

Sono stufo di dovermi giustificare del fatto che esisto
Togliamo ogni equivoco. Sono stufo di dovermi giustificare del fatto che esisto. Se non passo per un sacerdote che si dedica ai poveri o agli emarginati, non c’è ragione che io sia prete, a detta (o solo pensata) di politici, giornalisti, presentatori televisivi, e tutti coloro che si dicono laici.
Mi chiedo di quale esperienza mistica abbia bisogno un giovane per scegliere di fare da tappabuchi a uno Stato assistenziale in smantellamento, e di seguito, in ogni caso, non servono proprio anni di preghiera e di studio per realizzare una mensa: se è questo ciò che ci si aspetta da noi, abbreviamo il percorso.
La gioia di essere ordinato dal papa forse era solo per prepararmi alla gioia ineffabile di far presto da scusa ai radical chic per non darsi pena dei bisognosi: «Se hanno bisogno, vadano in parrocchia. Ci pensi la Chiesa, con tutti i soldi che ha il Vaticano…» (che sia vero o sia falso, in ogni caso a me questi soldi non arrivano mai).
La mia chiamata è venuta da Dio, non da un politico o un illuminato guru alla moda. Mi ha chiamato per stare con lui in intimità di amicizia e condivisione (scusate se è poco) e mi ha chiesto di aiutarlo a ricondurre i tanti dispersi alla fonte della loro esistenza, alla dignità della loro presenza nel mondo, allo scopo reale della loro vita, al perché dell’esistenza di ogni cosa del nostro universo e, infine, a Colui che, pur se è il Signore, l’Onnipotente, ci guarda come se ciascuno di noi fosse il solo essere da lui amato nell’universo, ma con un unico abbraccio ci stringe poi tutti insieme al suo immenso cuore.
Come pensare che un cosmo ancora inesistente sia da solo spuntato dal nulla, senza pensare invece a quel Dio di cui tutto il potere è solo desiderio di amare? È perché Dio ci desidera che siamo comparsi al di fuori del nulla attraverso processi durati millenni: ma che fretta potrebbe mai avere chi vive fuori del tempo? La dignità che ci riconosciamo viene solo dal fatto di essere amati senza alcuna ragione – come è sempre l’amore – da chi ha inventato l’intero creato per essere in relazione con te e con me. Ciò che ci unisce è il nostro comune destino, in un’eternità di comunione profonda, di condivisione della gioia di amare e di essere amati per sempre, in un universo rinnovato, bello perché regalo di matrimonio di Dio nostro sposo.
È questo annuncio che mi preme fare: sono prete per questo, esisto per questo. Dalla Messa alla mensa, questo solamente è ciò che mi sforzo di offrire e che non deve mancare. Non mi occupo di servizi sociali, non organizzo eventi di pubbliche relazioni, non arbitro partite di solidarietà a favore di perseguitati e non oltrepasso sul mare i confini di qualche stato straniero. Io non faccio politica, ma grido l’inviolabile dignità di ogni fratello e sorella che Dio ha tirato fuori dal nulla.
Io mi occupo principalmente di Dio, e poi dei miei fratelli e delle mie sorelle singolarmente, con le sofferenze e necessità proprie di ciascuna persona, che voglio imparare ad amare perché mi aspetto di passarci insieme l’eternità. Non sempre sono piacevoli i poveri, non sempre mi sono simpatici, e farci arte o filosofia su di loro, o pianificare di riscattarli in qualche maniera, ma senza ascoltarli, significa volere per forza fallire.
La Chiesa non è per i poveri in quanto poveri, ma in quanto nostri fratelli e sorelle, figli e figlie di un unico Padre, di cui, per questa ragione, non posso non prendermi cura. Non preparo piani quinquennali di lotta alla povertà per il governo italiano. Il mio è solo egoismo, un santo egoismo, che mi spinge a dare a ciascuno tutto il meglio di ciò che possiedo, perché ogni persona splenda in paradiso ai miei occhi e renda ancora più bello il paesaggio che lì per sempre mi circonderà.
Ero al centro di Roma qualche tempo fa e ho notato, sdraiato su un pezzettino di prato del marciapiede un uomo in preda a convulsioni; bestemmiava e si masturbava rabbioso, sudicio, nudo, con addosso solo un pesante e lercio cappotto che teneva aperto. Ho guardato in giro cercando un vigile o comunque un aiuto, preoccupato dallo stato dell’uomo, ma non c’era chi si fermasse.
