

In quanti luoghi invece si dice loro di starsene buoni, di stare zitti, di non dare fastidio!
Tre doni ho ricevuto da Dio in questi nove anni da parroco: sono il Parkinson, la Bibbia e il chiasso dei bimbi. Sono doni che andrebbero tutti spiegati, ma solo uno di essi voglio ora farvi apprezzare. Li ho ricevuti in mezzo a due grandi dolori, di cui sono stati la mia medicina: ho iniziato con la morte di mio padre e ho concluso il mio primo periodo con la morte del mio padre spirituale. In mezzo ai due lutti ci sono state tante altre grandi e piccole gioie.
Di quei tre doni il più pervasivo, quello che è servito più spesso da miccia per nuove emozioni e pensieri originali è stato l’allegro vociare dei bimbi nell’oratorio. Non si tratta di quel chiasso banale di chi svolge attività di lavoro o di sport, noioso e in alcuni casi irritante; sono piuttosto le grida di chi è ricolmo di gioia, di chi vuole far sapere, a tutto il mondo che lo circonda, la bellezza del gioco a cui sta ora giocando. È tra le cose più belle questo fare esperienza del bene e del male senza che ci siano davvero in gioco il bene o il male, questo diventare consapevoli di sé stessi e del mondo senza scalfire o ferire qualcuno. Tra tutte le attività umane e animali, il gioco è l’unica, forse, che abbiamo noi insegnato a Dio come fare. Il Dio fatto uomo ha imparato a giocare guardando, come tutti, i propri cugini e parenti, e ha fatto così esperienza come essere umano di quanto dall’eternità già faceva, ma come Dio solamente.
Quando da adulti parliamo di Dio, ne facciamo un ritratto secondo la nostra umana superbia; non immaginiamo che il vero Dio possa farsi presente dentro un roveto che brucia (Esodo 3,1-6), oppure paragoni sé stesso a una bambina che gioca (Proverbi 8,30-31).
La malattia mi ha aperto le porte di stanze segrete e mi ha liberato dai fantasmi nascosti, e la Bibbia è stata inesauribile fonte di consolazione e saggezza; ma la chiave che mi ha permesso di entrarvi per viverle entrambe con frutto mi è comparsa davanti mentre osservavo il gioco dei bimbi e ne ascoltavo i suoni di gioia.
Se volessimo paragonare Dio a un albero, io sceglierei all’istante una maestosa e solida quercia, oppure un cipresso slanciato che punta al cielo; nella Bibbia si parla di alberi che portano frutti utili o buoni, come l’ulivo, il fico o la vite (Giudici 9), mentre per rappresentare il malvagio Abimèlec ci si volge a uno sterile rovo. È proprio in quel roveto che invece Dio apparve a Mosè, gli fece conoscere il suo nome e lo mandò a liberare gli schiavi d’Egitto. È da allora che Dio si fa brutto ai nostri occhi per poterci salvare e vive in mezzo ai disprezzati del mondo, invisibile agli occhi dei colti.
Sono decisamente brutti i roveti, non ne capiamo la funzione nell’equilibrio della natura e ci trasmettono solo fastidio. Non poteva però Dio scegliere un luogo migliore da cui parlare a Mosè di quel popolo che avrebbe dovuto liberare, massa amorfa di genti diverse unite solo dall’essere schiavi di uno stesso padrone. All’inizio della storia del popolo si trova un arbusto che arde senza mai consumarsi, come fosse vivo e morto ad un tempo; anche nel libro che chiude la Bibbia e mostra il trionfo in paradiso di tutti gli eletti, nell’Apocalisse, il Salvatore appare in forma di agnello sgozzato, vivo e morto ad un tempo, a raffigurare quel Cristo che come Dio è vivo da sempre, ma, come uomo, con la sua morte ha portato all’umanità la salvezza e la vita eterna per sempre.
È il chiasso dei bimbi che mi ci ha fatto pensare. In quanti luoghi si dice loro di starsene buoni, di stare zitti, di non dare fastidio! I cortili sono spesso latrine per cani e il loro abbaiare non sembra arrecare disturbo, ma a figli e nipoti vietiamo di giocare sotto i nostri balconi. La loro gioia provoca rabbia.
E allora, benvenuti nel nostro oratorio! I disprezzati siano liberi di farsi sentire, di gridare nel gioco, di correre a perdifiato nel campo di calcio. Tra loro c’è una bambina di pochi anni che tra un gioco e l’altro si ferma a fare un grido acutissimo come solo i bambini ci riescono, e poi riprende a giocare.
Della Sapienza eterna nella Bibbia si scrive: «Ero con lui come una giovane, ero la sua delizia ogni giorno, giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre… ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo» (Proverbi 8, 30-31).
