

Ovvero 10 trucchi per arrivare a fine giornata
Sono entrato in seminario da adulto e il mondo dei seminaristi, preti, monsignori, eccellenze, eminenze e contorni mi era del tutto estraneo. Mi ci volle un po’ per familiarizzare con l’ambiente. Anche ora, che sono prete da tanti anni, il mio sguardo continua a essere talvolta un po’ fuori dagli schemi.
Ecco forse perché noto cose che mi risultano ancora un po’ buffe, sebbene anch’io a volte ci cada.
Ai preti si rivolgono domande di ogni tipo. Fossero anche solo di religione, il campo sarebbe comunque piuttosto vasto e non si può essere esperti di tutto.
Non si vuole dire bugie, che potrebbero risultare anche eretiche, e allora, per superare un momento di vuoto, si ricorre alla “misteriosità” del nostro Dio infinito.
«Come può essere contemporaneamente uno e tre, Dio?» – «È un mistero! Lo capiremo solo in cielo»; «In cosa è consistito il peccato originale?» – «È un mistero, per noi ora segnati dal peccato!»;
ù«Cos’è davvero l’Eucaristia?» – «È un mistero grandissimo!»; «Cosa pensano davvero i preti di tutto ciò che predicano in chiesa?» – «Questo neanche Dio lo sa! È il più grande di tutti i misteri».
E di mistero in mistero tiriamo avanti così.
I sacerdoti, come tutti, vogliono risultare graditi alle persone che incontrano. Se va a predicare in un monastero, andrà sul sicuro sostenendo: «l’importante è la preghiera», così che tutte le suore annuiscano; se passa da un’associazione di volontariato, per dare sostegno dirà che, anche se non sono assidui alla Messa, «l’importante è fare del bene», sulla qual cosa tutti i volontari saranno tutti d’accordo; alla fine della giornata, una cena con amici non tutti credenti, può indurlo, per evitare imbarazzi, a dire anche che «l’importante è stare in pace con tutti».
Così, tra l’importante è una cosa, l’importante è anche l’altra, l’unica cosa davvero sicura è che l’importante è trattare da santo chi ti sta in quel momento davanti.
Secondo i fedeli più ingenui, i preti sarebbero in possesso di intelligenza soprannaturale, poteri profetici e dono di fare miracoli, il tutto a uso e consumo dei propri fedeli. Ti invitano a cena perché con poche parole il figlio si converta o con una benedizione speciale qualcuno ottenga salute e lavoro.
Si fa quel che si può, ma a coloro che insistono affidandosi solo alla fede del prete, non resta che dire loro un bel «dai, preghiamoci sopra …», che è allo stesso tempo un invito a pregare essi stessi e, sotto traccia, un invito a non “rompere” più.
Le parrocchie accolgono tutti. Non si chiede il certificato di salute mentale, la fedina penale, o il certificato di cittadinanza o battesimo.
E tutti desiderano parlare col parroco: coloro che si credono indemoniati per benedizioni a tutto spiano; i depressi per piangere con lui qualche ora; i nevrotici per dargli la colpa di ogni problema parrocchiale, familiare o dell’intero universo.
Se poi a questi si aggiungono i venditori di oggetti sacri e i truffatori, è inevitabile che si escogitino piani di fuga dall’ufficio del parroco.
Ho sentito dare appuntamento a pochi minuti dall’inizio della Messa, ho visto spostare l’auto dal parcheggio interno per fingere l’assenza dalla parrocchia, come anche chiedere alla segreteria di essere chiamati dopo pochi minuti, o di farsi passare telefonate inesistenti. L’inventiva è inesauribile quando ne va della propria sopravvivenza.
Quando veniamo ordinati presbiteri, promettiamo «filiale obbedienza» al vescovo della nostra diocesi. Quel «filiale» indica che il rapporto tra vescovo e preti debba essere connotato da confidenza e fiducia. È facile che sia così in diocesi piccole, ma in quelle più grandi il rapporto spesso si burocratizza e la visita del vescovo in parrocchia assume le stesse dinamiche di quando il capo-ufficio gira per le stanze dei suoi impiegati.
Ho visto parroci gridare ai collaboratori: «Presto! Sistemate tutto… se vede questo… Vammi a prendere le pillole per la pressione!… Speriamo che non voglia restare a mangiare, che gli faccio?». E il vescovo, che queste cose le sa, quando non è di casa è così gentile da avere un impegno per non restare a cena.
