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La mostra di pittura di Roberto Serrao

Sabato 19 novembre 2011 l'inaugurazione nella libreria Il Mattone di via Giacomo Bresadola a Centocelle
Enzo Luciani - 11 Novembre 2011

Sabato 19 novembre 2011 alle ore 18.00 nella libreria Il Mattone di via Giacomo Bresadola 12/14 nel quartiere di Centocelle a Roma inaugurazione della mostra di pittura di Roberto Serrao che rimarrà aperta fino al 26 novembre.

Ed ecco un testo critico di presentazione del poeta Achille Serrao (fratello di Roberto) intitolato “Lo scacco e l’attesa”

“Scrivono – si dice nel testo di A. Serrao – di questo dipingere: separatezza assoluta dell’io, pervicace inclinazione ad istituire distanze fra vita e sogno. E potrebbe andare o forse potrebbe apparire così evidente da non attendersi altro: dallo “scacco” vitale che privilegia il “dire” sghembo, sbilenco, grottesco, deformato, che fa di questo gioco “un gioco al massacro” (per assecondare il Mario Lunetta in catalogo), che fa di questo gioco “una allegoria della catastrofe”, fino alla resa finale di incomunicabilità e disperazione senza confini, secondo Ferdinando Falco. Proposizioni da accogliere a primo acchito, magari con l’aiuto di una buona evidenza che tutto fa corrispondere senza ombre di contrasto o di smentita? Con l’aggiunta, forse, di qualche suggestiva problematica che scomoda psicologie degli oggetti, e dei soggetti innanzitutto, emblematici di un modo di esistere e del manifestarsi di questo, “raccontato” sulla tela o sul foglio di carta.

Scacco è il gioco, si sa, o il pezzo di un gioco terribilmente serio o la tavola sulla quale il ludus si svolge; ma è anche la “sconfitta” e viene semplice pensare che le figure che in questi dipinti si aggirano nude, “come la demoniaca iconografia occidentale e cristiana ha sempre rappresentato le anime nei gironi inferna-li” (Falco), siano lessico della dissolutezza, della consapevolezza della dissoluzione.

Ma il dubbio resta: e se rovesciando i parametri interpretativi, soprattutto i momenti della “ripresa” filmica che i quadri sembrano comporre, questi manufatti tendessero a rendere atmosfere di quiete, di rasserenata riflessione dopo un congiungimento carnale o una attesa di “mossa” ulteriore sulla scacchiera? L’immagine potrebbe allora divenire approdo di altra aspettazione, magari definitivamente palingenetica, con riscatto finale, sia pure densa di altra vita e di trasalimenti? O, ancora: il “racconto” che la mostra sembra svolgere e che svaria fra attrazioni realistiche e suggestioni visionarie (Lunetta), può consentirci di intravvedere un melos di vasto respiro, una sorta di “poema aperto” onde il segno diviene fantasma di una emozione che si libera sulla superficie animandola di ritmi misteriosi, proponendosi a guisa di un alfabeto
allusivo, tanto che “la storia” e il suo messaggio giungano diretti all’osservatore con l’incisiva energia di una pagina poetica?

Se quanto esposto è ammissibile, in Roberto Serrao c’è aspirazione alla libertà di un sogno che è guida, itinerario verso una realtà rinnovabile, magari con eclatante e non inedita esposizione di nudità. Punterei, dunque, sul sogno come fondante elemento interpretativo, con la carica premonitoria che gli è propria, sia sul sogno nel sonno, e nella veglia perfino, che con la piena coscienza delle rese ultime suggerite all’artista (una temperie di magico orfismo?), nelle quali detta ritmi e cadenze il colore: giallo-bruno, ocra il dominante, ossessivo quasi, con il concorso di qualche verde o azzurro non effetto di “impasto”, ma così come “naturalmente” si offre senza accentuazione di contrasti e in una specie di ebbrezza visiva.

A questo proposito si è tentati di iscrivere la pittura serraiana in una temperie di post-impressionismo per il modo intenso (talvolta concitato) di approfondire la funzione del colore e per le visioni paesistiche e ambientali che eludono qualsiasi riferimento intellettualistico. Fiducia, allora, nella poeticità del colore, gremito di umori sensibili e colto nella sua schiettezza, nel suo ruolo specifico di partecipazione lirica, un medium orfico che rattiene e compatta segno e immagine consentendo la tenuta di entrambi nella visione complessiva, in un equilibrio talvolta miracoloso della folta (di cose e persone) tavolozza di Serrao.

Per concludere: domina in questi quadri l’emotività, vi domina il clima, la luce spesso sincopata, vi si accampano personaggi quasi “araldici” nella loro inermità e fissità e in una condizione di attesa che “altro” accada, giungendo da un “oscuro” di là e segreto cui affidare la coscienza delle proprie sensazioni, il vivere perduto e nitidamente ricuperato e rivestito di senso nel presente”. 

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