La polveriera di Monteverde

Fece parlare molto di sé per lo scoppio avvenuto il 23 aprile 1891
Makaa Jade - 20 Dicembre 2017

La polveriera di Monteverde era una delle plurime strutture che costituivano il complesso del Forte Portuense.

Oggi non esiste più, ma fece parlare molto di sé per lo scoppio avvenuto il 23 aprile 1891.

Dopo l’Unità di Italia, con l’elezione della città di Roma a capitale, il re Umberto su consiglio del governo emanava il Regio decreto n° 4007 del 12 agosto 1877 relativo alla costruzione di opere di difesa di Roma e prevedeva la realizzazione di 15 fortini ubicati ai confini degli agglomerati edilizi, ad una distanza di circa 4 km dalle mura aureliane e di circa 3 km tra loro. Con il Regio decreto del 1 novembre del 1882 poi si stabilì che la denominazione di essi veniva applicata secondo “un ricordo storico, un celebre nome, cioè o della strada o della collina, o del casale, o della tenuta dove sorgono”.

Laboratorio Analisi Lepetit

Se il Forte Portuense ha conservato il nome dalla sua peculiarità di essere ubicato sulla Via Portuense, la polveriera, invece, è stata indicata anche con altri toponimi, per esempio “polveriera di Monteverde”, in virtù del fatto che quella zona dell’agro romano era indicata fin dai tempi del Catasto alessandrino (1660) come “Valle di Monteverde”, oppure “di Vigna Pia”, per la vicinanza, a soli 200 metri, dal rinomato Istituto Agrario Pontificio fondato da Pio IX nel 1850.

La Polveriera di Monteverde probabilmente era una palazzina simile alla coeva ancora oggi esistente, dimessa e in stato di abbandono, sulla Via Nomentana, costituita di due piani. Nella cartografia del 1908 la polveriera di Monteverde viene localizzata come “polveriera scoppiata”. Al momento dello scoppio, secondo gli Atti parlamentari del 2 maggio 1891, conteneva un quantitativo di esplosivo maggiore rispetto al consentito: 285 mila chilogrammi rispetto ai 233 previsti, tra cui vengono menzionati “casse di inneschi, spolette per mortai, spolette modello 1886, fuochi per pistole Very, razzi da segnale, codette da spolette, stoppini, micce, cannelli elettrici, cannelli a vite, cannelli fulminanti, inneschi modello 1885-1886, polvere di confisca, fuochi d’artificio”. La causa dello scoppio però non è mai stata identificata e negli stessi Atti Parlamentari vengono individuate tre possibilità: un atto anarchico di cui però non si trovò mai un agente, una negligenza da parte dell’addetto alla vigilanza, assente al momento dello scoppio, mai individuato ed infine una casualità provocata dal tremolìo del treno Roma -Civitavecchia, che alle 7.10 del mattino percorreva i binari al di là della Via Portuense.

Il conte Giuseppe Primoli fu il primo a testimoniare lo scoppio con le numerose fotografie scattate e conservate presso l’Archivio Primoli di Torino. Anche il Re Umberto fu tra le prime autorità che si recarono immediatamente sul posto.

