Immigrazione: manifestazione di protesta a piazza della Repubblica

In un migliaio per l’abolizione integrale della Bossi-Fini e contro il lavoro nero

Domenica 28 ottobre, un migliaio di persone, sono scese in piazza con un unico obiettivo comune: manifestare contro il lavoro nero e contro l’attuale immobilismo del governo Prodi.

Organizzata dall’associazione Dhuumcatu, si è svolta a piazza della Repubblica la manifestazione nazionale degli immigrati del centro sud riunitisi per lamentare una situazione, ormai, divenuta insostenibile e per rivendicare una legge in materia d’asilo politico che tuteli realmente i richiedenti e i rifugiati e che preveda, peraltro, la chiusura definitiva dei centri di permanenza temporanea e la rottura completa del legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro.

Secondo loro, la nuova legge Amato-Ferrero si limiterebbe a promettere piccole migliorie, ancora tutte da verificare. Pertanto, denunciano l’esborso di 72 euro causato dalla "vergognosa" convenzione sui Permessi/Carta di Soggiorno tra Ministero degli Interni, Poste Italiane, Patronati e ANCI.

In effetti, l’attuale legislazione promette numerose novità: dall’eliminazione del contratto di soggiorno alla programmazione triennale dei flussi, fino all’autosponsorizzazione. Prevede, inoltre, corsie preferenziali per infermieri, badanti, colf, tecnici specializzati, manager e artisti. Assicura vie più semplici per ottenere permessi d’ingresso, incentivazioni dei rimpatri volontari, oltre che il diritto di voto amministrativo, sia attivo che passivo, dopo 5 anni di permanenza e l’inserimento nel mercato del lavoro regolato da una “richiesta numerica o nominativa proveniente da Regioni, Province, enti locali, associazioni imprenditoriali, professionali e sindacali, nonché istituti di patronato con la costituzione di forme di garanzia patrimoniale a carico dell’ente o dell’associazione richiedente”.

Tuttavia, numerose sono le ragioni che inducono a dubitare dell’efficacia dell’attuale provvedimento. Difficoltosa risulta innanzitutto la realizzazione delle liste di collocamento richiedenti verifiche accurate, capacità tecniche e aggiornamenti continui, oltre che spese ingenti. Discutibile appare anche l’idea della “autosponsorizzazione” che potrebbe essere facilmente manipolabile da chi organizza i flussi dei clandestini e, quindi, rischiare di impedire qualsiasi controllo migratorio. Dubbi anche su chi certificherà attraverso standard omogenei la conoscenza adeguata della lingua e le qualifiche professionali. Bisognerà cercare un sistema valido per escludere dai tetti numerici chi è portatore di alte qualifiche, evitando che gli eventuali candidati rimangano impantanati nel sistema burocratico.

Ma serie perplessità sorgono, soprattutto, in merito all’impostazione ideologico-culturale sottostante la nuova legislazione che sembra, rifacendosi peraltro alla Bossi- Fini, considerare l’emigrato non come uomo, ma come forza lavoro visto il diretto collegamento esistente tra l’ingresso e la permanenza dello straniero extracomunitario e l’utilità economica del suo apporto lavorativo, prevedendo così l’espulsione di persone che, sia pure prive di opportunità lavorative, abbiano iniziato nel frattempo percorsi di integrazione sociale e culturale.

L’interrogativo riguarda la reale possibilità della riforma di "migliorare" la qualità dell’immigrazione e limitare l’irregolarità. Gli accenni a ben vedere sono timidi, anche perché in Italia gran parte della domanda di lavoro è per le basse qualifiche e molto dipenderà dalla capacità di prosciugare un’economia sommersa che coinvolge oggigiorno il 17% del Pil e una quota ancor più alta di lavoro.

Sullo sfondo di questa nuova legge rimane, dunque, una immigrazione in costante aumento e una generazione spesso senza voce. Insomma, un melting pot che cresce costantemente e che conta oggi ormai ben 184 etnie diverse nel Lazio, 178 in Lombardia e solo, si fa per dire, 172 etnie in Piemonte. Certamente il numero elevato di etnie è un buon segnale di apertura della nostra società, ma ciò rende necessarie e non rinviabili serie politiche d’integrazione e di coesione sociale che sappiano davvero dare agli immigrati una dignità e che non rinuncino ad un esiguo trattamento umano verso chi approda nel nostro paese senza intenzioni criminali.

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