

Con lui scompare uno dei maggiori autori italiani della satira e del fumetto
E’ morto Angese (nome d’arte di Sergio Angeletti), uno dei più grandi vignettisti italiani. Se n’è andato martedì 12 febbraio, colpito da un male incurabile scoperto appena tre mesi prima. Chi non ricorda Il Male, il settimanale che tra gli anni settanta e ottanta, inaugurò la nuova stagione della satira e della fumettistica politica italiana? Che dire di quella squadra straordinaria formata da Angese, Jacopo Fo, Vincino, Pazienza, Vauro, Zac?
Tempi davvero esaltanti. Le vignette di Angese compaiono su Linus, Tango e Cuore (supplementi del l’Unità), su L’Espresso, su Satyricon (supplemento di La Repubblica), su Zut. I suoi bersagli sono soprattutto la Dc e il Psi di Craxi e Martelli, le vicende di tangentopoli, la crisi dei partiti politici. Angese si afferma come uno dei maggiori vignettisti satirici italiani. Ma il personaggio è troppo scomodo e, per di più, non accetta censure.
Gli ultimi anni, per il geniale artista romano, esule volontario in Umbria, sono stati perciò anni duri: solo poche collaborazioni e tante porte sbattute in faccia.
“Le grandi testate per le quali disegnava lo hanno via via cacciato perché non riusciva proprio ad arruolarsi nel manierismo leccaculo dominante”. Forse la chiave del silenzio di certa stampa sulla sua scomparsa, anche a dispetto del dovere di cronaca, sta proprio qui, nella commovente testimonianza che l’amico Jacopo Fo gli rende sul suo blog.
Io, da parte mia, ricordo l’Angese, ma soprattutto l’Angeletti Sergio compagno di scuola ai tempi della maturità al “Gioberti”, agli albori del ’68, quando agli esami si portavano tutte le materie e si studiava davvero. Ricordo quel ragazzo alto, occhialuto, che aveva scelto l’ultimo banco solo perché da lì (l’abbiamo capito dopo) godeva di un osservatorio più ampio. E proprio lì, infatti, in quel banco un po’ scomodo per uno della sua statura, sono nate le prime caricature dei suoi compagni e di professori come “er Fantauzzo”, De Propris, Passalacqua, Troja. Che non facevano sconti a nessuno e non interrogavano mai sulla lezione del giorno, ma sempre sull’intero programma. E guai sentirsi al sicuro solo perchè si era stati interrogati la lezione precedente. Sergio, complice il suo pennarello, diventava allora vindice dei “misfatti” di quei professori ai quali, tuttavia (anche questo l’abbiamo capito dopo), i loro allievi debbono ancora gratitudine.
Ragazzo silenzioso, un po’ schivo, mai una parola sopra le righe, difficilmente si vedeva con qualcuno fuori della scuola, tanto meno con le nostre compagne della sezione C. In questo era molto più serio di noi, forse più maturo. Non aveva amici del cuore, non faceva parte di “gruppi” o “alleanze”, che pure esistevano. Era assolutamente indipendente e perciò libero di assumere le posizioni che, di volta in volta, gli sembravano più giuste. Malgrado gli sforzi non lo ricordo protagonista di alcuna lite o discussione con compagni o professori.
Dopo la maturità l’ho perso di vista. Solo una volta sono stato sul punto di incontrarlo ai tempi della sua collaborazione con Paese Sera, allorché mi recai in redazione per far visita al compagno (si dice ancora?) e maestro Giuliano Prasca. Ma Sergio se n’era andato da poco.
Adesso ci ha lasciati per sempre. A 56 anni, si è detto. A dire il vero (ma poco importa) sull’esattezza di quest’ultima informazione nutro qualche dubbio, considerato che abbiamo dato la maturità lo stesso anno (il 1968) e io di anni ne ho 60.
Anagrafe a parte, Jacopo Fo ci informa che le ceneri di Sergio, secondo la sua stessa volontà, verranno tumulate il 23 febbraio presso Gubbio, nella libera università di Alcatraz.
Non so se ci sarò. In ogni caso sono contento di averti conosciuto in un momento tra i più importanti della nostra vita. Ciao Sergio.
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