Forse non tutti sanno che … a Bassano Romano (VT) c’è un “Michelangelo” sbagliato

Brunella Bassetti - 5 Agosto 2020

Il panoramico “Monastero di San Vincenzo” appartenente alla congregazione silvestrina, la cui facciata guarda il monte Soratte (di Oraziana memoria: “Vides ut alta stet nive candidum Soracte”) che si staglia come un gigante sulle campagne e colline circostanti, conserva al suo interno un gioiello “itinerante” (in quanto è di continuo in mostra in giro per il mondo, ndr) di un valore inestimabile. Una statua – l’unica statua al mondo – che avrebbe come coautori Michelangelo e Bernini: il “Cristo Portacroce”.

Nel 1514, alcune famiglie nobili dell’epoca commissionarono a Michelangelo un “Cristo risorto” da collocare all’interno della basilica di Santa Maria sopra Minerva, a Roma. Durante la lavorazione comparve, però, una imperfezione del marmo: una piccola venatura nera sul viso. La realizzazione dell’opera venne interrotta. Michelangelo, tuttavia, per onorare l’accordo (alla scadenza dei quattro anni previsti dal contratto) nel 1518 iniziò a lavorare ad una seconda versione completandola solamente nel 1520. Anche questa versione – ultimata dal suo allievo Pietro Urbano – non piacque all’eccelso artista che si offrì di scolpirne una terza.

Metello Vari (uno dei committenti) per la paura di non ottenere più nulla si accontentò dell’opera finita (la seconda versione, collocata e attualmente visibile nella Chiesa di Santa Maria sopra Minerva) e, come compensazione, chiese in dono anche la prima versione non finita: quella con la ruga nera sul volto …
Nel 1607 il marchese Vincenzo Giustiniani, grande mecenate e intenditore d’arte, la comprò al mercato antiquario per arricchire la sua galleria di statue antiche.
Tuttavia, essendo quelli gli anni della Controriforma, un Cristo nudo era ritenuto osceno e, quindi, era necessaria qualche piccola modifica. Coprire le pudenda con un perizoma, ultimare le parti mancanti, modificare la parte frontale del corpo e, soprattutto (su espresso desiderio del Giustiniani) rendere le labbra semichiuse e non serrate come le aveva precedentemente immaginate e scolpite Michelangelo. Ed ecco, a questo punto, un nuovo misterioso e incredibile capitolo della storia di questa statua: il Marchese Giustiniani aveva affidato l’arduo compito di rifinitura a Gian Lorenzo Bernini, allora stella nascente della scultura.
Nel 1644 i discendenti del Marchese Giustiniani fecero trasferire il “Cristo Portacroce” nella chiesa-mausoleo di famiglia, a Bassano Romano, dove è visibile ancora oggi (soltanto nel 2001, dopo una ripulitura della statua che ha fatto emergere la “famosa venatura nera” sul volto si è giunti alla conclusione che si trattasse proprio della scultura michelangiolesca e grazie, anche, agli studi del Professor Frommel si è potuta ricostruire l’intera incredibile storia).

Per quanto riguarda Palazzo Giustiniani – come è accaduto per altri palazzi e dimore storiche, sparse un po’ ovunque in tutta Italia – ciò che ne rimane è soltanto una pallida idea di come doveva essere nel periodo di maggior sfarzo e splendore.

Tuttavia, nonostante ciò, ci si trova di fronte e dentro un “luogo” che ha ancora molto da dire. Il suo aspetto attuale è il risultato delle trasformazioni edilizie applicate sull’antico maniero degli Anguillara nei primi anni del ‘600 quando la famiglia genovese dei Giustiniani ne diviene proprietaria. Nel 1595, grazie a Vincenzo Giustiniani (grande mecenate e fine collezionista d’arte) iniziano i lavori di ristrutturazione e trasformazione: si aggiunge il piano nobile (collegandolo, tra l’altro, al giardino all’italiana attraverso un viadotto con ponte levatoio) e si realizza un ampliamento e un abbellimento del giardino all’italiana con fontane, viali e giochi d’acqua (sulla falsariga di Villa Lante, a Bagnaia).