Ci vorrebbero tutti sposati, a noi preti. Vi assicuro però che di donne ne abbiamo fin troppe. La parrocchia va avanti, infatti, sul servizio di donne buone e generose, a cui il parroco si affida con stima e fiducia. Se molte hanno rispetto di lui, altre trovano la loro ragione di vita nel difendere il proprio servizio dall’ingerenza nefasta del parroco. E lui si ritrova a discutere sui temi più vari: la marca dei detersivi, lo stile di ricamo delle tovaglie d’altare, l’altezza e il colore dei fiori, il tragitto da seguire in Chiesa per raccogliere le offerte… e il parroco è grato al Signore perché, ritiratosi in stanza, è finalmente da solo, grazie al suo celibato. Se a centinaia ne abbiamo di suocere, mille e ancor più sono le donne che ci sostengono però come vere sorelle!
Come esiste un istinto di maternità, altrettanto forte è l’istinto di paternità. Più della moglie, la mancanza che si sente è quella di avere figli propri: un bimbo che si agiti quando ti vede o una bimba innamorata del suo papà sono esperienze che i preti non fanno.
La paternità si traferisce in parte sui propri nipoti e in parte sui bambini dell’Oratorio e sui chierichetti. Lo si nota da come si commuovono per il disegno che un bimbo gli ha dedicato, o da come si divertono alla festa di carnevale; ma soprattutto da come perdonano e ridano ebeti delle marachelle dei chierichetti durante la Messa. E la gente non capisce il perché.
Gli animali da compagnia sono molto diffusi tra preti, suore e consacrati. È cosa in sé molto buona, ma a volte i cani e i gatti diventano protagonisti delle loro riflessioni e meditazioni spirituali, che trasbordano poi nelle omelie.
Quando ti aspetteresti pensieri sulla Passione di Cristo o su qualche brano della Sacra Scrittura, ascolti discorsi sulla presenza dei cani in paradiso o sulle virtù da imitare dei gatti, e dove pensavi di leggere quanto era stato meditato in un ritiro con il padre spirituale, trovi il resoconto della conversazione avuta col gatto.
È così che alla fine si diventa “gattolici”.
È prassi comune mettere insieme cibo dell’anima – ovvero incontri di preghiera, ritiri e quant’altro – e la “mastica”, ovvero il cibo del corpo. Un po’ per stare insieme, un po’ per attirare gente, è quasi scontato che a ogni momento di preghiera corrisponda un buffet, una grigliata o un picnic. Seguiranno poi ulteriori calorie nei giorni di riciclo degli avanzi che, insieme a quelle accumulate negli inviti a pranzo e a cena a casa dei parrocchiani, si accumuleranno tutte sulla pancia dei preti.
La circonferenza della pancia sarà quindi proporzionata, d’altra parte, alla sua dedizione all’apostolato… ed è per questo che i preti ci tengono tanto a conservare i chili di troppo e rifiutano di sottoporsi alle diete.
Alcuni preti si dedicano solo a pregare. Rinunciato a sport, musica, letture e abitudini di gioventù, dalle loro stanze esce solo musica sacra, nella loro biblioteca hanno solo libri di Sacra Scrittura e di teologia, e il loro hobby è collezionare rosari o immagini sacre.
In seminario ci insegnavano il canto liturgico e non era infrequente che dalle stanze provenisse un sottofondo di polifonia sacra o di altra musica d’afflato mistico. Poi però avevamo una stanza per suonare insieme, con amplificatori, batteria e strumenti moderni, e la musica del sotterraneo era quella dei Litfiba e dei Metallica, ma nessuno andava in giro a raccontarlo.
Quando un parrocchiano mi vide una volta in fila davanti a un confessionale, mi si rivolse sconcertato: «Pensavo che voi preti vi confessaste da soli!».
No! Anche il prete si confessa, e lo fa come tutti, davanti a un prete: può essere il padre spirituale, oppure un “confess-amico”, ovvero un sacerdote con cui ci si scambia la confessione, oppure un confessore sconosciuto e lontano per i peccati che sente come più umilianti. Se già è difficile per tutti, ancor più lo è per i preti riconoscersi peccatori alla stregua di tutti. Qualcuno ha vergogna a farsi vedere in fila davanti a un confessionale.
È questa difficoltà però, cioè il sentirci preda di ogni tentazione o fragilità, a far sbocciare in noi un cuore misericordioso che sappia consolare e affiancare chi è nel cammino di fede. È necessario per noi sentire come nostra concreta possibilità il cadere in ogni fragilità umana, per dare a tutti fiducia nel perdono di. Spesso non possono dirlo, per non suscitare scalpore].
Ho qui rivelato alcuni lati umani di noi preti, perché le persone abbiano pietà di chi ha rinunciato a tanto per star loro vicino. Se sono stati qualche volte di scandalo, pregate per loro e sappiate che anche loro – come tutti, d’altronde – fanno a volte uso di qualche trucchetto per arrivare a fine giornata senza finire in ospedale o in galera.
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