Il primo uomo sulla luna: che cosa ci ricorda o che cosa sappiamo?

La ricerca scientifica è la base della conquista spaziale
Luciano Di Pietrantonio - 20 Luglio 2019

Il VI Congresso Confederale della CISL, tenutosi a Roma, si concluse nella notte fra il 20 e il 21 luglio 1969, con la rielezione di Bruno Storti a Segretario Generale. Una strana coincidenza con quanto stava accadendo sulla Terra e nell’Universo di quel giorno storico per l’umanità.

Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael CollinsEra stato il Congresso che sancì l’incompatibilità tra cariche politiche e cariche sindacali, il sindacato non aveva più rappresentanza parlamentare, ma erano gli anni delle grandi lotte dei lavoratori, insieme a quelle studentesche, ma erano anche gli anni dell’inizio del terrorismo brigatista e neofascista, e il sindacato si impegnò in modo attivo nella difesa delle libertà democratiche.
In quella serata del 20 luglio 1969, il giorno in cui il primo uomo camminò sulla Luna, il mondo seguì con il fiato sospeso l’impresa di Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins, nell’ambito della missione spaziale Apollo 11, nella Sala dei Congressi dell’EUR si parlava solo dell’impresa spaziale. Diventava realtà quanto scritto nel romanzo di fantascienza, nel 1865, da Jules Verne dal titolo “Dalla Terra alla Luna”, un libro letto da generazioni di giovani di tutto il mondo.

“Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un passo gigantesco per l’umanità.” Con queste parole Armstrong, il primo uomo in assoluto a mettere piede sulla Luna, coronava un lungo sogno, fatto proprio da John Kennedy, che il 25 maggio 1961 aveva dichiarato :”Credo che questo Paese debba impegnarsi a realizzare l’obiettivo di far arrivare un uomo sulla Luna e farlo
tornare sano e salvo sulla Terra. Non c’è stato mai stato nessun progetto spaziale così impressionante per l’umanità..”

Sono trascorsi 50 anni da quell’evento, che non ha riscontro nella storia dell’uomo, forse non sappiamo molto, perché di quella eccezionale ed unica impresa, fino a quel periodo. I ricordi sono vaghi, la conoscenza labile e oggi si rimuove tutto in fretta, perché il presente vede solo l’arida quotidianità, e non offre spesso memoria storica, il futuro è difficile da immaginare.
Erano gli anni della guerra fredda e il mondo era sostanzialmente diviso in due blocchi, era l’eredità della Seconda Guerra mondiale: da un lato i sovietici e dall’altro gli americani.

Nel 1957, l’URSS aveva mandato in orbita un satellite – lo Sputnik – e in rapida successione la cagnetta Laika, il primo uomo Gagarin, la prima donna Valentina Tereshkowa. E poi s’era impantanata in una serie di tonfi nella corsa verso la Luna.
Nel famoso discorso del 1961, il Presidente Kennedy sostenne che :” Non sarà un uomo solo ad andare sulla Luna, sarà un’intera nazione”, questo anche per far comprendere l’onerosità dell’impresa agli americani.

Otto anni dopo, Kennedy non c’era più, ma la sua America aveva mantenuto la promessa fatta, un atto di fede nei valori della ricerca scientifica. E non c’era solo l’America con Neil Armstrong, tutto il mondo era lì, il 20 luglio 1969, quando l’astronauta disse:”Houston, qui è la base del Mare della Tranquillità. L’Aquila ( il Lem Eagle) ha atterrato.” Doveroso è ricordare che Michael Collins, che era il pilota del modulo di comando dell’Apollo 11, era nato a Roma, il 31 ottobre 1930, in via Tevere, 16, perché il padre lavorava presso l’Ambasciata Statunitense in Italia. Oggi, all’ingresso di quel palazzo c’è una lapide di
marmo che ricorda Collins.

