Municipi:

Da Hiroshima a un’Europa rinata

Siamo in un tempo di svolta, ma il modo in cui realizzarla si può solo deciderlo insieme. È questo il compito più urgente che ora ci attende.

L’anniversario della strage di Hiroshima e Nagasaki è una memoria infruttuosa, che non genera libri e articoli che facciano storia. Sono passati 80 anni da quel 6 agosto del 1945 in cui furono ridotte in cenere 129.000 persone e dal 9 agosto che ne arse altre 226.000, quasi tutte civili; moltissimi rimasero uccisi dalle radiazioni negli anni seguenti, mentre il mondo da allora vivrà e ancora vive nel terrore di autodistruggersi divorato dal fuoco. 

Nei libri di storia la disapprovazione sa più che altro di un dovere da compiere, mentre all’interno dell’aeroporto di New York è esposto l’aereo che distrusse Hiroshima a festeggiare di essersi in tal modo «assicurati la resa del Giappone» (cito dal sito della mostra). Non si nota segno di rimorso o di presa di coscienza, ma ciò che non viene compreso è destinato a sempre ripetersi.  

Hiroshima è stata solo l’inizio di una corsa a bombe sempre più micidiali, dalla Blue-82 usata in Vietnam, in Afghanistan e in Iraq, alla Bunker Blister sganciata su di un bunker di Bagdad dove si erano rifugiati duemila civili.

Se il genocidio nazista è sempre stato sotto gli occhi del mondo, altrettanto non è avvenuto per i crimini comunisti, né per le crudeltà delle democrazie liberali, tra cui quella degli Stati Uniti d’America.

D’altronde, noi italiani non possiamo ergerci a giudici: abbiamo addossato ai soli fascisti dell’ultima ora, i “repubblichini”, l’orrore delle leggi razziali e dell’Impero fascista e ci siamo inventati il mito degli «italiani brava gente» sorvolando sull’immenso consenso di cui godette Mussolini mentre era al potere.

Gli Stati Uniti d’America sono stati solo più efficaci di noi, come sempre: avevano dalla loro una certa esperienza, essendo già riusciti nel cinema a far passare da eroe chi sterminava gli indiani cattivi; non stupisce che si vantino della strage più insensata e crudele che la storia ricordi, un crimine contro l’umanità, un puro atto di terrorismo: l’uccisione deliberata di centinaia di migliaia di civili di una nazione già sconfitta e pronta alla resa. 

Il progetto della bomba atomica era nato per paura che i nazisti arrivassero per primi a realizzarla. Quando la Germania crollò, gli unici ancora a combattere erano i giapponesi, che non erano in grado di realizzarne una propria. Eppure il progetto andò avanti: per gli scienziati era un’occasione imperdibile per la loro ricerca di fisica atomica, per i militari era un sogno a portata di mano possedere un’arma così devastante da renderli di fatto i padroni del mondo. 

Non tutti gli scienziati tuttavia aderirono: Einstein rifiutò, Niels Bohr mise in guardia dalle sue conseguenze, ma quando si è in guerra sono i militari a decidere, e dietro di loro i politici, ed era impensabile rinunciare alla bomba dopo aver costruito enormi officine, impiegato 150.000 persone, ottenuto migliaia di nuovi brevetti e speso due miliardi di dollari di fondi pubblici, di cui rendere conto alle successive elezioni. L’unica paura era quindi che la guerra finisse prima di poterla utilizzare, in realtà. 

Con l’avvento di Truman l’iter ebbe un’accelerazione e l’istituita commissione di cinque ufficiali e tre scienziati militari decretò che la bomba dovesse essere usata al più presto, che si colpissero sì obiettivi militari, ma nelle immediate vicinanze di costruzioni civili, così da causare danno maggiore, e che la bomba si sganciasse senza alcun preavviso, né anticipazione della sua potenza di fuoco. Slealtà e crudeltà andarono insieme. 

Erano in corso da tempo iniziative da parte dei giapponesi per negoziare con gli americani una resa onorevole, ma le bombe andavano assolutamente testate: ne avevano infatti prodotte due di tipo diverso e gli USA decisero di usare su Hiroshima la bomba più piccola a base di uranio e su Nagasaki la bomba più grande a base di plutonio. Il confronto era importante e infatti, dopo le bombe, arrivarono sul posto i militari e i medici a raccogliere dati sugli effetti delle radiazioni. 

Le bombe non miravano adesso alla ormai certa disfatta dell’esercito nipponico, ma guardavano avanti, già al dopoguerra; vollero essere una dimostrazione di forza per il solo nemico che ora temevano e che era allora in veloce espansione: l’Unione Sovietica. La Seconda Guerra Mondiale era stata uno spartiacque: al suo termine gli USA arrivarono a produrre poco meno della metà del prodotto interno lordo globale e da allora poterono controllare l’economia attraverso la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. Non è mai abbastanza, però.

