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Il prete in chiesa e il prete su TikTok

Sketch e balletti non sono blasfemi e non sono santi: sono frutto dell’umanità

Il prete è un ponte gettato sopra l’abisso che separa Dio dall’umanità.

Beh, vi è piaciuta la frase ad effetto? Voglio dare risposta a uno che è di professione un poeta, Paolo Gambi, e cerco di risultare all’altezza.

Tutto inizia da don Roberto Fiscer, uno dei miei confratelli più noti sui social, che ha dato notizia di ritirarsi «dalla famiglia di TikTok», non sappiamo per quanto.

È seguito da tanti sui social, ma i troppi attacchi che ha ricevuto in questi anni, insieme tuttavia ai numerosissimi like, lo hanno alla fine sfiancato.

Paolo Gambi si chiede, ora che Fiscer non farà più balletti, se sia davvero opportuno che un prete faccia scenette su TikTok. Un prete deve mostrarsi come persona sacra, dedita solo al Signore, nel quale sia percepibile un particolare rapporto con Dio, oppure risulta più credibile quando si mostra come persona ordinaria e mostra la gioia della fede cristiana attraverso scherzi, scenette e balletti? Cosa vogliamo da un prete? Un prete, cos’è?

Un prete un tempo lo si voleva «uomo di Dio», in tutto conforme a come pensiamo sia stato Gesù. Ciò che consideriamo comune in ogni essere umano lo consideriamo, per consuetudine antica, profano, cioè non degno di Dio; al contrario, è considerato sacro e proprio dell’essere stesso di Dio ciò che è separato dalla comune vita sociale e assume atteggiamenti di estraniazione e distacco. Un prete allora parla «solo con Dio e di Dio», come si diceva di san Domenico – salvo poi legger meglio e scoprire che parlava di tutto.

Da quando il Figlio di Dio si è incarnato, non dovrebbe più esser così, ma noi umani siamo molto attaccati alle cose profane, non vogliamo che diventino sacre. Da quando Dio si è fatto uomo, però, si è mostrato degno di Dio, da lui vissuto e santificato, tutto ciò che di buono è proprio dell’uomo.

Adesso ciò che è umano può esser divino e ciò che è proprio di Dio è umano al massimo grado, ed è su questo che rischiamo di andar fuori strada e confonderci. A questo si aggiunge che siamo spesso un po’ troppo sicuri di come sia Dio e cosa gradisca. 

Prima che duemila anni fa Dio percorresse le strade sterrate della Galilea, chi avrebbe mai immaginato che non solo si facesse uomo – e già questo dovrebbe sconvolgerci – ma che, per farsi conoscere, Dio scegliesse di essere complice dell’alcolica ebbrezza degli invitati a un banchetto.

Si ha ragione da parte di alcuni a ritenere la Bibbia come letteratura indecorosa e violenta, e a volte ripiena di inutili frivolezze. I vangeli li scriveremmo in modo diverso, se ce ne dessero il compito, togliendo tutto ciò che riteniamo inopportuno.

Dei testi che si prefiggono lo scopo più alto e drammatico dell’intero universo – salvare innumerevoli anime da un’eternità di torture – ci fanno sapere che Gesù si divertiva a chiamare “figli del tuono” i due fratelli che volevano far scendere sui samaritani il fuoco dal cielo. Farsi prendere in giro da Dio, per quanto possa essere stato simpatico, avrà fatto arrossire per l’imbarazzo Giacomo e Giovanni, futuri fari di santità, mentre gli altri apostoli se la ridevano.

Penso che se non fosse vero, nessun ebreo di quel tempo si sarebbe inventato roba del genere in un racconto di tale importanza.

E in libri più antichi veniamo a sapere che Davide aveva ballato in onore di Dio con tale trasporto da rendersi ridicolo agli occhi di una delle sue mogli. Non mi stupirei, a questo punto, di leggere anche di Gesù che ballava allegro in onore del Padre suo (niente paura, non c’è scritto). Non c’era più religione già a quei tempi! Non c’è più il Dio di una volta!

Torniamo però al nostro argomento. La frase iniziale a effetto, al di là dell’effetto, descrive bene il ruolo del prete. Il capo dei capi di tutti i preti del mondo è il papa che, infatti, si fa chiamare Sommo Pontefice, ovvero, colui che costruisce ponti tra gli uomini e Dio. Il prete, anch’egli, è costruttore di ponti, ed è ponte egli stesso.

