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Identità e territorio, il “Nido di vespe” ed oggi

La commemorazione della data del 17 aprile 1944 in tempo di Covid 19
Carla Guidi - 17 Aprile 2021

In questa giornata in cui, a causa della pandemia e del subdolo virus (che agisce anche se c’è chi non crede alla sua esistenza) non possiamo riunirci in massa come facciamo ogni anno nella commemorazione della data del 17 aprile 1944, anche per la scomparsa di molti protagonisti e di molti interlocutori. Vorrei però unirmi, anche se solo con uno scritto, per ricordare …

Intanto vorrei ricordare l’ultima serata, in data 12 novembre 2019 alla libreria “QuadraroBuck” dove, intorno al mio libro, ormai storico, si erano riuniti lo storico Pierluigi Amen che riportava aggiornamenti sulla sua nota ricerca sul campo, insieme allo Street/Artis Diavù http://lnx.diavu.com/, dell’associazione MuRo, autore di uno splendido ritratto di Sisto Quaranta. Tutto questo si può leggere nell’articolo pubblicato dal nostro giornalehttps://abitarearoma.it/memorie-del-quadraro-dalloperazione-balena-alla-street-art/

Che cos’è l’Identità se non l’identificazione con la propria “storia”, il proprio passato, le proprie radici culturali? … Conservare i segni ed i documenti del proprio passato, della propria cultura, anche della propria formazione è importante, perché il futuro possa collegarsi a ciò che è avvenuto e non ripeterne gli errori, ma anche per tramandarne ogni possibile soluzione e da lì partire per un nuovo discorso. E’ soprattutto il corpo, cioè il territorio, a portare i segni della propria storia “incisi sulla pelle” come un tatuaggio, una ferita cicatrizzata, una piega sul volto, un dipinto murale, una targa …

Anche il territorio di Roma ne è martoriato, quella Roma che ho conosciuto solo nel lontano 1971, quando mi sono trasferita qui, attirata anche da quell’aria arrogante ma di eroica e smaliziata saggezza popolare già glorificata dai film del neorealismo e di quelli dei primi anni del Boom economico. Una Capitale non risparmiata da prosopopea celebrativa e sottoposta ad ulteriori ferite, mai portate a guarigione, nel lento logoramento, dalla guerra fascista alla guerra della casa, dall’abbandono della campagna alla sua devastazione, aggiungendo l’improvvisazione allo scempio sistematico e prolungato. Infine abbandonata, nel flusso dell’accaparramento della speculazione edilizia, soprattutto delle periferie, ai bordi sempre provvisori di una città che lievita ogni giorno come un pane mal cotto, dove però rimangono i desolati torsoli rosicchiati delle archeologie, in panorami metafisici, divenuti “ambivalenti senza più un contesto”, come le immagini dei sogni.

Giulio Carlo Argan, primo sindaco non democristiano della Roma repubblicana dal 1976 al 1979, l’aveva così definita … – Più che una città, Roma è una polenta molle scodellata – Intanto la troppo disinvolta antropizzazione uccideva il prezioso Ponentino, lo storico zéfiro, profumato di mare (bloccato da alti, compatti edifici) e contaminava anche inesorabilmente quella residua vegetazione, densa di seduzioni pagane ed ancora abitata allora da antiche divinità, (come nei dipinti magici di Charles Coleman, primo illuminista nella città dei Papi, o Nino Costa, trasteverino e patriota, tra i massimi difensori della Repubblica Romana) nella endemica carenza di un piano urbanistico, nonostante l’anatema di Italo Insolera. Cosa rimane ai cosiddetti “romani”, nell’abbraccio mortale di una città/ameba, sempre più inquinata? Solo la micro-identità di zona, di quartiere, riferendosi ad una delle sue 198 piccole città. Secondo un’indagine condotta dal CRESME e pubblicata da Capitolium, la rivista del Comune di Roma: «Ognuna di queste microcittà è dotata di un proprio senso, almeno per chi ci abita. Fuori da quelle microcittà, nel generico spazio metropolitano, gli abitanti sono come spaesati, privi di qualsiasi riferimento comune a tutti, privi insomma di identità cittadina» –

Adesso questo spaesamento ci riguarda ancora di più, immersi come siamo in una società divenuta liquida, (così definita da Zygmunt Bauman) ora anche pandemica e afflitta da una forma di anomia già emersa dalle storiche ricerche sociologiche di Franco FerrarottiRoma, da capitale a periferia – e successivamente in altri suoi saggi su Roma.

