Dopo una pausa di riflessione l’ex responsabile dell’urbanistica romana querela chi lo ha denunciato

Qualche utile precisazione sui fatti. Un articolo di paolo Berdini su il manifesto del 16 giugno
da il manifesto - 17 Giugno 2008

Pubblichiamo, riprendendolo dal sito Eddyburg un articolo di Paolo Berdini, pubblicato su il manifesto del 16.giugno 2008 .

Risale a quarant’anni fa il processo intentato dalla potentissima Società generale immobiliare contro l’Espresso di Arrigo Benedetti per la campagna di denuncie di Manlio Cancogni sul sacco di Roma. Qualche giorno fa, l’ex assessore all’urbanistica di Roma ha querelato Report di Milena Gabanelli per il servizio sull’urbanistica romana firmato da Paolo Mondani.

Nella lunga memoria che accompagna la querela si affrontano molte questioni con una singolare premessa. Si contesta nel metodo la trasmissione perché affermava esplicitamente di voler parlare del nuovo piano regolatore e ha fatto invece vedere vicende precedenti al 2006, anno di approvazione del nuovo piano. Eppure è lo stesso assessore ad affermare che il nuovo Prg “è stato già attuato al 77%”. Evitiamo in questa sede di chiedere attraverso quali misteriosi poteri un piano appena approvato sia già pressoché concluso. Stupisce però la contestazione: per quindici ininterrotti anni ci siamo sentiti ripetere che il pianificar facendo era la chiave di volta della nuova urbanistica romana, poiché ogni intervento anticipava il nuovo disegno urbano. E ora che una breve trasmissione fa vedere il disastro urbanistico della città ci si offende perché non si è parlato del futuro! E’ il presente, purtroppo, che spaventa.

Nella stessa memoria si continuano inoltre a citare come straordinari successi cose assolutamente inesistenti. Vediamo. Si dice che le cubature previste nelle centralità urbane sono state ridotte in modo drastico. Non c’è stato nessun regalo alla rendita fondiaria, dunque. Ma non è affatto vero. Le due più grandi centralità ancora da attuare, Romanina e Madonnetta, avevano una destinazione pubblica nel precedente piano regolatore. Servivano insomma per costruire un liceo o un ospedale. Il nuovo piano regolatore ha trasformato quelle cubature da pubbliche a private. Le volumetrie sono state diminuite ma era il minimo che si dovesse fare e comunque sono state garantite enormi fortune private. Del resto, è lo stesso proprietario di Romanina a confessare a Report di aver acquistato nel 1990 l’area per 160 miliardi e che essa ne vale oggi 5 o 6 volte di più. Analoga vicenda vale per la centralità della Bufalotta. Anche in questo caso si afferma che le cubature sono state ridotte senza pietà per la proprietà fondiaria. Grazie tante. In quell’area si potevano fare soltanto capannoni e magazzini. E’ solo con uno degli infiniti accordi di programma che quelle stesse cubature –diminuite di poco- sono diventate ben più remunerative destinazioni commerciali e residenziali. Il fatto è che a Roma ci sono stati in questi anni due assessori all’urbanistica. Uno è quello “ufficiale” che oggi si avventura in una temeraria querela. L’altro era addetto agli accordi di programma e ne ha concretizzati molte decine, sempre in variante e sempre con il consenso di tutta la giunte municipale.

Eppure, si continua ad affermare che in questi anni alla rendita immobiliare sono stati inferti colpi devastanti. Negli anni del sacco di Roma è invece avvenuta un’inedita affermazione dei costruttori e immobiliaristi romani. Francesco Gaetano Caltagirone oltre a possedere Il Messaggero e il Mattino di Napoli siede nel cda del Monte dei Paschi di Siena. Un esponente della famiglia Toti siede nel consiglio di amministrazione di Rcs. Bonifici ha rilanciato e potenziato il quotidiano Il Tempo. Un costruttore romano, infine, è a capo dell’associazione di categoria nazionale. La rendita ha dunque trionfato. E non poteva essere altrimenti, perché negli anni del precedente governo Berlusconi, Roma insieme all’Istituto nazionale di urbanistica ha appoggiato convintamene la devastante legge Lupi che consegnava alla proprietà immobiliare il destino delle città.

Ancora. Per giustificare il diluvio di cemento che è stato inflitto alla città (70 milioni di metri cubi per una città che non cresce demograficamente!) abbiamo ascoltato in questi anni fino all’ossessione che erano “stati vincolati per sempre 88 mila ettari di preziosa compagna romana”. Stavolta il falso era stato svelato dallo stesso comune di Roma. Fin dal 2002 l’assessorato ai lavori pubblici aveva infatti pubblicato uno studio sullo stato della città che certificava che erano rimasti liberi 80 mila ettari sui complessivi 129 mila. Eravamo in una data precedente all’approvazione del nuovo piano regolatore e dunque già si partiva da una quantità di campagna romana ben più piccola di quella sbandierata. A seguito della edificazione dei previsti 70 milioni di metri cubi di cemento verranno consumati non meno di 15.000 ettari di suolo. Resteranno vincolati a campagna romana 65.000 ettari di territorio: 23.000 in meno di quelli spudoratamente sbandierati.

Ma il cemento non vola via con i mantra, e i romani, mentre ascoltavano gli effetti annuncio di un futuro di verde, vedevano quotidianamente spuntare le gru del delirio di cemento armato che ci è stato propinato. Così hanno voltato le spalle a questa dissennata urbanistica. Molta parte della sconfitta elettorale sta qui. Basta guardare il voto in luoghi come Finocchio, dove a uno dei furbetti del quartierino è stato permesso di fare tutto ciò che voleva. O quello della Bufalotta, illusa di un meraviglioso destino e poi lasciata cinicamente nelle mani del mercato.

E infine. Nella periferia metropolitana di Roma, sono stati aperti in pochi anni ventotto giganteschi centri commerciali. Gran parte di essi sono sorti in deroga al piano regolatore utilizzando il grimaldello dell’accordo di programma. Sono dislocati per lo più lungo il grande raccordo anulare e impoveriscono le periferie perchè cancellano quel tessuto di piccolo commercio che è il principale connotato della vita urbana.

Pochi mesi fa, un gruppo di persone che attendeva lo scuolabus è stato investito da un’auto. E’ accaduto a Fiumicino, periferia abusiva metropolitana. Non c’era neppure un marciapiede di protezione e sono morti tre bambine e due mamme. A trecento metri brillano le vetrine del “Da Vinci”, uno dei più grandi centri commerciali d’Europa, nato, come ovvio, attraverso accordo di programma. Centinaia di ettari di terreno agricolo sono stati destinati ad edificazione. I proprietari dell’area hanno guadagnato in un solo colpo qualche centinaio di milioni di euro. Questa immensa fortuna privata non ha neppure prodotto il miracolo di realizzare un marciapiede che avrebbe potuto salvare cinque vite umane. Sono stati accesi tanti megastore e si è spenta una città intera.

Quarant’anni fa era la più potente società dei costruttori ad intimidire la stampa. Oggi è un personaggio della politica traghettato senza traumi dalla sinistra storica al centro che se la prende con una delle più libere e autorevoli espressioni del giornalismo nazionale. E’ un segno dei tempi su cui varrebbe la pena di riflettere: in entrambi i casi c’è di mezzo il sacco urbanistico di Roma.

L’articolo è uscito su il manifesto del 17 giugno 2008, col titolo Le gru del delirio del cemento armato a Roma


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