È chiamato, per esempio, ad annunciare la Parola di Dio e a spiegarla perché sia da tutti seguita, ma è anche lui tenuto, più degli altri, a obbedirvi, con forse ancor più difficoltà per l’invidia dei demoni e di tante persone. A questo aggiungete il dovere di dare a tutti il buon esempio e di pregare con fervore e umiltà per coloro che sono più deboli o del tutto avvezzi a ogni malizia.

Il prete è anche chiamato a donare lo Spirito Santo attraverso le benedizioni e i sacramenti, ma è di sicuro colui che più ne ha bisogno, per comunicare a tutti il calore e la luce dell’amore di Dio.

L’esperienza della propria umana fragilità davanti a un ruolo di così grande visibilità per gli angeli e gli uomini, e di responsabilità davanti al suo Dio rendono il prete il più umano tra gli esseri umani, il più consapevole dell’indegnità che gli è propria, il più disposto a rinunciare a qualsiasi parvenza di onore umano per condividere le gioie e i dolori suoi e degli altri.

Il prete è infine colui che sull’altare presenta a Dio Padre ciascuna delle persone presenti, affinché dallo Spirito Santo siano trasformati in «un solo corpo e un solo spirito» e nella loro unione siano un «sacrificio gradito» a Dio per ottenere «pace e salvezza al mondo intero». Lo attesta questo brano, tra i tanti, del Nuovo Testamento: «Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero» (Efesini 4,11-12).

Il prete è il primo dei trasformati durante la Messa ed è il primo che Dio incontra dalla parte dell’umanità, ma è anche il primo che gli uomini incontrano quando i loro sguardi si elevano a Dio.

Quanto più il prete si unisce al suo popolo e ne condivide le gioie e i dolori, tanto più Dio lo assimila a sé e lo rende sua immagine in questo mondo. Tanto più il prete si riconosce fragile e si inabissa nell’umiltà, tanto più in alto lo portano le braccia paterne di Dio. Anche Gesù, non disdegnò di mettersi in fila coi peccatori per ricevere il battesimo di penitenza di s. Giovanni Battista; non visse nel Tempio e si lasciò incontrare in mezzo alle piazze.

Allo stesso tempo, quanto più il prete con la propria preghiera, i sacramenti e l’ascolto della Parola, si lascia plasmare a immagine dell’unico sacerdote, Gesù, tanto più porterà gioia a coloro che incontra.

Tanta più gioia traspare sul volto dei santi, quanto più grande è l’unione con Dio da cui quella gioia proviene; e quanto più il prete piange davanti al Signore per ottenere grazia e perdono per il popolo in cui Dio lo ha voluto, tanto più vorrà ridere e festeggiare, spinto dalla quella stessa gioia che Dio prova nello starci vicino.

Sketch e balletti non sono blasfemi e non sono santi: sono frutto dell’umanità del prete, che gioisce della vicinanza di Dio come ogni persona, laica o religiosa che sia; sketch e balletti non sono blasfemi né santi, ma sono frutto del Dio fatto uomo che gioisce dentro di noi perché lo abbiamo fatto entrare con amore e fiducia. Ed entrambe le frasi sono vere, in uguale misura, da quando Dio è diventato uno di noi. Distacco e solitudine, preghiera incessante e digiuno non sono incompatibili, ma addirittura necessari perché quella gioia si radichi e la presenza di Cristo nell’anima santifichi ciò che è sacro e ciò che è profano. 

Ben vengano quindi le estasi che poi sfociano in danze, come accadeva a s. Teresa d’Avila, e le buffonerie nel predicare di s. Francesco d’Assisi, «giullare di Dio». Ben vengano anche le scenette su TikTok, se preparano i più giovani all’incontro con Dio, come ha fatto per anni don Roberto Fiscer.

Teresa d’Avila e Francesco d’Assisi sono santi riconosciuti e ci sono di esempio. Se sia santo don Roberto, se lui possa essere per noi confratelli un esempio, non ho elementi per dirlo né l’autorità. So solo che l’allegria, quando è serena e spontanea, non può avere la sua fonte che in Dio. Di lui o di altri proprio non so, ma ripeto di nuovo ciò che ho imparato in questi anni da prete: ciò che è umano può esser divino e ciò che è proprio di Dio è umano al massimo grado.

E ho detto tutto (come diceva Peppino a Totò). Amen.


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