

Una riduzione teatrale in quattro atti dalla vita e dall’opera di Di Giacomo
Più che essere riletti, alcuni autori sembrano chiedere, a distanza di tempo, una nuova voce capace di riportarli sulla scena. È il caso di Salvatore Di Giacomo nell’incontro con Achille Serrao, segnato da un’urgenza così forte da diventare, come racconta Pamela Parenti nella prefazione, una sorta di «fantasma della mente».
L’occasione nasce nel 2005, quando Serrao viene invitato a tenere una lezione sul poeta napoletano all’Università di Roma Tor Vergata. Quella lezione si trasforma presto in un lavoro quasi ossessivo di approfondimento, fino alla scrittura di Era de maggio, (Edizioni Cofine, Roma 2006) riduzione teatrale in quattro atti dalla vita e dall’opera di Di Giacomo, originariamente intitolata Il pane e la rosa.
Il testo concentra lettere del carteggio tra Di Giacomo ed Elisa Avigliano, poesie e canzoni, restituendo alla vicenda biografica una dimensione scenica nella quale la parola poetica non viene semplicemente recitata, ma diventa voce, corpo, memoria. Accanto alle liriche compaiono infatti ’O funneco verde, Na tavernella…, Lassammo fa’ Dio…, Pianefforte ’e notte e le celebri melodie di Uocchie de suonno, A Marechiaro, Era de maggio, Palomma ’e notte.
È proprio questa trasformazione della poesia in teatro a rendere interessante il lavoro di Serrao. Non si tratta soltanto di raccontare Di Giacomo attraverso episodi della sua vita, ma di mettere in scena il conflitto profondo che ne attraversa l’esistenza: quello fra la realtà e l’immaginazione, fra il desiderio di relazione e la necessità di proteggere uno spazio interiore nel quale l’arte sembra occupare ogni cosa.
La lettura di Serrao parte da un dato biografico preciso: il rapporto con la madre. In un’intervista del 1909 Di Giacomo arriva a dichiarare di essere stato completamente affidato a lei, riconoscendole un «potere misterioso» e attribuendole la capacità di aver compreso prima di lui che forse non poteva amare l’amore, perché in fondo «non amo veramente che l’arte». Per poi aggiungere: «Non si possono servire due padroni».
In queste parole c’è forse la chiave di tutta la vicenda. La madre non è soltanto una figura affettiva: è il centro di un nido dal quale Di Giacomo non riesce, o non vuole, uscire. È una presenza protettiva e insieme vincolante, capace di difenderlo dalle sue debolezze ma anche di condizionare le sue scelte. Nel testo teatrale questa ambivalenza prende corpo attraverso una figura materna che segue il poeta, lo protegge, lo sorveglia, quasi lo trattiene in una condizione infantile. Di Giacomo stesso parla della madre come di un’ombra che lo segue «passo passo», mentre la sorella lo «soffoca di bene».
Il nido, dunque, è protezione ma anche prigione. E l’arte finisce per diventare il luogo nel quale questa contraddizione può essere trasformata in poesia. La dimensione artistica assume un carattere totalizzante: non è una semplice attività, ma una forma di vita che pretende dedizione assoluta. Di Giacomo arriva a dire di aver avuto bisogno del lavoro per mantenere sé stesso e la famiglia, ma al tempo stesso confessa il desiderio di essere solo, libero, indipendente. E la sua libertà, continuamente sacrificata alle responsabilità e ai legami familiari.
È qui che la poesia digiacomiana mostra la sua particolare natura. Il sentimento amoroso può essere potentissimo proprio quando resta nella dimensione del desiderio, del sogno, della nostalgia, della memoria. Quando invece diventa realtà concreta, sembra sottrarsi alla possibilità stessa di essere trasformato in poesia. Serrao cita a questo proposito Brevini: con il matrimonio, l’amore diventa «fatto concreto» e dalla concretezza la poesia di Di Giacomo non sa più trarre alimento.
È un’intuizione decisiva, perché permette di comprendere anche la posizione di Elisa Avigliano.
Elisa è la concretezza che irrompe in questo universo. Giovane donna, conosciuta nella Biblioteca Lucchesi Palli della quale Di Giacomo era direttore, si innamora profondamente del poeta e prende l’iniziativa del corteggiamento, attraverso cartoline, biglietti e lettere. Non è dunque una figura puramente immaginaria: è una donna reale, che ama, scrive, attende e chiede una risposta.
