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La scomparsa del partigiano Clemente Scifoni, l’ultimo eroe dei Gap di Torpignattara

All’età di 95 anni e 3 mesi, uno degli ultimi sopravvissuti della Resistenza romana. La funzione funebre si svolgerà domani 15 gennaio presso il tempietto del Verano alle ore 15,00
Francesco Sirleto - 14 Gennaio 2021

Roma 14 gennaio 2021 – Era un uomo timido e schivo, paziente e alieno da qualsiasi tentazione di mettersi in mostra; Clemente Scifoni non parlava volentieri della sua storia personale e delle sue audaci azioni di gappista della VI Zona della Resistenza romana, quella zona cioè che comprendeva i quartieri della periferia sud-est della Capitale (Torpignattara, Quadraro, Centocelle, Quarticciolo, Gordiani).

Clemente Scifoni il 25 aprile in piazza delle Camelie

Solo in occasione delle sue visite nelle scuole, durante le giornate dedicate alla memoria storica, in presenza dei ragazzi, si scioglieva e riusciva a esprimere ricordi e pensieri sulla Resistenza che, a Roma, fu relativamente breve (dal settembre 1943 al 4 giugno del 1944), ma durissima e sanguinosa, con episodi di eroismo giovanile partigiano (furono soprattutto i giovani intorno ai 18-20 anni che imbracciarono le armi contro i fascisti e i nazisti invasori, pagando un pesante tributo di sangue sull’altare della lotta di liberazione e per la democrazia), ma anche di rastrellamenti e deportazioni organizzati ed eseguiti dalle SS comandate dai tristemente noti Kappler e Maeltzer, i quali si macchiarono di una delle più terribili rappresaglie mai verificatesi in Italia: la strage delle Fosse Ardeatine del 24 marzo 1944.

 

Nei G.A.P. di Torpignattara

Clemente Scifoni era stato uno di quei giovanissimi combattenti, essendo nato il 17 ottobre del 1925 nel quartiere di Torpignattara, da una famiglia operaia e antifascista, una di quelle migliaia di famiglie che, o perché immigrate o perché espulse a causa del mussoliniano “piccone demolitore” dal centro di Roma, stavano popolando di case e di attività produttive i nuovi quartieri che, soprattutto nella fascia orientale, rappresentavano quella che, nel dopoguerra, sarebbe diventata l’enorme e disordinata periferia della città capitale d’Italia; periferia destinata alla celebrità perché teatro delle vicende narrate tanto nei romanzi quanto nel cinema di Pier Paolo Pasolini.

Clemente non aveva esitato, fin dai primi giorni di settembre 1943 (dopo l’armistizio), ad aderire alla Resistenza, andando ad ingrossare le fila delle formazioni militari del Partito comunista italiano, i G.A.P. (Gruppi di azione patriottica) che, sotto la direzione e il coordinamento del comando militare del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale), avevano il compito di attaccare con azioni di guerriglia urbana i reparti tedeschi e le formazioni militari fasciste del governo fantoccio della Repubblica di Salò.

I Gap di Torpignattara, dei quali Scifoni era uno degli esponenti più giovani, insieme ai fratelli Franco e Bruno Bruni e al giovane marinaio Giordano Sangalli, si erano specializzati nelle azioni di sabotaggio nei confronti degli automezzi tedeschi che trasportavano armi e soldati verso il fronte di Anzio e di Cassino e che, per questo, dovevano percorrere le strade consolari Appia, Casilina, Prenestina.

A Torpignattara i GAP, comandati da Luigi Forcella e Nino Franchellucci, avevano inventato la tecnica dei chiodi a 4 punte, vale a dire chiodi che, lanciati sulla strada al passaggio dei camion, poiché almeno una delle 4 punte rimaneva in piedi, provocava squarci nelle gomme degli automezzi, costringendo i militari tedeschi a fermarsi e, subito dopo, a rispondere al fuoco dei gappisti che li assalivano, con rapide azioni di commando e che, dopo averne abbattuti alcuni, rapidamente si dileguavano tra i vicoli e le osterie e le cantine dei quartieri popolari.

