

Una delle opere più significative della letteratura della “migrazione”
Cristo tra i muratori, di Pietro di Donato, è libro di chiaro impianto autobiografico che si innesta a pieno titolo nella grande tradizione letteraria italo-americana del Novecento. Pubblicato in America nel 1939, insieme a Furore, la critica letteraria del tempo non esita a definirlo libro-evento dell’anno, preferendolo addirittura al romanzo di Steinbeck.
Dieci anni dopo Edward Dmytryk lo porta sullo schermo grazie ad alcuni produttori indipendenti (il regista è sospettato di attività antiamericane). Così Give us this day (questo il titolo del film), con una splendida Lea Padovani nei panni di Annunziata, complice il “tradimento” del testo imposto dai produttori con il lieto fine, fa aumentare in modo consistente le tirature del libro.
Ma le fortune del romanzo si fermano qui e Cristo tra i muratori (Christ in Concrete, alla lettera Cristo in Calcestruzzo) viene presto confinato tra la letteratura americana minore.
In Italia la sua riscoperta si deve all’editore salernitano Corbisiero che nel 2001 ne ha curato la ristampa per le edizioni Il Grappolo presentandolo in una vetrina importante come il Salone del libro di Torino. Sfida, questa, tanto più significativa se si considera che la letteratura di “migrazione” è stata quasi sempre frequentata solo in quanto fenomeno antropologico, di denuncia sociale, trascurando o relegando in secondo piano il valore strettamente letterario.
Ma veniamo alla vicenda.
Geremia, immigrato abruzzese capomastro di un cantiere edile, il giorno di venerdì santo del 1923 precipita da un’impalcatura e annega in una colata di calcestruzzo. Con lui svanisce anche il sogno di una nuova casa, condiviso per anni con la moglie Annunziata. Tocca allora allo zio Luigi, anche lui muratore, sobbarcarsi il peso e la responsabilità dell’intera famiglia (la sorella Annunziata e gli otto nipoti), almeno fino a quando un nuovo incidente sul lavoro non lo renderà per sempre invalido. Il vero protagonista del romanzo, però, è Paolo (verosimilmente lo stesso autore), figlio dodicenne di Geremia e Annunziata. Con la famiglia ridotta alla fame è proprio il ragazzo, nel suo vagare disperato per la città alla ricerca di un aiuto, a scontrarsi per la prima volta con l’indifferenza delle istituzioni. Le risposte che riceve sono perentorie: sua madre Annunziata non ha diritto ad alcun risarcimento perché Geremia non è cittadino americano (l’esito del processo sarà tutto dalla parte dell’impresa edile). Dal parroco, poi, punto di riferimento (evidentemente solo spirituale) della comunità degli italiani, non riesce che ad ottenere i resti del suo lauto pranzo. Paolo capisce che non ha scelta: per mantenere sé e la sua famiglia diventerà muratore, a dispetto della sua giovane età. Sarà la sua straordinaria capacità di apprendere, sostenuta da una insperata forza di volontà, a fargli conquistare da subito la benevolenza dei compagni di lavoro.
La descrizione del lavoro nel Cantiere (con la maiuscola, quasi moloch vivente) dove calce e mattoni, sudore e invettive sembrano schizzare fuori dal libro, come pure quella del “caseggiato” con i suoi squarci di grande umanità che Paolo, convalescente, scopre poco a poco insieme ai primi sussulti amorosi, sono tra le pagine più riuscite del romanzo. Pagine in cui, tra l’altro, risulta più evidente “la scelta delle parole e dell’ordine sintattico che ricreano il ritmo e la sonorità della lingua italiana” (F.L. Gardaphé nella prefazione all’edizione di Corbisiero).
Passano gli anni e il muratore Paolo, ormai diciottenne, lavora e frequenta la scuola serale. La crisi del 1929, malgrado le paure, non lo tocca: ora, lui e il suo amico Vincenzo, che lo ha adottato come un figlio, lavorano sui grattacieli, quasi simbolo di ascesa della loro condizione. Tutto bene, dunque, fino all’ennesima tragedia sul lavoro che stavolta vede vittima Vincenzo. Paolo torna a casa sconvolto. Nei giorni che seguono matura definitivamente in lui il rigetto della fede e quando Annunziata, preoccupata della sua crisi, gli porge il crocefisso, con grido liberatorio, Paolo lo spezza in due. Il libro si chiude con la morte di Annunziata tra le braccia del figlio.
Va detto subito che il romanzo, i cui limiti più evidenti vanno ricercati nei toni, talvolta enfatici oltre misura, non intende affatto coniugare il solidarismo cristiano con le istanze del socialismo. Infatti, nel mondo degli operai immigrati, al quale di Donato rivolge in modo esclusivo la sua attenzione, non c’è posto per le rivendicazioni sociali e la consapevolezza dello sfruttamento è vissuta silenziosamente, quasi in segreto. Ciò che conta è lavorare, non importa come, e portare i soldi a casa, coltivando la non assurda speranza che domani saranno proprio i loro figli a dirigere i cantieri, a divenire boss o perfino costruttori. Oggi, alla povertà e alla sofferenza, accettate come destino “proprio” e non mutabile, occorre sopperire con l’unico mezzo conosciuto: la solidarietà cristiana, ancorata ai lacci antichi e solidissimi di una civiltà contadina che nessuno si sogna di recidere.
Ma il gesto finale di Paolo segna la rottura definitiva (oltre che col mito cristiano), anche con la cultura della sopravvivenza dei padri, col mondo della superstizione e della magia (qui rappresentato dalla “Sciancata”) e testimonia, nel contempo, il rifiuto del “sogno americano”.
Forse il muratore italo-americano Paolo, diciotto anni, figlio di muratore abruzzese, adesso è davvero pronto a riscattare sé e i suoi compagni e a trasformarsi nel Metello pratoliniano, muratore fiorentino con coscienza di classe.
Pietro di Donato
Cristo tra i muratori
(tit. orig.: Christ in Concret, 1939)
Edizioni Il Grappolo
Mercato S. Severino (Sa) 2001
pp. 223 € 13,00
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