Il gioco nella Roma antica: storie di fortuna e scaltrezze

Redazione - 8 Febbraio 2019

Osservando i cuccioli, notiamo che il gioco è il primo modo in cui ogni essere si relaziona con il mondo. Non c’è da stupirsi, quindi, quando gli storici affermano che tutte le civiltà del passato hanno praticato giochi e scommesse.

Anche gli antichi romani hanno contribuito ad accrescere le forme e i modi per questo tipo d’intrattenimento. È sorprendente scoprire come molti giochi che conosciamo oggi erano già noti e praticati dentro le mura della città eterna.
Qualche gioco è andato perduto per sempre, mentre altri sono cambiati.

La cosa che non è mai cambiata sono la passione e il fascino che queste attività sociali riescono a provocare negli uomini di ogni epoca.

Panem et circenses

I luoghi adibiti al gioco erano spesso i retrobottega di osterie e locande.
Certi giochi erano vietati a quei tempi, per limitare le perdite di denaro e la nascita di possibili litigi o rivalità, come ci mostra un famoso affresco a Pompei. Ma aldilà di questo i giochi erano praticati, in forme diverse, sia dagli schiavi che dai patrizi.
In generale le scommesse erano proibite alle donne; ci sono però testimonianze che mostrano scene di gioco tra donne, probabilmente benestanti. Di certo durante la festa della Bona Dea, il gioco pubblico era permesso a tutti senza distinzione di classe.

Ovviamente, a dilettarsi quotidianamente in giochi e scommesse erano anche gli imperatori, e molte sono le storie che ci sono arrivate: il dittatore Giulio Cesare era tra i protagonisti della settimana dei Saturnalia, un periodo dell’anno in cui tutti potevano giocare nei luoghi pubblici.

Il primo imperatore, Augusto, riuscì a perdere oltre 200 mila sesterzi (circa 400mila euro) nell’arco di una giornata, era appassionato di Alea (una sorta di backgammon) e organizzava lotterie per i suoi ospiti.

Caligola era un accanito scommettitore di corse di cavalli, amava giocare ai dadi al punto da non rinunciarci nemmeno al funerale della sorella.

Nerone amava tutti i tipi di sport e scommetteva su tutto. Promosse il gioco nel palazzo imperiale, mettendo in palio enormi premi.

Centro Commerciale Primavera

Claudio si fece costruire un carro adibito a sala da gioco, con un tavolo speciale che permettesse di non far spostare i dadi.

Insomma i Cesari, mai estranei a vizi e perversioni, erano i primi a dilettare le giornate con ogni tipo di intrattenimento che l’epoca potesse offrire.

I giochi popolari

A quei tempi i giochi più diffusi si facevano con i dadi, ma anche usando pedine e tavole. La più grande testimonianza arrivataci a riguardo è la Lex tabularia, che elencava le attività proibite e che ci ha portato a conoscere i diversi giochi.

L’elenco comprendeva tra gli altri:

Navia aut capita: si giocava con una moneta ed era l’equivalente del nostro testa o croce.

Digitus micare o Micatio, la nostra morra con cui si prova a indovinare la somma delle dita mostrate dai giocatori.

Ludus Latrunculorum, o Latrunculli, era un antenato degli scacchi, che richiedeva di muovere strategicamente delle pedine su di una tavoletta.
(Nell’immagine di www.historygames.it una ricostruzione di Ludus Latrunculorum)

Tesserae, così venivano chiamati i dadi a sei facce, che erano fatti di legno ma anche d’osso e di avorio.

Astragaloi, simili ai dadi ma a 4 facce, erano anche costruiti in oro o argento, potevano essere anche usati per predire il futuro.

Giocando a Impar, invece si tentava d’indovinare il numero di sassolini nascosti nella mano dell’avversario.

Duodecim scripta era un gioco simile alla tavola reale, molto praticato anche tra i soldati.

Leggi romane sul gioco

C’erano molte limitazioni alla pratica del gioco ai tempi della Roma antica. Le scommesse erano vietate al di fuori del Colosseo e del Circo Massimo. Per chi fosse sorpreso era prevista una multa pari a 4 volte la posta in palio. Da lì venne l’idea di creare le fiches, per giocare senza soldi agli occhi delle guardie. Nonostante ciò, queste attività erano ampiamente praticate di nascosto, sia nei retrobottega delle locande che nel palazzo imperiale. Insomma le autorità chiudevano un occhio e giocavano anche loro.

Una sintesi di quanto il gioco fosse parte integrante della vita quotidiana nella Roma di duemila anni fa, ce l’ha regalata Cicerone che per far fede all’onestà di una persona disse: ”È un uomo con il quale si potrebbe giocare alla morra al buio”.


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