La scomparsa di Rossana Rossanda

 In ricordo della grande giornalista, fondatrice de "Il Manifesto", riproponiamo la recensione di Francesco Sirleto all’autobiografia della scomparsa: “La ragazza del secolo scorso”, pubblicata nel 2005
Francesco Sirleto - 21 Settembre 2020

Ieri è venuta a mancare, all’età di 96 anni, Rossana Rossanda, protagonista della scena intellettuale e politica della seconda metà del XX secolo. Ricordiamo la grande giornalista, fondatrice de Il Manifesto nel 1969, con questa recensione di Francesco Sirleto all’autobiografia della scomparsa: “La ragazza del secolo scorso”, pubblicata nel 2005.

 

La nostalgia del recinto e i timori dei fantasmi. Ricordi di una ragazza borghese del secolo scorso

 

“La ragazza del secolo scorso”, di Rossana Rossanda, è ben più di un libro di ricordi: è un romanzo di formazione al femminile, un’autobiografia di un’importante dirigente politica e giornalista di grande valore, uno sguardo privilegiato sulle vicende storiche che, dal 1944 al 1969, si sono susseguite nel nostro paese in conseguenza della divisione del mondo in due blocchi contrapposti e della guerra fredda. E’ anche una dichiarazione d’amore, non corrisposto, nei confronti di un partito (recinto familiare e protettivo) che non c’è più, un luogo sicuro ma pieno di regole da rispettare, una comunità materna ma anche matrigna, verso la quale non si può fare a meno di nutrire nostalgia e rancore.

 

“L’angoscia della morte, così violenta quando ero giovane, non la provo più. A proposito del dolore fisico, Freud scriveva: “Si potrebbe definirlo ignobile se vi fosse qualcuno che ne avesse la responsabilità”. Questa frase si applica anche alla morte: il vuoto del cielo disarma la collera. La mia indignazione non si volge più che contro i mali fomentati dagli uomini. Tuttavia, l’idea della fine mi è presente. Sotto i miei piedi si allunga una strada che dietro di me emerge dalla notte, e davanti a me vi sprofonda: ne ho percorsa più di tre quarti; lo spazio che mi resta da percorrere è breve” (Simone De Beauvoir, A conti fatti).

 

