in piccoli gruppi, in cui  si scambiano informazioni, dubbi, difficoltà sui decreti, i controlli, le necessità quotidiane.

Molti negozi sono e rimangono chiusi, altri, ritenuti di “prima necessità” come alimentari, frutterie, tabaccai, ferramenta, meccanici, pasticcerie, oltre alle farmacie e alle banche – quest’ultime, in misura ridotta – restano aperti: sono riconoscibili da lontano per le file di clienti in attesa, più o meno a distanza di sicurezza; mentre all’interno non è sempre realizzabile il distanziamento sociale prescritto dal Governo.

Esco, almeno due volte al giorno, per i  cento metri di andata e altrettanti  in ritorno concessi al mio cane; ovviamente con previa vestizione (cappello, mascherina, guanti) e stretto protocollo relativo all’uso delle due mani per prendere il guinzaglio, le chiavi di casa o il fazzoletto.

Così, osservo strade e cassonetti più puliti, assieme ai consueti segni di incuria e di cronica incapacità d’una parte della popolazione di rispettare le regole: dalla raccolta differenziata dei rifiuti fatta con estrema “fantasia”, a lasciare sul marciapiede le deiezioni per proprio cane come “portafortuna” per i passanti; da non indossare i guanti, o la mascherina, a cingerla a mo’ di collana, per poter fumare, telefonare o respirare meglio. Vedo bambini che giocano assieme, sotto lo sguardo dei genitori, spesso sprovvisti di mascherina, o altri più piccoli nel passeggino, accompagnati da padre madre e nonna.

Se penso però  alle case del nostro quartiere, molte piccole, molte senza balcone, cortile, giardino, parecchie abitate da anziani soli o da famiglie con bambini, credo sia difficile vivere  la quarantena a Centocelle, o al Quarticciolo! Meno pesante, forse, nei quartieri con spazi aperti e più verde. Ciononostante, so di famiglie, che con pazienza e fantasia,  grazie al dialogo e agli affetti ritrovati, trascorrono le giornate superando, o quantomeno limitando, il disagio di grandi e piccoli.

Certo, chi detta le regole e le norme preventive, non sempre rivela chiarezza, né uniformità sia a livello centrale, sia nelle circolari applicative locali; resta in “silenzio” – magari anche più efficace di tante parole – come gli Amministratori del nostro Municipio, e della  Città. Neanche per loro ritengo sia facile il mestiere, data la progressiva conoscenza del virus e l’evolvere della pandemia sul territorio nazionale, con differenze regionali importanti: ma non si può negare che spesso l’interpretazione della norma faccia  più confusione della norma stessa; che le concessioni date per  giuste esigenze (penso ai bambini) provochino un effetto domino; che alcune volte le eccezioni contraddicano la stessa regola (che gli anziani, soggetto più a rischio, possano fare brevi passeggiate, soli o accompagnati…).

In strada o alla finestra, assisto  a scene che sembrano venire da epoche passate: il cestino legato allo spago, calato dalla finestra per ritirare la spesa da amici o da vicini; chiacchierate dai balconi; chi va in terrazza per prendere aria, stendendo le lenzuola… Ricordi degli anni ’50!

Poi, dopo le sette di sera, si abbassano le saracinesche aperte, diminuisce il traffico dei furgoni e delle autovetture, spariscono passanti e cani. Cala un silenzio inconsueto, quello dei villaggi e dei quartieri di molto tempo fa; può intristire, ma anche far bene per rientrare in sé, nelle proprie relazioni e affetti, troppo trascurati per il “mestiere di vivere”.

Un silenzio che fa sentire  ancora meglio il passaggio di ambulanze, meno frequenti, per fortuna, dei giorni passati.

 

Maurizio Rossi    

9/4/2020

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