La dignità dell’uomo? Il lavoro: libero, consapevole, non alienato, creativo, estetico

Un Primo Maggio all’insegna della riscoperta della centralità del lavoro, grazie alla pandemia
Francesco Sirleto - 30 Aprile 2020

“Il lavoro … è appetito tenuto a freno … il lavoro forma. Il rapporto negativo verso l’oggetto diventa forma dell’oggetto stesso, diventa qualcosa che permane; e ciò perché proprio a chi lavora l’oggetto dà indipendenza”

(Hegel, Fenomenologia dello Spirito)

“L’animale plasma soltanto secondo la misura e il bisogno della species a cui appartiene, mentre l’uomo sa produrre secondo la misura di ogni specie e ovunque sa conferire la misura inerente all’oggetto; l’uomo quindi plasma anche secondo le leggi della bellezza”

Fresco Market
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(Marx, Manoscritti del ’44)

“Il lavoro fa parte del piano di amore di Dio ed è un elemento fondamentale per la dignità di una persona. Il lavoro, per usare un’immagine, ci ‘unge’ di dignità, ci riempie di dignità; ci rende simili a Dio, che ha lavorato e lavora, agisce sempre; dà la capacità di mantenere se stessi, la propria famiglia, di contribuire alla crescita della propria Nazione”

(Papa Francesco, discorso ai lavoratori  in occasione del 1° maggio 2019)

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”

(Costituzione, art. 1)

 

Il Primo maggio 2020 è un Primo Maggio davvero speciale. E non perché non sarà possibile festeggiarlo con il “concertone” in piazza San Giovanni, come da trent’anni a questa parte era ormai abitudine, tanto che la maggior parte dell’opinione pubblica era convinta che le due cose (concertone e festa del lavoro) fossero la medesima. E neanche perché quest’anno non sarà possibile la tradizionale scampagnata a base di fave, vino e pecorino. Ma molto più semplicemente perché la pandemia, nonostante le sue tragiche conseguenze, ha fatto riscoprire alle moltitudini, che lo avevano dimenticato, il valore autentico del lavoro, il suo essere costitutivo, anzi coincidente con l’essenza stessa dell’uomo, in altre parole con la sua “dignità”, con ciò che differenzia l’uomo da tutte le altre specie viventi.

Se l’uomo è ciò che è (o ciò che vorrebbe essere, in molti casi), vale a dire un ente libero, cosciente della propria identità e differenza, non alienato, creativo, estetico, un Giano bifronte, naturale e sociale insieme, ciò è dovuto a quell’attività chiamata “lavoro”, “travail”, “trabajo”, “work”, “arbeit” e così via in tutte le lingue del mondo.

L’uomo è libero, infatti, solo se ha un lavoro, soltanto se può provvedere autonomamente al proprio sostentamento e a quello della propria famiglia.

L’uomo diventa cosciente di sé (auto-cosciente) e della propria essenza, naturale e sociale, soltanto attraverso l’attività lavorativa, quell’attività che gli consente di entrare in rapporto con la natura, tras-formandola e dandole un ordine geometrico e misurabile; così come gli consente di entrare in rapporto positivo con gli altri uomini, di imparare dagli altri il “mestiere” e di trasmetterlo ad altri; di cooperare con una pluralità di suoi simili, uniti in uno sforzo comune.

L’uomo è non alienato, ma indipendente e “padrone” dell’oggetto del suo lavoro, quando è lui a decidere cosa, come, quando e con quali mezzi produrre ciò che produce; quando l’oggetto che produce è l’espressione, la materializzazione delle sue capacità, della sua professionalità, del suo bagaglio culturale e di esperienze, della sua “bravura”.

L’uomo è creativo, o può essere creativo, nella sua attività lavorativa, perché è in grado di dare l’essere a oggetti che prima non esistevano, oppure di dare nuova forma e nuovo significato ad oggetti già esistenti; l’uomo creativo, si sa, è simile a Dio, ma senza lavoro è difficile che possa assomigliargli.

L’uomo, nel lavoro e attraverso il lavoro, oggettiva il suo senso estetico, il suo gusto, e quindi produce bellezza (forma, armonia, proporzione, misura, equilibrio tra la parte e il tutto), quella bellezza che sfida i tempi e che rende certe opere dell’uomo a-temporali ed eterne. Perché l’uomo, al contrario degli animali, non è legato all’attimo fuggente, ma tende all’eternità; e poiché è mortale, pur consapevole della sua esposizione al nulla, aspira ardentemente a che le sue opere, almeno loro, permangano a beneficio delle generazioni future.

Mai come in questo periodo, così anomalo e imprevisto e tragico, ci si è resi consapevoli dello straordinario valore di ciò che, apparentemente, è ordinario: il lavoro.

A partire dall’incredibile sacrificio e dalla straordinaria abnegazione dei lavoratori della “prima linea”: medici, infermieri, personale delle pulizie, autisti delle ambulanze, volontari della Protezione civile e della Croce Rossa e delle moltissime associazioni che si sono incaricate di prestare soccorso agli ammalati e agli anziani, rinchiusi in casa e impossibilitati a muoversi.

Per non parlare, poi, di tutti coloro che hanno continuato a lavorare duramente e anche oltre il normale orario di lavoro per assicurare alla popolazione gli alimenti e tutti i dispositivi e tutte le attrezzature occorrenti per fronteggiare l’emergenza.

E il lavoro degli insegnanti per assicurare, anche a scuole chiuse, la continuità del fondamentale diritto all’istruzione e al sapere? Un lavoro, questo, oscuro, poco appariscente, ma quanto mai essenziale ed importante, per non lasciare soli in casa i nostri bambini, i nostri adolescenti, i nostri giovani.

E, infine, mai come in questo periodo, hanno sentito in tutta la sua pienezza (anche se, paradossalmente, questa “pienezza” coincide con l’assenza) che cosa significa aver perso il lavoro, essere disoccupati perché la fabbrica ha chiuso, aver dovuto chiudere l’attività, la bottega, il negozio, il bar, il ristorante, il salone di barbiere o di parrucchiere, ecc. Non è soltanto, sebbene sia la cosa più importante, il fatto di non avere un reddito e quindi il venir meno dell’autonomia economica e finanziaria. C’è qualcosa in più, e di più profondo: il non lavorare significa la perdita della dignità, della libertà, dell’autocoscienza. Senza il lavoro risulta difficile “declinare le proprie generalità”. Si sente ancora di più la perdita dell’identità, del proprio essere utile alla collettività.

Ecco perché in questo primo maggio 2020 sarà ancora più forte, nel celebrare la Festa del Lavoro, il richiamo ad una azione comune e solidale per debellare la pandemia e per riconquistare la pienezza della dignità, della libertà, del proprio essere uomini e donne, individui con le proprie identità e, nello stesso tempo, parti eguali e tra loro collegate di una grande totalità che si chiama umanità.

 

Francesco Sirleto

 


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