In tutto questo i possibili leganti, della Memoria e della Storia, sono consapevolezza ed impegno. Molti fortunatamente conoscono oggi la storia dell’Operazione balena, il massiccio rastrellamento nazifascista al Quadraro del 17 aprile 1944 e vorrei ricordare il mio rapporto con Sisto Quaranta, fin dal 2003, lui sopravvissuto alla deportazione, una persona assai cordiale con il quale stringevo subito una solida amicizia, mentre raccoglievo la sua testimonianza emblematica, con interviste che durarono quasi un anno. Sisto ci ha lasciato il 5 ottobre 2017, a poco più di un anno dalla scomparsa della sua amatissima Bice, ed il 6 ottobre nella chiesa di San Giuseppe Cafasso (in piazza Cardinali a Torpignattara) ci sono stati i funerali, gremiti di amici, parenti e testimoni di varie associazioni partigiane. Grandi manifesti erano affissi per tutto il quartiere, poiché lui è stato soprattutto un instancabile amplificatore di quell’episodio storico, in particolare dagli anni Ottanta, quando ormai sembrava che ogni atroce episodio bellico dovesse essere cancellato del tutto dalla memoria e dall’identità del territorio.

Il mio libro sulla testimonianza di Sisto Quaranta, dal titolo Operazione balena, ha avuto due nuove edizioni da quella del 2004, nell’ultima (Edilazio 2013) Aldo Pavia scrive nella prefazione – Per molti, troppi anni, la giornata del 17 aprile faceva riaffiorare i ricordi dei meno giovani abitanti del Quadraro, l’allora borgata romana che vide i suoi uomini oggetto di una vera e propria caccia da parte dei nazisti occupanti. (…) Nell'”Operazione Balena” (Unternehmen Walfisch) confluirono più interessi e più rabbiose motivazioni da parte dei nazisti. Non fu, come potrebbe sembrare dalla destinazione finale degli uomini deportati, un rastrellamento al solo scopo di recuperare forza lavoro a basso prezzo. Fu certamente, dal momento che vide impegnato la SS Herbert Kappler (il responsabile della Gestapo a Roma) un’operazione politica, tesa a sottrarre aria e linfa alla Resistenza che, nelle periferie e nelle borgate, trovava solidarietà, aiuto, partecipazione, rifugio. Nel suo libro di memorie, Eitel Moellhausen, console tedesco a Roma, ha scritto che Kappler era rimasto colpito dalla fermezza dei romani e che, di conseguenza, ogni suo atto repressivo doveva essere visto come una vera operazione di guerra nei confronti di una popolazione che aveva aperta ostilità nei confronti dei tedeschi. Ed il Quadraro era un vero, pericoloso “nido di vespe”. Un nido sicuro per i GAP, una base di partenza per continue, insistite operazioni di sabotaggio nei confronti delle colonne di uomini e di rifornimenti che i nazisti inviavano al fronte di Anzio e di Cassino. (…) Fu ancora Moellhausen a precisare che il rastrellamento del Quadraro, il più imponente messo in atto a Roma, (dopo quello del Ghetto, il 16 ottobre del ’43) fu un’operazione diretta dal responsabile della sicurezza di Roma e non rientrò nel quadro previsto dalle Forze Armate germaniche per procurarsi mano d’opera, sempre più pressantemente richiesta dal Reich.-

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FOTO 1 – Murales del Nido di vespe dello street/artist Lucamaleonte.

FOTO 2 – Opera dello street/artist Diavù (David Vecchiato) dedicata alla memoria di Sisto Quaranta, sita in via Decio Mure e realizzata su commissione del Municipio VII.

FOTO 3 – Copertina della terza edizione di Operazione Balena. Roma 17 aprile 1944: nazifascisti al Quadraro. (Edilazio 2013). Le foto e la copertina del libro sono di Valter Sambucini.

FOTO 4 – Una pagina del libro Operazione Balena – Le foto sono di Carla Guidi –


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