In Italia, due famosi giornalisti: Tito Stagno e Ruggero Orlando, inviato a Houston, raccontarono in televisione “Lo speciale Luna,” in una diretta, che durò più di 24 ore. Alle 22,17 avvenne l’allunaggio, e Stagno urlò :” Ha toccato il suolo lunare” più volte, sembrava un impazzimento di gioia collettiva, in quella calda notte d’estate che venne considerata storica.
Dubbi e critiche non sporcarono l’euforia di quel momento. Le peggiori aberrazioni del ventesimo secolo erano alle spalle e l’ultima frontiera era lì, a portata di Lem.
La sfida con l’apparato militar-industriale del Cremlino sembrava vinta per sempre, “non servivano i giganteschi razzi sovietici, ma congegni elettronici sempre più miniaturizzati nelle capsule, anche con vettori meno potenti,” spiegarono i tecnici Usa con un sorriso.
Erano giovani e freschi, come le loro menti. L’età media degli ingegneri impegnati nel lavoro di calcolo per i voli lunari era di 23 anni, l’ufficiale che guidò dalla base di controllo di Houston la drammatica fase di allunaggio, Steve Bales, ne aveva 26.
La ricerca scientifica consenti innovazioni sui motori e sui materiali, sui computer e sulle comunicazioni radio. Si costruì lo scudo termico della navicella con un foglio che sembrava una stagnola da forno. Si inventarono delle nuove plastiche leggerissime e resistentissime. Con i transistor e i nuovissimi circuiti integrati stava iniziando la civiltà digitale basata sul silicio. Su tutto ciò si fece una scommessa azzardata che si rivelò vincente.

Discendono da quell’ardimento le moderne telecomunicazioni: computer, cellulari, iPod, Internet. Così come vengono dall’impresa della conquista dalla Luna i tanti nuovi materiali utilizzati, che hanno rivoluzionato le auto, l’aviazione, lo sport, gli ospedali, gli impianti per l’energia.
Era la generazione che poi ha fatto nascere Silicon Valley e istruito i vari “genietti informatici” del ventunesimo secolo a costruire circuiti integrati sempre più piccoli. Il futuro, cioè l’oggi.
Il mondo dopo lo sbarco sulla Luna è diventato veramente un “grande villaggio globale” così come lo aveva intuito, immaginato e profetizzato il canadese Mc Luhan, in una meravigliosa metafora degli anni ’60.
La conquista della Luna di colpo è diventato un passatempo costoso, l’entusiasmo si è sciolto rapido come neve al sole, c’erano altre priorità nel mondo e le risorse quasi esaurite, e nessun altro essere umano ha camminato sulla Luna; in totale gli uomini che hanno allunato sono stati 12, tutti americani.
Lo Spazio è rimasto terra di conquista per satelliti e sonde, incaricati di osservare e gestire soprattutto la Terra, la sua evoluzione meteorologica, il frenetico scambio di parole, suoni e immagini dei suoi abitanti. In questo senso astronauti ( come sono chiamati dagli americani) e cosmonauti ( cosi definiti dai russi), interessano sempre meno, anche se senza di loro l’esplorazione spaziale non avrebbe avuto i risultati e i successi che oggi ricordiamo.

A 50 anni da quella storica e universale impresa, questo è quello che ricordiamo o sapevamo? Speriamo di no! Gli uomini di domani: europei (italiani compresi), indiani, cinesi, russi o americani, che siano, avranno più tecnologia, tute più leggere, comunicazioni impeccabili, intelligenza artificiale, sistemi robotizzati e si scriverà, certamente, un’altra storia dell’umanità, nella conquista dello spazio al di là della Luna, verso Marte e oltre! La sfida è nuovamente ripartita, anche perché non si è mai fermata. E oggi tutti celebrano, dalle Televisioni ai giornali, dai social ai mezzi di comunicazione, il mezzo secolo di quel giorno meraviglioso!

 

Luciano Di Pietrantonio


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