

Sfruttando il biglietto cumulativo di euro 15 comprendente anche Palazzo Massimo e Museo delle Terme
Per sfruttare il biglietto cumulativo di euro 15 (Palazzo Massimo, Museo delle Terme e Palazzo Altemps) decido di visitare anche quest’ultimo, sconosciuto, a differenza degli altri rivisti con piacere.
Scelgo di raggiungerlo, da bravo cittadino, utilizzando il trasporto pubblico. Il 343 preso al volo a via Tor de Schiavi mi illude: sarà un viaggio piacevole e relativamente rapido. Sbagliato. Disceso nelle viscere della stazione metro Gardenie, scopro che il prossimo treno sarà tra tredici minuti: pazienza, non devo andare al lavoro, ho tutta la mattinata; non come quelli e quelle che già sono come sentinelle davanti alle porte di entrata (hai visto mai, il treno anticipi…).
Dopo esattamente tredici minuti (poi dicono i treni in orario!) arriva il serpentone automatico, fresco, non eccessivamente affollato, che mi porta naturalmente a S. Giovanni, per prendere la coincidenza della linea A fino a Termini.
Traslato dalla marea che monta verso l’altra linea metro, decido di fare le scale, evitando la ressa di quelle mobili e scopro, ancora una volta, di non essere più quel montanaro dei venti rifugi dolomitici: sono in debito d’ossigeno e non posso neanche posare lo sguardo sulle dotte spiegazioni storico-archeologiche delle pareti e i preziosi reperti nelle teche (ma c’è qualcuno che ha il tempo e la voglia di vederli?) concentrato come sono sulla “malga” o meglio il corridoio che mi porterà ad altre scale mobili (stavolta sì) e infine al binario fatidico.
Salgo sul treno. Dopo poco scendo. Termini: dov’è l’autobus quaranta nella spiaggia assolata di piazza dei Cinquecento, opera di un restiling quasi completo ma privo di ombra? Ma è ovvio, dietro la sfilata dei bus sessantaquattro; il quaranta parte prima, lui va veloce, lui è una linea fast e dopo Largo Agentina… ferma a piazza della Chiesa Nuova. Dovevo scendere a Lgo Argentina, appunto. Con Google Maps mi districo agevolmente per stradine in parte note, grazie anche al senso dell’orientamento che mi assiste ancora. Posso godere comunque di angoli di Roma tagliati dal sole, accompagnato da lingue diverse, confortato da un veloce caffè.
Finalmente, piazza S. Apollinare; finalmente Palazzo Altemps. Siamo in Campo Marzio, a pochi passi da Piazza Navona e da Sant’Ivo alla Sapienza, altre perle di questa città, che forse vorrebbe altra cura dai propri curatori. Quasi novanta minuti di viaggio. La prossima volta, stesso tempo, giuro che arrivo a S. Maria Novella, Firenze.
Il museo, molto interessante e ricco da emozionare, si trova nei due piani del palazzo che, notizia curiosa, ospitò nella cappella privata Gabriele d’Annunzio, in occasione delle sue nozze con la duchessina Maria, figlia di Giulio Hardouin, un erede del palazzo.
Non lo descrivo nei particolari: dico solo che il museo è allestito con cura, valorizzando le varie collezioni (Altemps, Boncompagni Ludovisi, Mattei) e descrivendo gli ambienti con numerose schede in semplicità e chiarezza.
Ho potuto godere degli splendidi soffitti a cassettoni; delle sale ampie; di un numero considerevole di statue e gruppi marmorei di eroi e divinità, personaggi della mitologia, imperatori, dei; ho ammirato i sarcofagi di notevole fattura; le statue egizie di dei e animali; ho passeggiato nella loggia dipinta, sorvegliata dai busti di imperatori romani; ho immaginato il grande e splendido camino pieno di ceppi fiammanti nelle sere invernali.
Del “Trono Ludovisi” – al di là dell’autenticità o meno – ho apprezzato molto i bassorilievi delle figure laterali, oltre che quello centrale, non fissi, bensì dotati di movimento narrativo. Mi soffermo nell’arioso cortile che accoglie e saluta i visitatori, preannunciando le bellezze che potranno vedere e che un tempo erano godimento delle famiglie proprietarie, degli amici e ospiti. Successione di secoli con rifacimenti e ampliamenti, denari a profusione, a fronte di miserie e ingiustizie al di fuori delle sue mura: ma questa è un’altra storia.
Esco: negli occhi restano impresse le immagini del Galata suicida, dell’atleta a riposo, di Afrodite con il delfino, della loggia…
Un ultimo sguardo all’esterno, per apprezzare l’altana d’angolo, sormontata dallo stambecco rampante e quattro piccoli obelischi, che slancia tutta la costruzione; di nuovo affido il ritorno ai mezzi pubblici di superficie. Non un grande miglioramento.
Magari, oltre ai totem con tempi di attesa, indubbiamente utili, non sarebbe male disporre alle fermate anche le antiche paline indicanti le fermate temporanee -come quella del 514 (Termini- Porta Maggiore) – per evitare una circumnavigazione esplorativa della basilica di S. Maria Maggiore e della piazza, nell’afa del mezzogiorno agostano.
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