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Il massacro del Pozzo Bianco (Fântâna Albă in lingua romena)

Uno dei tanti crimini sconosciuti nella storia della Romania

Il massacro del Pozzo Bianco (Fântâna Albă in lingua romena) è uno dei tanti episodi cruenti di sangue ancora sconosciuti perpetrati dall’Unione Sovietica che la quasi totalità dei cittadini europei ancora ignora. È la dott.ssa Violeta Popescu romena di origine ed italiana (meneghina per essere precisi) di adozione, letterata, Presidente del Centro Culturale Italo Romeno di Milano e titolare della Casa Editrice Rediviva di Milano, a ricordare cosa accadde 82 anni fa, il 1 aprile 1941, e nella ricorrenza quell’anno della santa Pasqua Ortodossa: uno dei massacri che forma una delle pagine più tragiche nel contesto del Patto Ribbentrop-Molotov del 1939.

Lì, a Fântâna Albă, vicino al confine con la Romania, persero la vita circa 3.000 romeni della regione della Bucovina. Nei villaggi fu diffusa la voce che il 1° aprile il confine (tra l’Unione Sovietica e la Romania ndr) sarebbe stato aperto e i romeni avrebbero potuto rifugiarsi in Romania.

Circa 3.000 persone provenienti da diversi villaggi della Valle del Siret formarono una colonna pacifica e si diressero verso il confine romeno il 1° aprile 1941, portando una bandiera bianca con simboli religiosi, icone, e croci di cera. Quando si avvicinarono al punto di frontiera Fântâna Albă, in una località chiamata Varnița, le guardie di frontiera sovietiche aprirono il fuoco e spararono.

Anziani, bambini e donne furono mitragliati, poi gettati in fosse comuni, alcuni sepolti vivi. I sopravvissuti furono inseguiti, torturati e deportati.

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