I sei decenni dei Trattati di Roma: la nascita e il futuro dell’Unione Europea

Era il 25 marzo 1957, veniva sancita la nascita dell’Unione Europea, formata e sottoscritta da sei Stati: Germania, Francia, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo. Vedeva la luce il “Mercato Comune”, con l’idea fondamentale che “è quella che le persone, i beni, e i servizi possono circolare liberamente attraverso le frontiere”

Sono già passati sessanta anni dalla firma del “Trattato istitutivo della Comunità Economica Europea” (CEE) e il “Trattato della Comunità Europea per l’Energia Atomica” (EURATON), avvenuta in Campidoglio a Roma. Era il 25 marzo 1957, veniva sancita la nascita dell’Unione Europea, formata e sottoscritta da sei Stati: Germania, Francia, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo. Vedeva la luce il “Mercato Comune”, con l’idea fondamentale che “è quella che le persone, i beni, e i servizi possono circolare liberamente attraverso le frontiere”.

Oggi gli Stati che compongono la UE sono 27, dopo il referendum del giugno 2016 sulla “Brexit”, che ha determinato l’uscita della Gran Bretagna dalla Comunità Europea. Oggi l’Unione Europea, con i suoi circa 450 milioni di cittadini, è la “ terza realtà mondiale” per popolazione dopo Cina e India.

Come nasce questo anniversario che viene celebrato a Roma. da ventisette Delegazioni di Capi di Stato e di Governo? Rispondere non è semplice, ma ricordare la cultura giudaico-cristiana all’inizio del secondo millennio, e come “quella che nel medioevo era l’utopia della rinascita dell’impero romano, poi nel Cinquecento con Machiavelli diventa un equilibrio di stati sovrani. Da li successivamente il pensiero si evolverà passando per le menti e le penne illustri di Voltaire e di Mazzini, fino a scontrarsi con il momento più difficile della storia del nostro continente, ovvero la nascita dei populismi che si trasformarono in totalitarismi e la Seconda Guerra Mondiale. Proprio in quel periodo, nel 1941 quando il conflitto sembrava destinato ancora ad essere vinto dalle forze dell’Asse, alcuni illuminati personaggi del panorama intellettuale italiano, stendono quello che verrà ricordato comunemente come il Manifesto di Ventotene: “Per un’Europa libera e unita”, agosto 1941.

Ernesto Rossi
Altiero Spinelli

La gestazione di quest’opera, da parte di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, al confino sull’isola di Ventotene, durò all’incirca sei mesi e furono ispirati da un libro scritto da Junius (pseudonimo usato da Luigi Einaudi) pubblicato circa venti anni prima. Parteciparono alla stesura anche Eugenio Coloni e Ursula Hirschmann (moglie di Coloni, che rimasta vedova, sposò Spinelli), a questa eroica donna, di origine tedesca della borghesia ebraica di Berlino, si deve la diffusione del Manifesto di Ventotene a Roma e Milano, nei periodi difficili dell’Italia, e in condizioni di rischio per la propria vita. Il Manifesto è stato un essenziale documento che ha tracciato le linee guida di quella che è stata la carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

Finita nel 1945, la Seconda Guerra Mondiale, con la vittoria dei Paesi Alleati e la sconfitta la Germania nazista, le Nazioni europee hanno operato per la ricostruzione e la rinascita dei propri Paesi, e la diplomazia ha operato per creare in Europa nuove forme di convivenza. Dopo 12 anni, tra difficoltà e anche incomprensioni, ma con la volontà politica di salvaguardare pace, sviluppo, libertà e democrazia, e per non ripetere i tragici errori del passato, si arrivò alla determinazione di creare una “Nuova Europa” che si concretizzò, come fase iniziale, con i “Trattati di Roma”.

Nella storica “Sala degli Orazi e Curiazi” venne firmata, sessanta anni fa, la “Costituzione Europea”, e furono anche ricordati alcuni “Padri fondatori dell’Europa unita”, politici ispiratori di quel periodo storico che sostennero la nascente Comunità Europea con ideali, valori, motivazioni e coraggio.

Fra questi personaggi, Robert Schuman, ministro degli esteri francese, che invitava a guardare oltre le rovine lasciate dalla guerra e consapevole della necessità di iniziare con gradualità dalle iniziative possibili, “l’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme”. Per il presidente del Consiglio belga Paul Henri Spaak, “creare un Mercato comune ha un senso solo se si considera come primo passo, almeno lo spero, un passo decisivo compiuto con la volontà di salvare l’Europa dal declino.

Secondo Konrad Adenauer, Cancelliere tedesco, contento per stare al tavolo delle trattative con le potenze vincitrici, la rinnovata forza del suo Paese veniva ritenuta funzionale, perché “senza una Germania forte e libera, non ci potrà essere un rinnovamento dell’Europa”.

