Dai fratelli Cervi al grande Aracri

Aldo Pirone - 5 novembre 2018

Il 31 ottobre 2018 il tribunale di Reggio Emilia ha inflitto 125 condanne per oltre 1200 anni di pena per scaturiti da “Aemilia”, il maggiore processo contro la ‘ndrangheta del nord Italia concentrata in Emilia Romagna con propaggini nel Mantovano. I numeri parlano da soli. Un processo di massa per un’infiltrazione di stampo mafioso in terre che una volta sembravano immuni da questi fenomeni. E lo erano perché il territorio era presidiato da una sinistra grande, popolare, radicata nella storia delle lotte operaie e contadine di quella regione ormai non più “rossa”.

Una volta si parlava di Reggio Emilia per il sacrificio e l’eroismo dei fratelli Cervi, per la Resistenza che e in quelle zone unì al massimo grado il riscatto nazionale a quello sociale e democratico, per la solidarietà che i mezzadri, i braccianti, i contadini e gli operai emiliani seppero sviluppare nel dopoguerra; per una democrazia partecipata diffusa, presidiata non solo da partiti di sinistra forti ma da un associazionismo sociale, culturale, economico e perfino ricreativo senza eguali di cui la “casa del popolo” ne era, insieme, simbolo e struttura portante.

Oggi di quelle terre se ne parla per l’infiltrazione e il radicamento della cosca calabrese grande Aracri di Cutro o per lo scioglimento del comune di Brescello, non perché assaltato dai fascisti come sarebbe potuto accadere negli anni venti, ma perché infiltrato dagli ‘ndranghetisti.

Se si vuole capire il disastro sociale e politico subìto dalla sinistra italiana, bisognerebbe analizzare quello che è successo nel tempo da quelle parti. Si avrebbe – al di là delle quotidiane geremiadi dei vari esponenti della odierna e ‘sgarrupata’ sinistra – materia per comprendere e, soprattutto, operare in direzioni diametralmente opposte a quelle seguite e perseguite in questi ultimi lustri.

L’assessore regionale del PD Mezzetti, di fronte alla sentenza di primo grado, ha dichiarato: “Se in passato ci sono state sottovalutazioni o superficialità di analisi rispetto alla penetrazione delle mafie nel nostro territorio, adesso in Emilia-Romagna nessuno si volta più dall’altra parte, negandone il pericolo. Chi lo dovesse fare si renderebbe complice di una realtà che non è più negabile”. A parte quel “se” che denota ancora una reticenza a riconoscere la disfatta e le sue dimensioni, c’è da registrare – stando alle parole di Mezzetti – che c’è voluta la conclusione del processo per indurre qualcuno, che evidentemente lo aveva fatto, a non voltarsi più dall’altra parte. Il punto è che i dirigenti del PD emiliani dovrebbero intendere come e qualmente l’infiltrazione è potuta avvenire. Scoprirebbero che, al di là delle canoniche e consolatorie “superficialità di analisi”, c’è il deperimento progressivo e costante di un bagaglio culturale, etico e ideale sostanziato da una prassi politica e sociale che certamente andavano profondamente rinnovati, ma che invece si è preferito dismettere.

Se si scorrono gli articoli, le dichiarazioni, le professioni d’intenti e di fede degli esponenti del PD in corsa o in standby per il Congresso, è tutto un fiorire – a parte i renziani tetragoni a ogni autocritica – di volontà e d’impegni di andare o tornare verso il popolo. Poi, però, i contenuti che possono rimettere in “connessione sentimentale” con il popolo, come sovente e nebulosamente, viene chiamato quell’indistinto ormai sconosciuto (anche in Emilia) non appaiono. Si ripetono sempre le stesse cose sulla “vastità” di schieramenti da creare; una vastità che più si invoca e più diventa, in mancanza d’altro, inversamente proporzionale alla riduzione delle proprie forze effettive. Mentre, nell’opposizione al governo pentaleghista, il PD non riesce andare oltre, essenzialmente, una contropropaganda renziana sciocca quanto inefficace. Anche perché, specie al Senato, i gruppi parlamentari sono stati fatti a immagine e somiglianza dello statista di Rignano.

Tutti insieme, al capezzale del PD, sembrano i confratelli della buona morte.

Aldo Pirone


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