I primi cristiani videro in questa Sapienza il Cristo pre-esistente, il Figlio di Dio prima che diventasse un essere umano. In ebraico, come in italiano, la Sapienza è termine femminile, così che Gesù, nell’eternità, pare indossare vestiti da donna. È venuto tra noi come maestro, legislatore, giudice e guida, ed erano tutte prerogative maschili, di maschio adulto in quel tempo; nell’eternità è invece bimba innamorata del suo papà (abbà nella sua lingua) e gioca davanti a lui costruendo l’intero universo.
La creazione non nasce quindi nella fatica o in una guerra cosmica tra dèi, come nei miti delle altre nazioni; è il gioco di una bimba sotto gli occhi del suo papà. Se poi quella parola che indica il gioco copre anche il significato di danza, quella danza che era parte essenziale delle preghiere pubbliche del popolo ebraico, ecco che d’improvviso la scena della creazione si trasforma e vediamo una bimba che danza davanti al papà e tra una capriola e una piroetta traccia quel globo di stelle che circonda la terra. Ecco chi è Gesù prima che nasca, ecco come Dio descrive il suo atto creativo: siamo il dono finale che il Padre riceve dal Figlio come completamento di quel gioco divino che aveva lui stesso iniziato facendo la luce, le galassie e ogni altra creatura.
Non siamo massa inerte, ma persone con cui la Sapienza, si legge subito dopo, continua a giocare, perché trova gioia a intrattenersi con noi. Che bello pensare il Dio onnipotente che danza tra le tende del deserto di Giuda!
Così in oratorio mi fermo a osservare la precisione scientifica con cui i più piccoli ripetono gli stessi gesti e ne traggono le loro conclusioni sul mondo: per quante volte il ciuccio cadrà per terra quando ne lascio la presa? E vedo una bimba che ogni volta che le passo vicino si assicura che la guardi mentre fa la ruota in mio onore. E i bimbi corrono liberi dietro a un pallone, e a volte anche senza, perché hanno sempre fretta i bambini, fretta di vivere. Il loro chiasso mi rende sereno: finché il chiasso continua vuol dire che Dio non si è ancora stancato degli esseri umani.
Alle feste noto degli animatori a dirigere i giochi. È venuto da poco anche un gruppo di una scuola materna, ma senza che avessero organizzato altro che il cibo. Non avevo previsto il chiasso che avrebbero fatto. Quanto mi sono divertito a guardarli! I maschi si erano divisi tra bande a cui le femminucce cercavano con scarso successo di dare alcune regole di civiltà. E quando i combattimenti si facevano aspri, le femmine venivano portate in luogo sicuro. Non è questa l’immagine di ciò che vivremo in paradiso? Gioco puro.
Da bimbo chiesi a una suora cosa avremmo fatto per una così lunga eternità. «Contempleremo il Signore», mi disse. Per fortuna chiesi anche a mia madre se potessi fare sgambetti agli angeli, una volta lassù; era la mia idea di divertimento in quel tempo, e mi fu assicurato che ciò era del tutto possibile.
Io detesto Lutero. Lo trovo violento e arrogante, spesso illeggibile; eppure questa volta secondo me ci coglie davvero, quando parla del paradiso. Leggete anche voi cosa scrive in un suo momento felice: «Allora l’uomo giocherà con il cielo e con la terra, giocherà con il sole e con tutte le creature. Tutte le creature proveranno anche un piacere immenso, un amore immenso, una gioia lirica, e rideranno con te, o Signore, e tu a tua volta riderai con loro».
Negare il gioco ai bambini rischia di allontanare ancor più Dio dagli uomini e di sottrarre a noi adulti la memoria delle nostre prime amicizie, quelle che ci hanno fatto provare per la prima volta la gioia di stare insieme anche tra estranei. Il gioco dei bimbi è roba seria, di cui il mondo non può fare a meno davvero.
Ora li guardo mentre sotto un sole cocente corrono liberi nei nostri spazi e mi vien voglia di tesserarli, con tanto di foto e di timbro; è l’unico modo che avrei per verificare se per caso si sia intrufolata a giocare tra loro la bimba Sapienza, come giocava nel deserto tra le tende del popolo d’Israele, e se non sia per caso quella bimba che grida, o quella che fa la ruota quando mi vede. Dimenticando ogni cosa, danzerei con lei ridendo e cantando, avrei con lei quella gioia che era sua già prima che venisse tra noi come uomo, prima che pensasse a salvarci, prima cioè che noi lo chiamassimo col suo nuovo nome, Gesù.
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Ciao Don.
Ti vorrei proporre di fare la domanda di trasferimento da San Tommaso d’Aquino e Dio Padre Misericordioso.
Qui c’e’ tanto spazio vuoto e inutilizzato che può accogliere tanti altri bambini.
Ti sono sempre vicino e con affetto
Attilio Migliorato