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Le azioni partigiane di Scifoni

Clemente Scifoni

Il giovane Scifoni fu uno dei combattenti più audaci e coraggiosi, uno di quelli che, in tutte le azioni di guerriglia, lo si ritrovava sempre in prima linea. La sua impresa più spericolata, quella che lo rese celebre tra i ranghi della resistenza romana (e che gli costò un processo nel dopoguerra, dal quale venne assolto perché la sua venne riconosciuta come “eroica azione di guerra” dal Tribunale di Roma, anche se, in attesa del processo, fu costretto alla carcerazione preventiva per ben due anni), fu l’eliminazione del commissario di polizia Stampacchia, uno di quei collaborazionisti, al soldo delle SS di Kappler, che avevano il compito di scoprire, denunciare e arrestare, e dopo l’arresto, di consegnare al comando tedesco di via Tasso, tutti i sospetti di attività o anche di semplice simpatie antifasciste.
inoltre, Stampacchia era conosciuto come uno dei più solerti funzionari nelle attività di supporto ai rastrellamenti e alle deportazioni compiute ai danni di ebrei o di semplici lavoratori, questi ultimi necessari come manodopera schiavile, da impiegare nelle industrie tedesche, al fine di sostenere lo sforzo bellico della Germania nazista.

L’eliminazione di Stampacchia fu eseguita dallo stesso Scifoni, il 4 marzo del 1944, addirittura nell’abitazione del commissario collaborazionista, in piazza Ragusa. Dopo quest’azione Scifoni, che era stato riconosciuto dalla cameriera del commissario e per l’arresto del quale i tedeschi posero come premio una taglia di 200.000 lire (una cifra enorme se pensiamo che, per la denuncia di un ebreo, il premio previsto era di appena 5.000 lire), fu costretto a nascondersi in varie case e luoghi di fortuna, pur rimanendo sempre nel suo quartiere.

Solo il 21 aprile del ’44 i tedeschi, probabilmente a causa di una delazione, lo catturarono, portandolo immediatamente nelle camere di tortura di via Tasso. Qui, durante una delle molte “sedute” di tortura alle quali fu sottoposto, ricevette un giorno la visita di Herbert Kappler, il quale ci teneva a conoscere il “valoroso” nemico che aveva inferto un duro colpo all’organizzazione poliziesca e spionistica messa in piedi dai nazisti. I tedeschi non fecero in tempo a deportare in Germania, in uno dei famigerati campi della morte, ai quali era stato destinato, il partigiano Scifoni.
Il 4 giugno giunsero, finalmente, gli Alleati a Roma e i nazisti in fuga dovettero abbandonare, oltre ad un’incredibile quantità di documenti e di attrezzature belliche, anche centinaia di prigionieri.

Il dopoguerra

Il dopoguerra di Clemente Scifoni, una volta superato il doloroso periodo dell’arresto e del processo, fu del tutto simile a quello di migliaia di combattenti partigiani: il lavoro, la famiglia, l’impegno politico e sociale per la ricostruzione del Paese, le lotte contro i vari tentativi di ritorno ad un triste passato e contro i rigurgiti fascisti, l’impegno per la dignità e il riscatto dei quartieri popolari, e, infine, la testimonianza e la memoria.

La sua presenza e le sue brevi e concise parole durante le manifestazioni e le commemorazioni per il 25 aprile, per il 2 giugno e per il 4 giugno, hanno ispirato generazioni di giovani dei nostri quartieri alla difesa e alla diffusione dei valori inscritti nella Costituzione repubblicana, quei valori che non sorsero affatto dai dibattiti dell’Assemblea Costituente (anzi, l’Assemblea si incaricò di tradurli scrupolosamente in articoli chiari e leggibili a tutti, e in principi fondamentali), ma nella durezza degli scontri e nel sangue dei tanti giovani e giovanissimi coetanei di Clemente Scifoni; quei giovani che, posti di fronte alla scelta tra la libertà e la barbarie, scelsero la prima e sconfissero la seconda, al termine della lunga lotta per la Liberazione d’Italia dal nazifascismo.

La funzione funebre per Clemente Scifoni si svolgerà domani presso il tempietto del Verano alle ore 15,00.

 

Francesco Sirleto


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