Gli uomini d’affari ebbero molto da festeggiare per molti decenni, ma per un po’ festeggiarono anche gli scienziati di Los Alamos alla notizia del «buon esito della missione» su Hiroshima. L’opinione pubblica li esaltava come «Titani». Robert Brode, un fisico americano, riferì:

«Certo, eravamo spaventati dall’effetto della nostra arma. Soprattutto perché non era stata rivolta… contro gli impianti militari di Hiroshima, ma proprio contro il centro della città… Ora era chiaro a tutti che anche noi avevamo fatto il nostro dovere. E noi stessi sapevamo infine che il nostro lavoro non era stato inutile. Io personalmente non provai nessun senso di colpa».

Erano diventati eroi. A Los Alamos arrivarono giornalisti e alti ufficiali che distribuivano decorazioni. Pochi ebbero dubbi o rimorsi di essere stati, come scrisse Theodor Hauschka in una lettera aperta a Robert Oppenheimer, «brillanti collaboratori della morte». L’11 agosto 1945 il governo giapponese offrì la resa incondizionata.

La profonda convinzione di essere sempre nel giusto è un tratto affascinante del popolo statunitense, la loro migliore arma di propaganda politica. Persino un medico giapponese presente a Hiroshima quel terribile 6 agosto non riuscirà a provare rancore verso coloro che gli avevano appena massacrato amici, colleghi e parenti. È per noi difficile riuscire a passar oltre ad avvenimenti tanto atroci con la stessa serenità degli orientali.

Michihiko Hachiya portò a lungo su di sé le conseguenze delle radiazioni e come medico ebbe a curarne a migliaia, eppure riporta nel suo diario, nel poscritto del 1952, queste parole per noi davvero incredibili:

«… venne a trovarmi il colonnello John R. Hall Jr… ci fu di grande aiuto materiale e morale per la ricostruzione del nostro ospedale… Il terribile inverno del 1945 fu meno duro grazie al loro aiuto… Quando penso alla bontà di quei soldati, sono indotto a ritenere che i propositi di rivincita si possono dimenticare…». 

Ecco l’incredibile caso di una cavia che ringrazia chi lo ha torturato per i suoi modi gentili e per la generosità di elargire gratis le medicine per le malattie con cui lo hanno infettato. Eppure aveva visto e scritto a pochi giorni dalla bomba:

 «Non esisteva più niente, ad eccezione di pochi edifici in cemento armato… Devastazione è forse un termine più esatto, ma in realtà mi mancavano le parole atte a descrivere il panorama che m’appariva dal mio lettuccio di ferro contorto nella corsia sventrata dal fuoco».

Soldi e gentilezza sono evidentemente sufficienti a dimenticare di avere davanti i propri carnefici.

Prima che la guerra scoppiasse, Gustav Jung aveva già previsto ciò che sarebbe da lì a poco accaduto: 

«Osservate i nostri diabolici mezzi di distruzione! Essi sono inventati da galantuomini assolutamente innocui, da cittadini ragionevoli e rispettabili che sono in tutto come noi desideriamo che essi siano. E quando tutto salta in aria, scatenando un indescrivibile inferno di distruzione, nessuno sembra esserne il responsabile… Ma poiché ciascuno si rifiuta ciecamente di vedere in sé stesso qualcosa di più della propria modesta e insignificante coscienza che compie scrupolosamente il suo dovere e si guadagna parcamente la vita, nessuno si accorge che tutta questa massa organizzata razionalmente, che ha nome stato o nazione, è spinta da una potenza  apparentemente impersonale, invisibile, ma tremenda che nessuno e nulla può frenare. Questa orrenda potenza viene di solito spiegata con la paura di una nazione vicina supposta in preda a un demone maligno».

Sono forze inconsce selvagge che la riforma protestante e l’epoca moderna avevano liberato abbattendo, sostiene Jung, quelle mura ecclesiastiche, fatte di dogmi e di riti, con cui i cattolici le avevano controllate da sempre. Si erano così diffusi inquietudine e terrore che trovavano sfogo in conquiste territoriali e scientifiche. 

Non so se la sua analisi colga davvero nel segno, ma certo è che i disturbi psichici non controllati si siano nel tempo rivelati più pericolosi di epidemie e terremoti. Nemmeno la Morte Nera, la più devastante delle epidemie conosciute, causò tante morti quanto una semplice divergenza di opinioni nel 1914 o quanto alcuni ideali politici in Russia negli anni immediatamente seguenti.

Finita la guerra, comunque, negli Stati Uniti l’atmosfera cambiò. In seguito alla «crociata degli scienziati», ai resoconti dei testimoni oculari e a un saggio come «Modern Man is obsolete» di Norman Cousins, lavorare alle bombe atomiche divenne un impiego infamante. Vi furono proteste violente da parte degli scienziati per fermare gli esperimenti del 1946 nell’atollo di Bikini, ma la bomba all’idrogeno che vi fu testata cambiò di nuovo le carte in tavola, con grande stupore di molti.

Quando si assiste a fenomeni naturali così impressionanti, è come se il cuore e la mente siano incapaci di elaborarli e si spengono; subentra una torpida indifferenza, un sentimento d’impotenza che cancella ogni senso di responsabilità personale. Einstein commentò: «L’opinione pubblica è stata illuminata sui pericoli della guerra atomica, ma non fa nulla per impedirla». 