La famiglia si trasferì a Bassano Romano, dopo circa 300 anni di residenza nell’isola di Chios (base mercantile della famiglia nell’Egeo), in cerca di un luogo tranquillo a seguito dell’invasione turca della stessa (nella “Sala del Parnaso”, o anche detta “Studio di Vincenzo Giustiniani”, troviamo sui due lati lunghi della stanza le vedute dei porti di Genova e Scio, a ricordo della loro feconda attività mercantile).

La struttura esterna è quella di un antico e austero maniero ma quando ci si addentra sempre più ci si trova di fronte a una villa residenziale. La possente costruzione in pietra grigia è notevole per gli interni decorati da splendidi affreschi manieristici riproducenti, sulle volte o – in alcuni casi – sulle intere pareti – soggetti mitologici, biblici o legati all’araldica e alla storia della famiglia. Tra questi i più importanti e degni di nota sono: ciò che rimane degli affreschi di Antonio Tempesta nel cortile d’ingresso (in una parete, in alto, si intravvede un affresco raffigurante la “Basilica di Santa Sofia” di Istanbul, luogo simbolo per la famiglia che si proclamava discendere dall’imperatore Giustiniano, ultimo re di Bisanzio); gli affreschi di  Francesco Albani (“La Galleria”, dove il tema centrale della Sala è la “Caduta di Fetonte”, narrata da Ovidio nelle Metamorfosi, 1609), di Bernardo Castello (Sala di “Amore e Psiche”, 1605), di Paolo Guidotti Borghese (Sala del Cavaliere, denominata anche “Sala dell’Eterna Felicità”, 1610), (nella foto sotto) la sala del “Domenichino” (“Camerino di Diana”, 1609) e le quattro sale dedicate alle stagioni opera della scuola degli Zuccari (quest’ultime presentano richiami stilistici agli affreschi di Palazzo Farnese, a Caprarola). Ricordiamo, anche, il loggiato la cui volta presenta una raffinata decorazione con grottesche effettuata presumibilmente in epoca precedente tra il 1560 e il 1580.

Ciò che non ci si aspetta di trovare è, infine, un piccolo teatrino (molto probabilmente unico nel suo genere per dimensioni e collocazione), a pianta rettangolare con doppio ordine di palchi in legno a ferro di cavallo, situato al piano terreno e concepito alla maniera inglese del famoso Globe Theatre. Oltre i palchi, un’ampia platea alla quale si accede per mezzo del cortile, riservata a tutto il popolo (si conservano ancora, tra le carte degli archivi, i programmi delle varie pièce teatrali e musicali rappresentate all’interno del teatro).

La nostra vuole essere soltanto una sommaria descrizione di una storia millenaria racchiusa tra queste quattro mura che, per la bellezza degli interni, nella seconda metà del 1900, ha vissuto una nuova vita grazie ai numerosi set cinematografici, tra i quali ricordiamo: “La dolce vita” di Fellini, “Blaise Pascal” di Rossellini, “Il Gattopardo” di Visconti, “L’avaro” con Alberto Sordi.

Terminata la visita ci si ritrova davanti al portale d’accesso, fiancheggiato dai caratteristici quattro enormi busti in peperino che sostengono altrettante teste marmoree (meglio conosciuti come “Tatocci di piazza”): i custodi del palazzo, da sempre. A loro affidiamo le nostre speranze: che sia studiato più a fondo “l’enigma Caravaggio” (volutamente non citato in questo articolo) e che il “Bardo torni presto a Bassano”.

Cosa vedere nei dintorni

Nepi (che non ha bisogno di presentazioni); il Santuario di “Maria SS. ad Rupes” a Castel Sant’Elia; Cascate di Monte Gelato nel territorio di Mazzano Romano o il borgo di Trevignano e il Lago di Bracciano.

 

Brunella Bassetti

 

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