È proprio qui che il poeta entra in crisi.
Elisa sperimenta progressivamente l’impossibilità di avere Di Giacomo per intero. Nella messinscena questa sofferenza emerge con particolare forza: lei ricorda l’uomo che ama, ma anche il suo continuo ritrarsi, la presenza della madre, la sensazione di essere sempre arrivata dopo qualcosa o qualcuno. «Lui aveva la madre: presente e vigile», dice, mentre la sua vita sembra consumarsi nell’attesa.
Ma è soprattutto la lingua di Elisa a rendere questa opposizione, a mio avviso, la vera chiave di volta della lettura di Serrao.
Nella messinscena Elisa parla prevalentemente in italiano, mentre il mondo di Di Giacomo è affidato al napoletano della poesia e delle canzoni. La scelta non è soltanto linguistica. Diventa il segno di una distanza esistenziale. Elisa appartiene alla realtà della relazione, della parola rivolta all’altro, della richiesta di una risposta; Di Giacomo trova invece nel dialetto lo spazio più autentico della propria interiorità poetica.
Il napoletano, allora, non è semplicemente la lingua di Napoli: è la lingua nella quale il poeta riesce a trasformare l’esperienza in canto. L’italiano di Elisa, al contrario, mantiene una distanza da quel mondo. Anche quando lei entra nella memoria, quando racconta il proprio amore e ripercorre le parole del passato, la sua voce conserva qualcosa di estraneo rispetto alla voce poetica di Salvatore.
È come se i due potessero incontrarsi affettivamente senza riuscire mai a condividere fino in fondo lo stesso spazio linguistico e, forse proprio per questo, lo stesso spazio interiore.
La donna immaginata può diventare poesia. La donna reale, invece, chiede una risposta.
Questa distanza permette di leggere anche la fragilità dell’uomo Di Giacomo: un uomo irrisolto, tormentato, ipocondriaco, incapace di sciogliere il conflitto tra il bisogno di protezione e il desiderio di libertà. La sua sofferenza non rimane tuttavia confinata alla biografia. Diventa materia poetica. E proprio per questo Elisa, nella sua concretezza, rappresenta quasi una minaccia: chiede al poeta di uscire dal territorio sicuro dell’immaginazione e di confrontarsi con la vita.
Il loro fidanzamento durerà undici anni. Di Giacomo continuerà a sottrarsi, tormentato dal senso di colpa e dalla contrarietà materna, mentre Elisa subirà i suoi scatti, le crisi d’umore e quella continua incapacità di progettare insieme un futuro concreto. Solo dopo la morte della madre il poeta troverà il coraggio di sposarsi.
Serrao non racconta tutto questo come una semplice storia d’amore infelice. La porta sulla scena per mostrare il meccanismo profondo che lega vita e poesia: ciò che nella realtà rimane irrisolto può diventare, attraverso l’arte, forma, musica e memoria.
Ed è forse proprio questa la forza di Era de maggio. Serrao non si limita a illustrare Di Giacomo: lo fa accadere sulla scena. Le lettere diventano monologhi, le poesie diventano voci, le canzoni diventano memoria condivisa. La biografia si trasforma in teatro e il teatro restituisce alla biografia quella dimensione emotiva che una semplice ricostruzione documentaria non potrebbe conservare.
In questo passaggio dalla pagina alla scena, il poeta appare sospeso tra due mondi: da una parte il nido materno, con la sua protezione soffocante; dall’altra la donna reale, Elisa, che chiede di essere scelta; in mezzo, l’arte, che finisce per diventare il vero amore assoluto.
Era de maggio è allora anche la storia di un uomo che riesce a vivere pienamente soprattutto ciò che può trasformare in poesia. La realtà, quando pretende presenza e responsabilità, diventa più difficile da abitare. La memoria, invece, può essere continuamente riscritta.
Ed è proprio qui che Serrao trova il suo Di Giacomo: non soltanto il poeta della Napoli sentimentale e musicale, ma l’uomo che, incapace di risolvere fino in fondo la propria vita, riesce a trasformarne le contraddizioni in una delle forme più alte della poesia napoletana.
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