Alcide De Gasperi, apprezzato Capo del Governo italiano, pose non solo al suo Paese questo dilemma: “Ditemi un po’ quale mito dobbiamo dare alla nostra gioventù per quanto riguarda i rapporti fra Stato e Stato, l’avvenire della nostra Europa, l’avvenire del mondo, la sicurezza, la pace, se non questo sforzo verso l’Unione? O volete il mito della propria bandiera?”

Occorre dire con chiarezza e senza retorica che “L’Europa unita può essere considerata la più rilevante realizzazione del mondo occidentale, dal Dopoguerra ad oggi”. Questi i motivi: la quasi miracolosa composizione degli interessi tra nazioni prima belligeranti; il numero dei Paesi coinvolti; il progressivo equilibrio tra competenze comunitarie e sovranità nazionale; la composizione democratica dei diversi punti di vista; il rispetto delle diversità culturali e religiose; l’apertura agli Stati non comunitari; la libera circolazione dei cittadini; l’apertura agli immigrati e ai richiedenti asilo (anche se in questi ultimi anni, sono diventati problemi difficili e richiedono una risposta complessiva di tutta la Comunità Europea, perché si tratta di una situazione considerata e valutata epocale).

Un richiamo di attenzione deve essere rivolto alla Comunità, perché “l’Europa scommette sul progetto Erasmus per formare i cittadini di domani e l’impegno è dimostrato dalle risorse crescenti che la UE investe in questa direzione.” Quindi sempre più giovani in viaggio di studio fra gli atenei europei, perché dal 1988 al 2014 sono stati coinvolti circa 3,8 milioni di studenti, e l’Italia è il quarto Paese per numero di studenti all’estero, con una media di circa 30 mila all’anno. Per il periodo 2014/2020 il progetto coinvolgerà 2 milioni di studenti, 450mila apprendisti e 800mila insegnanti, con un budget complessivo di 14,7 miliardi. Sono numeri importanti ma l’Erasmus deve coprire fascie di giovani più ampie: è il futuro.
Nell’attuale contesto di globalizzazione, l’Ue può continuare a svolgere il ruolo avuto per oltre 60 anni? Per molti è tempo di puntare nuovamente sulle soluzioni nazionali (dimenticando la lezione che la storia ci ricorda del primo mezzo secolo del Novecento). Per altri, così verrebbe pregiudicato il futuro dell’Europa e dell’Italia, mentre è sufficiente intervenire per rimediare agli aspetti carenti e non più adeguati e potenziare quelli positivi. In questo senso non si può dimenticare il francese Jacques Delors, per due mandati presidente della Commissione all’insegna del motto: “La competizione che stimola, la cooperazione che rafforza, la solidarietà che unisce”. A lui è dovuta la lucida analisi dell’attuale fase di stallo della UE: “All’inizio il progetto è nato sulla scia dell’entusiasmo del dopoguerra, ma si è trasformato in un qualcosa di elitario, concentrato sulla parte economica”. Ecco perché serve nuovamente il supporto della politica.

L’appuntamento del 25 marzo 2017 a Roma, per l’anniversario della UE (in una città blindata e con i cortei nelle strade, oltre a convegni, incontri, veglie, ecc.), che in questa fase sembra carente di dinamismo, come è avvenuto in diverse fasi del suo percorso. Fuoruscire dall’Unione non sarebbe una soluzione: lo sarebbe invece l’impegno per il suo rinnovamento. Forse abbiamo dimenticato che pace, sicurezza e sviluppo sembravano obiettivi impossibili eppure sono stati raggiunti. Oggi si apre una nuova fase (anche se le prossime scadenze elettorali in Francia, Germania e Italia condizioneranno alcune scelte), che ha bisogno di visione, di risposte lungimiranti per affrontare le grandi sfide alle quali, da solo, nessuno Stato del nostro Continente, neanche il più forte, sarebbe capace di contrastare.

“In un mondo sempre più fondato su protagonismi di grandi dimensioni, di veri e propri giganti istituzionali – come sostiene il Presidente Mattarella – l’Europa non può rinunziare al suo ruolo, e alle sue possibilità di influenza, facendosi più piccola; traducendosi in realtà minori, destinate a essere quasi soltanto spettatrici delle decisioni globali.” Un monito, uno stimolo e un incoraggiamento per riscoprire le radici e lo spirito dei “Padri Fondatori” perché non possiamo considerare la UE, come un’ opera ormai compiuta, ma rinnovata e rilanciata.
Ecco perché è giusto ricordare i sessanta anni dei Trattati e l’incontro nella Città Eterna, può essere di buon auspicio per il futuro dei cittadini europei.

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