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Droga e cellulari in carcere a Rebibbia, le consegne anche con i droni

Il gruppo aveva messo in piedi anche un tariffario per le consegne più strutturate

I clan della Camorra napoletana hanno escogitato un sistema sofisticato per fornire regolarmente le carceri, creando così una sorta di anti-Stato dietro le sbarre. Ai detenuti amici e a quelli che pagavano, infatti, si preoccupavano di far arrivare in carcere telefonini e droga. I primi servivano per tenere i contatti con l’esterno, e molto spesso per commettere anche altri reati.

Si tratta di telefoni usa e getta, difficili da intercettare. Con la droga, invece, i boss facevano sentire la loro presenza e accrescevano il loro potere. A raccontarlo sono due distinte indagini che hanno portato complessivamente all’esecuzione di 31 misure cautelari firmate dalla Procura di Napoli.

La Camorra è riuscita a gestire il business delle consegne in 19 carceri, tra cui anche la casa circondariale di Rebibbia. I rifornimenti avvenivano anche e soprattutto con droni con tariffe precise: mille euro per consegnare uno smartphone, 250 euro per un telefonino abilitato alle sole chiamate vocali e 7000 euro per mezzo chilo di droga.

Tra il 27 e il 28 gennaio 2022, come è stato ricostruito dal procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, e dagli uomini della polizia di Stato, del Nic della polizia penitenziaria e del ros dei carabinieri, il gruppo aveva caricato un drone con 15 mini-phone, 30 schede sim della Lycamobile (un operatore di telefonia mobile virtuale ndr), 6 smartphone, un telecomando, 21 carica batterie, un cacciavite e due casse acustiche, oltre a sei panetti di hashish. La consegna però saltò per le avverse condizioni metereologiche, il drone viene intercettato e il carico sequestrato.

Tra il 30 e il 31 gennaio dello stesso anno, il gruppo si era invece organizzato per portare a Rebibbia con il drone 5 smartphone, 7 microtelefoni, 21 sim card, 5 carica batterie per smartphone, 11 cavetti per carica batterie, due paia di auricolari e quattro panetti di hashish.

Il gruppo lavorava per consolidare il prestigio e il predominio criminale delle organizzazioni collegate al cartello dell’Alleanza di Secondigliano, come il clan Licciardi, delle famiglie Contini, Mallardo, Lo Russo, Vanella-Grassi, Moccia e del gruppo camorristico Amirante-Brurentti-Sibillo. Con le consegne, chi era in carcere e riceveva quei favori, una volta fuori sapeva a chi dire grazie.

Secondo il procuratore Gratteri l’operazione richiama l’attenzione urgente di mettere in sicurezza le carceri italiane con dei jammer, strumenti tecnologici per disturbare le frequenze, per contrastare le organizzazioni criminali che utilizzano i droni modificati per contattare direttamente i detenuti e permettere comunicazioni con l’esterno e lo spaccio in carcere. Si tratta di un problema nazionale, osserva il Procuratore, “un jammer costa 60.000 euro. Si potrebbe partire dalle carceri più grandi d’Italia, come Secondigliano, come Rebibbia, Milano Opera, e poi pian piano attrezzare tutte le carceri; quantomeno dove c’è l’alta sicurezza”.

“In ogni carcere ci sono cento telefonini – afferma Nicola Gratteri, ricordando di aver già lanciato l’allarme in passato – le indagini fatte da noi riguardano detenuti in 19 carceri. Abbiamo sequestrato qualche centinaio di telefonini, ma se in questo momento ci sono oltre 200 carceri in Italia, immaginate quanti telefonini ci sono in giro”.

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