L’Almanacco di Roma ed altri quotidiani dell’epoca riportarono soprattutto i danni provocati alle cose e alle persone, non solo nelle tenute confinanti con la struttura, ma anche nella città di Roma. Nella vicina Vigna Pia, per esempio, si contarono 138 alunni e alcuni animali colpiti dallo scoppio e danni ingenti alle strutture edilizie, il cui restauro diretto dall’ingegnere Umberto Bertolini nel 1914 riguardò sopratutto il convento e la chiesa. Nella basilica di San Paolo, invece, si frantumarono le nuove vetrate delle navate esterne; nella chiesa di Santa Passera crollò il muro di destra; nella chiesa di Sant’Ignazio di Loyola, al centro di Roma, si squarciò la tela di Andrea del Pozzo, raffigurante una finta cupola, restaurata soltanto nel 1963 da Giuseppe Cellini; ed infine, nei Palazzi Montecitorio e Madama, oltre alle vetrate frantumate, si scoprirono delle crepe che compromettevano le strutture. Vennero menzionati anche altri danni, di non minore importanza, provocati sui casali o  strutture di civile abitazione, tali da promuovere una campagna di solidarietà per il restauro architettonico. Il munifico conte Ladislao Tyszkiewcz, Presidente del Partito Nazionale della Polonia, residente a Salsomaggiore, si distinse perché offrì “mille lire per i restauri della casa di Vigna Pia dolendosi infinitamente di non poter di più, tanto è grave la calamità piombata sull’Istituto, tanto incalza la necessità di provvedere”. Inoltre, presso l’Archivio Capitolino è conservato un faldone relativo alla Sicurezza Pubblica (Titolo 58, B I fasc. 66 e b II fasc 1) le cui carte riportano anche dati sull’assistenza, sui servizi prestati da varie associazioni e sui sussidi comunali assegnati alle famiglie delle vittime. Tra le circa 240 persone coinvolte alcune persero la vita e tra queste vennero ricordati anche il frate Rosario Ponti da Bevagna di anni 64, i fratelli Moroni proprietari di una cava di tufo sulla Via Portuense, Felice Faternali, anch’egli proprietario di una cava di tufo sulla via Portuense ed il capitano Pio Spaccamela che si guadagnò la medaglia d’oro al valore militare “per l’audacia dimostrata in quella circostanza, la quale valse ad attenuare gli effetti del disastro”.

La polveriera di Monteverde, pur essendo una struttura non più esistente, è però indiscutibilmente parte della storia del quartiere monteverdino, già scenografia delle guerre risorgimentali condotte dai garibaldini e in seguito del secondo conflitto mondiale con le testimonianze degli ebrei rifugiati presso le chiese o le case di quartiere.


Commenti

  Commenti: 3

  1. Ettore Calzolari


    Buongiorno, mi sono interessato dell’evento esplosione della polveriera anche all’archivio capitolino soprattutto dal punto di vista sanitario ma non ho mai trovato l’elevato numero di vittime, addirittura 240! citato nel vostro articolo. Potete aiutarmi ad individuare la fonte di questo numero così grande che non ho rinvenuto da nessuna parte sino ad oggi? Grazie!! Ettore Calzolari


  2. Estratto da una lettera del pittore olandese Henri Goovaerts al suo insegnante August Allebé, datata alla fine di aprile 1891, lettera nell’archivio della Rijksakademie van Beeldende Kunsten Amsterdam, Noord-Hollands Archief (Haarlem, Paesi Bassi), fascicolo 239.
    Tradotto con Google Translate:
    ‘Quel colpo, che causò questi 200.000 chilogrammi di polvere da sparo, fu come un tuono che scricchiolò, immediatamente seguì il lampo e tuonò nello spazio aereo. Sono andato a cercare nel pomeriggio e davvero: non me lo ero immaginato. A una distanza di 3 chilometri non c’era tetto su una casa e più uno si avvicinava e meno si vedeva. Nient’altro che un mucchio di pietre che dovevano essere case. Non era rimasta pietra dell’edificio stesso. Una ripartizione non può essere effettuata in modo più completo. Non era rimasto niente dell’edificio, nessun muro. Solo il cancello era visibile. Tutto era diventato duro e sui vigneti vicini l’intero edificio era sparpagliato in schegge di un metro ciascuno. Fortunatamente non ci sono molte morti. Nella stessa Roma, come a Tivoli, Frascati e Albani, non c’erano case o finestre, porte e muri furono distrutti. Nella splendida Basilica di San Paolo, le finestre dipinte sono state in gran parte distrutte e diversi vasi etruschi sono stati rotti in Vaticano.’
    https://www.henrigoovaerts.nl/en/article/biography

Commenti