Ad avere successo invece fu Louis Réard, che lanciò un costume da bagno in due pezzi chiamato «bikini»: il nome della laguna del Pacifico intossicata dalla radioattività non metteva alcuna paura, ma esercitava un inaspettato fascino.

Nell’indifferenza generale l’esercito ebbe da allora via libera per finanziare anche i laboratori delle università civili, guidando per decenni la ricerca scientifica. 

La Shoà ha messo in crisi il millenario pensiero religioso ebraico, portandolo a nuovi sviluppi; ha suscitato domande cruciali su Dio, l’umanità, la libertà e la coscienza; ha tolto la maschera dal volto di morte della modernità, immettendovi un anelito di pace e di uguaglianza, di rispetto di ogni identità religiosa e sociale.

Sul comunismo, nonostante i suoi crimini, aleggia invece un’aura romantica che impedisce la piena consapevolezza della falsità del suo mito, mentre capitalismo e democrazia sono oggi ancora saldamente intrecciati nella mente di molti, come se non potessero che esistere insieme, e questo è un fenomeno ancora peggiore; così continua la catena dei morti.

Le guerre di oggi non hanno ideali, fossero anche illusori come quelli sovietici, né seguono filosofie coinvolgenti, per quanto perverse, come quella nazista. Il dio che non abbiamo abbattuto, né messo da parte, è il dio del profitto, il dio in cui, sulle sue banconote, dichiara di riporre la propria fiducia la più grande democrazia del mondo attuale. 

L’espansionismo americano non si è fermato dopo il crollo dell’Unione Sovietica, ma ha cercato nuovi nemici contro cui affermarsi, l’ultimo dei quali è ora la Cina. Si è pronti alla guerra civile negli Stati Uniti, non appena si smette di avere un nemico all’esterno; un nemico comune unisce i più poveri, ai quali si fornisce così un capro espiatorio al quale addossare ogni colpa, con i ricchi capitalisti in bulimica fame di predominio e ricchezza. Dopo Hiroshima ci saranno infatti Corea, Vietnam, Panama, Iraq, Bosnia, Kosovo, Afghanistan, e ancora Iraq, Libia… e in ogni guerra gli Stati Uniti hanno inventato nuovi pretesti, perché ragioni morali o ideali non ne hanno mai avute davvero. 

«Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni» (Giacomo 4,1-3).

Che sia per l’avidità di un mondo senza Dio, o sia per effetto di una frenesia incontrollata dell’inconscio collettivo, l’Europa oggi è dilaniata tra il suo antico complesso di superiorità, che la chiude ai poveri che vengono a lei, e un recente senso di colpa, che porta al disprezzo della propria cultura, spingendola a una morte di inedia, un suicidio a base di aborto, eutanasia e infertilità ricercata.

Riflettere su Hiroshima, su Belgrado o la Libia e su ciò che sta succedendo oggi in Ucraina, svelerebbe agli europei la pulsione di morte e la nostalgia del passato dominio che li tormenta da tempo. L’Europa ha bisogno di cercare il perdono dalle colpe che non vuole ancora addossarsi. I cattolici hanno i loro preti per questo, ma chi non può ricorrere ad essi, non ha altri con cui cominciare un cammino di riconciliazione e di pace se non i poveri, i malati e gli sconfitti di ogni nazione. 

Dove i poveri sono accolti e protetti, ogni persona può dirsi al sicuro; dove chi è fragile, bisognoso o inutile vive con la stessa dignità di chi è abile e forte, non c’è l’avidità ad alimentare le guerre; dove chi bussa alla porta non è un ospite di cui liberarsi al più presto, ma un fratello e compagno di vita, a generare conflitti non c’è più la paura che trasforma in nemico chiunque si incontri ì. 

Un mondo di pace è un mondo accogliente. È così facile da sognare, ma difficile da realizzare fin quando non si riconosceranno quelle forze oscure che ognuno di noi porta chiuse nel cuore, fin quando non si darà a questa energia un compito a favore del bene comune, piuttosto che lasciarla vagare in cerca di chi divorare. Ciò che altrimenti ci aspetta è una guerra continua, frutto della rabbia di chi si crede circondato da soli nemici. Il mondo che si prospetta alla fine è quello di un unico solitario padrone di una terra devastata, in cui è re di sé stesso sopra una sconfinata montagna di morti.

Non è un destino segnato, è un binario da cui possiamo scartare. L’alternativa a un capitalismo individualista e sfrenato non potrà che passare dal riconoscersi soprattutto comunità, prima ancora che stato o nazione. La Terra si è fatta un po’ stretta: se qualcuno a prua si muove di scatto, a poppa si rischia di finir fuoribordo: certi nazionalismi da fine Ottocento sono diventati pericolosi ancora di più da quando l’avvento di internet li ha resi ridicoli.

Siamo in un tempo di svolta, ma il modo in cui realizzarla si può solo deciderlo insieme. È questo il compito più urgente che ora ci attende.

Le foto presenti su abitarearoma.it sono state in parte prese da Internet, e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione che le rimuoverà.


Sostieni il nostro lavoro indipendente
Anche un piccolo contributo fa la differenza

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Scrivi un commento