La settimana dei Musei: Palazzo Giustiniani a Bassano Romano

In visita ad un gioiello semisconosciuto del centro della Bassa Tuscia
Brunella Bassetti - 13 Marzo 2019

Si chiude con grande affluenza di pubblico la #settimanadeimusei (05-10 marzo 2019) a Villa Giustiniani, a Bassano Romano. Guida d’eccezione, per la competenza e la bravura, la nuova direttrice del Palazzo: la storica dell’arte Federica Zalabra.

Per questa iniziativa il Polo Museale del Lazio ha deciso di offrire ai turisti la possibilità di visitare questo gioiello semisconosciuto del centro della Bassa Tuscia, prevedendo visite guidate oltre l’apertura ordinaria del sabato mattina (dalle 11.00 alle 12.00).

Come è accaduto per altri palazzi e dimore storiche, sparse un po’ ovunque in tutta Italia, ciò che ne rimane è soltanto una pallida idea di come doveva essere nel periodo di maggior sfarzo e splendore. Vari e molteplici i motivi: l’incuria e l’abbandono perpetrati per decenni; la razzia di mobili e suppellettili, la mancanza di un senso civico verso il “bene comune” uniti ad una gestione poco accorta della dimora e del giardino circostante.

Tuttavia, nonostante ciò, ci si trova di fronte e dentro un “luogo” che ha ancora molto da dire. Il suo aspetto attuale è il risultato delle trasformazioni edilizie applicate sull’antico maniero degli Anguillara nei primi anni del ‘600 quando la famiglia genovese dei Giustiniani ne diviene proprietaria. Nel 1595, grazie a Vincenzo Giustiniani (grande mecenate e fine collezionista d’arte) iniziano i lavori di ristrutturazione e trasformazione: si aggiunge il piano nobile (collegandolo, tra l’altro, al giardino all’italiana attraverso un viadotto con ponte levatoio) e si realizza un ampliamento e un abbellimento del giardino all’italiana con fontane, viali e giochi d’acqua (sulla falsariga di Villa Lante, a Bagnaia).

La famiglia si trasferì a Bassano Romano, dopo circa 300 anni di residenza nell’isola di Chios (base mercantile della famiglia nell’Egeo), in cerca di un luogo tranquillo a seguito dell’invasione turca della stessa (nella “Sala del Parnaso”, o anche detta “Studio di Vincenzo Giustiniani”, troviamo sui due lati lunghi della stanza le vedute dei porti di Genova e Scio, a ricordo della loro feconda attività mercantile).

La struttura esterna è quella di un antico e austero maniero ma quando ci si addentra sempre più ci si trova di fronte a una villa residenziale. La possente costruzione in pietra grigia è notevole per gli interni decorati da splendidi affreschi manieristici riproducenti, sulle volte o – in alcuni casi – sulle intere pareti – soggetti mitologici, biblici o legati all’araldica e alla storia della famiglia.

Tra questi i più importanti e degni di nota sono: ciò che rimane degli affreschi di Antonio Tempesta nel cortile d’ingresso (in una parete, in alto, si intravvede un affresco raffigurante la “Basilica di Santa Sofia” di Istanbul, luogo simbolo per la famiglia che si proclamava discendere dall’imperatore Giustiniano, ultimo re di Bisanzio); gli affreschi di  Francesco Albani (“La Galleria”, dove il tema centrale della Sala è la “Caduta di Fetonte”, narrata da Ovidio nelle Metamorfosi, 1609), di Bernardo Castello (Sala di “Amore e Psiche”, 1605), di Paolo Guidotti Borghese (Sala del Cavaliere, denominata anche “Sala dell’Eterna Felicità”, 1610), la sala del “Domenichino” (“Camerino di Diana”, 1609) e le quattro sale dedicate alle stagioni opera della scuola degli Zuccari (quest’ultime presentano richiami stilistici agli affreschi di Palazzo Farnese, a Caprarola). Ricordiamo, anche, il loggiato la cui volta presenta una raffinata decorazione con grottesche effettuata presumibilmente in epoca precedente tra il 1560 e il 1580.

Ciò che non ci si aspetta di trovare è, infine, un piccolo teatrino (molto probabilmente unico nel suo genere per dimensioni e collocazione), a pianta rettangolare con doppio ordine di palchi in legno a ferro di cavallo, situato al piano terreno e concepito alla maniera inglese del famoso Globe Theatre. Oltre i palchi, un’ampia platea alla quale si accede per mezzo del cortile, riservata a tutto il popolo (si conservano ancora, tra le carte degli archivi, i programmi delle varie pièce teatrali e musicali rappresentate all’interno del teatro).

La nostra vuole essere soltanto una sommaria descrizione di una storia millenaria racchiusa tra queste quattro mura che, per la bellezza degli interni, nella seconda metà del 1900, ha vissuto una nuova vita grazie ai numerosi set cinematografici, tra i quali ricordiamo: “La dolce vita”, “Blaise Pascal”, “Il Gattopardo”, “L’avaro”.

Terminata la visita ci ritroviamo davanti al portale d’accesso, fiancheggiato dai caratteristici quattro enormi busti in peperino che sostengono altrettante teste marmoree: i custodi del palazzo, da sempre. A loro affidiamo le nostre speranze: che sia studiato più a fondo “l’enigma Caravaggio” (volutamente non citato in questo articolo) e che il “Bardo torni presto a Bassano”.

 

Brunella Bassetti


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