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“La ricerca dell’invisibile” di Sergio Gotti

Ancora in corso la mostra inaugurata il 6 maggio 2023 a Velletri 

In una cornice di grande prestigio, l’area archeologica delle Sacre Stimmate a Velletri, il 6 maggio 2023 è stata inaugurata la mostra del maestro Sergio Gotti, sarebbe dovuta durare pochi giorni, invece è ancora in questa prestigiosa sede.

Le opere esposte sono state così ben inserite nel contesto archeologico, che sembrano essere lì da sempre: già entrando dalla porta principale siamo rimasti impressionati dal minotauro a dominare, dall’alto, il “labirinto” degli scavi; veramente geniale aver messo una scultura moderna (di cartone) a “guardia” della Storia millenaria veliterna, fondata sulla solida pietra.

L’area archeologica, situata al centro di Velletri, occupa il colle sul quale si stanziò il primo nucleo abitativo: una posizione strategica, dominante la pianura pontina fino al mare (si vedono anche le isole Ponziane). La storia è, come spesso succede in molti siti archeologici italiani, a strati: sin dai primi scavi del 1784 sono state rinvenute tracce di una capanna del IX-VIII secolo a.C., due templi del VII-VI secolo a.C.; nel 1602 fu costruita la chiesa intitolata alle Sacre Stimmate, che fu bombardata nella seconda guerra mondiale dagli alleati; divenuta, l’area, di proprietà del comune nel 1992, furono avviati i lavori di recupero, finiti nel 2016.

La leggerezza del cartone in contrasto con l’eterna roccia, così in sintonia, è merito di Sergio Gotti e delle curatrici: la dott.ssa Silvia Sfrecola Romani, Cristina Crocetta (responsabile Servizio Rete Museale Urbana di Velletri) e Ilaria Caccia (coordinatrice servizi museali, Le Macchine Celibi Soc. Coop).

Arrivare al museo partendo dal parcheggio è già un viaggio nel tempo: ad accoglierci nella piazzetta di San Francesco la testa della Pallade Atena, la dea, simbolo della città, ritratta su un murale, dà inizio alla narrazione, che conduce al punto più alto della città antica, l’arx, che rappresenta un crocevia potente di archeologia e arte, mito e storia. Dopo la ripida ma breve salita, che sollecita polmoni e ginocchia, si raggiunge la rocca; la terra è trattenuta e dominata, sulle scabrosità delle rocce, dall’intervento dell’uomo a salvare il sito plurimillenario con i residui di cibo, la capanna di epoca protostorica, le tombe, il tempio arcaico, probabilmente eretto da Tarquinio il Superbo, e la chiesa.

Lo sguardo algido della Pallade è un ammonimento a non indugiare neppure un istante e a cominciare il percorso della mostra, che, come in un labirinto, educa a pensare e a scegliere alla ricerca dell’ invisibile, che volutamente Sergio Gotti rende tangibile e immaginifico: tocco ciò che non è, ed è stupore. Il ferro è legno, il legno è cartone, solo il tufo è tufo, pietra è pietra…eppure resta una sensazione di disorientamento sensoriale, da cui deriva un proliferare di idee astratte e concrete, di emozioni e visioni.
L’invisibile diventa toccante, si appoggia e spinge la mente, l’anima rintocca come la campana dell’antica chiesa, in risonanza con il racconto poetico dell’artista.
Tra un rutilare di elementi architettonici e scenografici che evocano suoni e parole, mi ritrovo in una città-teatro, aperto il sipario comincia un’esperienza di visione che è esperienza di immaginazione grazie alle opere dell’artista.
In queste sue costruzioni vediamo spuntare foglia su foglia, ruote e ingranaggi che si sgranano come rosari, una successione infinita di luoghi pregni di promesse e offerte per un investimento immaginario e per la conquista del diverso e dell’ignoto.
Mi affaccio e davanti a me la pianura pontina, la rocca è la città di confine tra realtà e immaginazione; in punta di piedi mi infilo tra corridoi e ponti sospesi, le città fantasiose e avveniristiche di Italo Calvino, magiche e incantate. Tra tutte le città invisibili Bauci è la città sospesa: un avamposto sul mondo, da cui proteggersi per proteggere ciò che resta da salvare.
Lo sguardo di Gotti si proietta in avanti come il suo Uomo vitruviano vestito da aviatore, che è pronto al “folle volo”, perché il suo sguardo è carico di un desiderio esorbitante e di una spinta a costruire una forma immaginata.
Il vuoto attorno alle città sospese e agli alberi alati si amplia e nel suo accumularsi diventa insopportabile e schiacciante, ma poi si carica di tensione per il pieno, il pieno di figure, di colori e di suoni, che il maestro Gotti crea riuscendo ad interpretare, in modo originale ed efficace, il pensiero di Italo Calvino.
Scrittore di cui ricorre quest’anno il centenario della nascita e tra i più amati in Italia per la sua ricerca della condizione umana e il continuo interrogarsi sulla realtà sfuggente e labirintica.
“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà…è già qui…cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.” (I.Calvino, in Le città invisibili).


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