Donne: siamo fermi al secolo scorso?

Leggendo “Senza giri di boa", libro e spettacolo teatrale
Attilio Migliorato - 9 Novembre 2022

Faccio il mio primo colloquio di lavoro a 20 anni. Nel periodo di prova a Casal Bertone, senza assunzione, prendo il posto ad una scrivania vicino alla finestra. Di fianco ho una bellissima ragazza mora con i capelli lunghi, di fronte ho un bel ragazzo omosessuale. Ambedue simpatici e predisposti ad insegnarmi il lavoro.

La scrivania che ho preso in prestito era occupata da una ragazza, poi fidanzata, poi sposata, poi incinta, poi mamma.

Un giorno viene a trovarci con la bambina e il ragazzo di fronte a me inizia a ridere come un matto. Aveva davanti a sé una mamma che allattava, ancora un po’ in carne, con le labbra coperte da un bel rossetto, i capelli a messa in piega, non truccata. “Non ti riconosco più – gli dice – in due anni ti sei completamente “trasformata”.

La bella ragazza mora, di fianco a me, mi sussurra: “fa bene mia sorella “a  spassarsela” con il titolare, nubile e senza figli, almeno se la gode”.

Avevo 20 anni, ascoltavo, osservavo, non ho assimilato nulla di quanto accadeva.

Passo il periodo di prova e vengo assunto in una filiale distaccata. Responsabile di un ufficio, senza sapere ciò che dovevo fare. Quattro donne mie compagne di avventura, una sposata e tre nubili.

Il mio ricordo di quegli anni? I continui sguardi “molestatori” del direttore di filiale verso le quattro colleghe. I palpeggiamenti fugaci verso di loro. Gli inviti, singolarmente, nella sua stanza per il corteggiamento e toccatine forzate. La mia incauta entrata nell’ufficio del Gran Capo e… l’inaspettata o aspettata scena.

Avevo 21 o 22 anni, ho iniziato ad assimilare il concetto di come veniva trattata la donna.

Qualche anno dopo, anni 1980? Altra azienda e mi trovo a parlare con delle donne che lavoravano con me. Mi venne fuori una espressione infelice: “Se fosse per me, non assumerei mai una donna; peggio, non assumerei mai una donna/madre. Su un uomo puoi fare affidamento, una mamma ha altri problemi che non si possono conciliare con il lavoro quotidiano “.

Avevo 30 anni circa, mi hanno assalito, “mangiato” ed ho capito, senza diritto di replica.

Mi son pentito subito di quella frase, e non solo. Mi sono reso conto che avevo assimilato, negli anni, la parte peggiore e negativa di ciò che avevo più volte osservato e sentito.

Sono passati altri 42 anni circa.

Leggo sul treno Italo, Milano-Roma, un paio di capitoli del libro “Senza giri di boa“, delle parole pronunciate qualche mese fa da una imprenditrice: «Le donne – aveva detto – le prendo dopo i quattro giri di boa». Cioè dopo il matrimonio, i figli, il divorzio e i quarant’anni. «Così sono tranquille e lavorano h24».

Leggendo, mi sono reso conto che siamo fermi al secolo scorso.

Elena, che si ammala e durante i quattro cicli di chemioterapia pensa solo a tornare al lavoro, per non trovarsi ai margini tra i colleghi .

Claudia, disoccupata a 55 anni, e prima demansionata e minacciata per scarsa disponibilità, anche se la sera usciva dal lavoro alle 18,30.

Concetta, che mantiene le sue figlie da sola, ma non le vede mai.

Norma, 50 anni e due figli, e un solo giorno di congedo parentale preso nella vita, compensato da qualche… tranquillante.

Giorgia, archeologa/precaria che quando resta incinta non si vede rinnovare il contratto.

Anna, consigliera di Regione, il cui statuto non prevede che le consigliere restino incinte.

Rita, che a inizio pandemia scopre di essere incinta, a 40 anni, di due gemelli, chiede di non essere inviata a fare le riprese nelle terapie intensive della zona rossa. La conduttrice minaccia di licenziarla, ma per licenziarla la deve prima assumere, meglio non rinnovarle il contratto in scadenza.

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