Accanto, alla fine, mi è passata una coppietta a passeggio e il giovane maschio palestrato, con tono freddo e sprezzante, mi fa, scavalcando quell’uomo: «Padre, intervenga! Non vede cosa fa? Gli dica qualcosa». È stato illuminante vedere insieme ogni umana miseria riassunta in tre persone senza più dignità, e ascoltare il delirio, violento per uno e tranquillo per gli altri, di coloro che hanno perso la percezione di Dio. «Ecco per chi sono stato ordinato prete qui a Roma», mi son detto cominciando a pregare prima di tutti per il giovane in forma, mentre chiamavo un’ambulanza per l’altro.
Gesù Cristo è l’unica ragione per cui valga la pena vivere qui sulla terra, a costo persino di morire per lui. Io esisto solo per lui e se il mio esistere vi causa fastidio, andate a protestare da lui. Non ne sono responsabile io.
Togliamo ogni equivoco; è per lui che io sono prete ed è solo perché lui me lo ha chiesto, qualche anno fa, che faccio ciò che mi sforzo di fare; se non vi piace, non so proprio che farci.
Così, tanto per essere chiari.
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1 Gv., 3-21-24: “Carissimi, se la nostra coscienza non ci rimprovera, possiamo stare sicuri davanti a Dio. Qualunque cosa chiederemo, la riceveremo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che a lui è gradito. Or, questo è il suo comandamento: che noi crediamo nel nome di suo Figlio Gesù Cristo e ci amiamo l’un altro, secondo il comandamento che egli ci ha dato. Chi osserva i comandamenti di Dio rimane in Dio e Dio lo possiede in sé: e noi da questo sappiamo che Dio è in noi: dallo Spirito che egli ci ha dato”.
Capisco che essere sacerdote, e soprattutto in un contesto complicato (uso un eufemismo) come quello dove operi, non sia facile. E fare commenti dal di fuori come faccio io sia un esercizio per te poco utile.
Ti ricordo solo la lettera di Giovanni, che conosci certo meglio di me (io non potrei commentarla come fai tu…), solo perché da lì dobbiamo tutti trarre forza. Se rispondiamo alla nostra coscienza e questa è permeata dall’amore di Dio, che diventa amore del prossimo… non abbiamo bisogno di altra ricompensa! La ricompensa è sentire dentro di noi che dare amore agli altri E’ amare Dio: un cerchio, semplice ed efficace, che serve a consolarci nei momenti di umana incertezza.
Mentre nel mondo professionale siamo indubbiamente giudicati dai risultati, la fortuna di credere è che quello che conta è la nostra volontà e l’impegno che ci mettiamo: non potrai forse salvare il bestemmiatore con il cappotto lercio (forse lo stesso al quale anni fa portai indumenti puliti e che vidi qualche giorno dopo con lo stesso cappotto sudicio con cui chiedeva l’elemosina, forse nemmeno per se stesso…) o, peggio, il palestrato: ma li hai amati, e questo è ciò che conta.
Non girarsi dall’altra parte: la maglietta sudata per lo sforzo, come dico sempre ai miei figli. Se qualcuno non lo capisce, non importa: è un problema suo.
Questo è il motivo che mantiene accesa la luce nei tuoi occhi che ho visto quando ci siamo incontrati.
Questa è la luce di Dio: che è luce, gioia e vita.
Noi dobbiamo “solo” cercare di seguirla e di esserne il tramite!
Don Domenico Vitulli ha toccato il centro e il nocciolo della nostra società dell’apparire. Lui ha obbedito alla chiamata di Gesù. Purtroppo non sono come lui i preti. E la reazione del palestrato e della coppietta che passa e non si ferma davanti ad una persona in forte disagio è determinata dal fatto che la Chiesa non ha al suo interno tanti Don Domenico, ma “preti da Palazzo”. A loro arrivano soldi e amicizie importanti che generano le parole riportate da Don Domenico, ai preti che hanno risposto “si” a Gesù non arriva nulla, purtroppo. Una domanda l’establishment quando pensa ai tanti Don Domenico che ci sono e prende i radicale chic da Palazzo di tutte le correnti progressisti, conservatori e altro e li manda ad affrontare la realtà cioè l’incarna realmente costringendoli ad annunciare Cristo ed essere fedele a lui.