Nel primo capitolo de “La ragazza del secolo scorso”, di Rossana Rossanda, troviamo una frase che costituisce, a mio avviso, il leit motiv dell’intera opera: “Fra il recinto nel quale mi muovevo e i fantasmi che temevo si era materializzato l’arrivo di mia sorella – avevo quasi quattro anni”. La bambina sente all’improvviso che la sicurezza, la serenità, il tepore garantiti dal benessere e dall’affetto dei propri genitori (il “recinto”), che soltanto qualche piccola ombra (i fantasmi) saltuariamente offusca, vengono messi in forse dall’irruzione repentina di un’entità minacciosa e imprevedibile. Il recinto – che i bambini della buona borghesia intellettuale imparano a conoscere non appena mettono il naso fuori dall’accogliente casa materna e paterna –  rappresenta un “topos” ricorrente nella letteratura memorialistica del ‘900: lo ritroviamo, ad esempio, in Infanzia berlinese di W. Benjamin, ne Il mondo di ieri di S. Zweig, nelle autobiografie di Elias Canetti e di Simone de Beauvoir. In Rossana Rossanda e nelle memorie da lei consegnate alle stampe, la paura della perdita del recinto è ricorrente; emerge angosciosamente, per la prima volta, nell’abbandono, sul finire degli anni Venti, della casa paterna a Pola, dalla quale fu costretta a trasferirsi a causa delle improvvise difficoltà economiche familiari: “Quel giorno finì l’infanzia. Finiva in una catastrofe innominata, tutto perduto, la casa, i mucchi di grano in soffitta, le isole dei narcisi, le cave di pietra d’Istria, la cooperativa di pescatori, lo studio del notaio”. E’ il solido e dignitoso scenario di una tranquilla esistenza medio borghese che viene messo in forse: l’incertezza e la precarietà che ne risultano devono essere viste come una fase provvisoria, di passaggio, da superare magari con la scoperta e lo spontaneo inserimento in un altro e più confortevole “recinto”. Il successivo percorso della bambina (e poi dell’adolescente e della ragazza Rossana) rappresentano le varie tappe di una ricerca mirante alla surroga di quel recinto infantile, di quella casa che, più che paterna, si può definire “materna”, concentrato di tutti quei valori affettivi e nutritivi (in senso psico-fisico) che soltanto la mamma impersona. La successiva esperienza veneziana e, poi, dal 1937 il ricongiungimento con i genitori a Milano, sono i capitoli di una formazione intellettuale, morale ed affettiva che, in quei tempi, altro non era che la riproposizione, nel particolare, di una sorta di “trattato generale sull’educazione delle fanciulle”, sicuramente non scritto ma vincolante per tutte le famiglie appartenenti alla borghesia intellettuale non solo italiana, ma mitteleuropea. Le letture citate nelle pagine che narrano di quel periodo sono emblematiche: pochi i libri della crisi, ben più numerose le opere riferibili al genere “romanzo storico ottocentesco”, a partire da Victor Hugo fino a Romain Rolland e Anatole France. Cosa determinò, tra il quarantatre e il quarantaquattro, l’adesione della Rossanda al “recinto” denominato partito comunista italiano? Sicuramente un complesso di colpa: l’indifferenza o, peggio, l’aver appartenuto alle formazioni di massa del fascismo, ebbero, come reazione, l’improvvisa adesione (vissuta come “scelta di vita”) all’organizzazione che, più delle altre, aveva combattuto il fascismo o che, almeno, prometteva di combatterlo. Interessante il passo, che quasi si perde nel contesto della narrazione, in cui l’autrice esprime la soddisfazione adolescenziale dell’indossare, per la prima volta, la divisa di “giovane fascista” (“era il primo tailleur con camicetta e cravatta”), seguito, nelle successive righe, dalla confessione di non aver saputo spiegare, molti anni dopo e ad un’ex compagna di liceo, in che modo fosse avvenuta “la svolta” dal fascismo al comunismo. Anche l’università, e le lezioni del filosofo antifascista Antonio Banfi, ebbero il loro peso, sicuramente determinante sul piano intellettuale. Gli eventi che, nell’autobiografia, si svolgono tra il 1944 (l’anno dell’adesione al PCI) e il 1969 (l’anno della radiazione dal partito di Rossanda e del gruppo del Manifesto), occupano ben 350 pagine del testo con un andamento che, se volessimo descriverlo scientificamente, ricorda in qualche modo la legge sulla caduta dei gravi di Galileo: lo spazio percorso è direttamente proporzionale al quadrato dei tempi! In che senso? Nel senso che più ci si avvicina all’ultimo drammatico atto della permanenza dell’autrice nel “recinto”, più le pagine aumentano con geometrica proporzione. Il testo si chiude, significativamente, con il trauma (una nuova perdita del “recinto”?) della radiazione dal partito, avvenuta il 24 novembre del 1969. “Quel mattino uscii dalle Botteghe oscure e non vi sarei rientrata che quindici anni dopo, invitata con Pintor e Magri ad un colloquio con Natta”. E’ tutto qui, in queste scarne parole, dietro le quali si intuisce tutto l’amore ma anche tutto il rancore che la Rossanda ancora nutre per il grande partito che non c’è più (non padre, bensì madre ma più ancora matrigna), il senso dell’autobiografia della Rossanda, letta la quale le prime spontanee domande che ci urgono sono le seguenti: “Ma dopo il 1969 come è vissuta l’autrice? Cosa ha fatto? Quali battaglie, quali sofferenze, quali realizzazioni?”. Un’ipotesi di risposta: quel “secolo breve” (per Eric Hobsbawm, grande storico inglese, il ‘900 è breve perché inizia nel 1914 e si chiude nel 1989, con il crollo del Muro), per il tempo personale, in senso bergsoniano, della Rossanda, fu ancora più breve: finì nel 1969. Un libro importante, da leggere con molta attenzione, ma che lascia amarezza e troppi interrogativi.

 

Rossana Rossanda, La ragazza del secolo scorso, Einaudi, Torino 2005.

 

 


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