

Riflessioni sugli adolescenti di oggi
Li osservo dal balcone che dà sull’oratorio. Sono pochi i nostri adolescenti. Non è perché non siano credenti che non varcano nostri cancelli. Sono proprio pochi, sono decenni che si fanno pochi, pochissimi figli. Sono una specie protetta e lo sanno. Purtroppo se ne rendono conto.
Un tempo gli adolescenti e quelli dei primi anni di gioventù facevano paura, ed era per questo che la disciplina familiare era ferrea: serviva a controllare l’energia giovanile. Gli adolescenti si sentono forti, non pensano di poter essere mai colpiti da malattie, né immaginano di poter mai morire. Al massimo, immaginano il loro suicidio, per rabbia o dispetto. Non puoi affrontare degli esseri immortali e nel pieno delle loro forze, se non soggiogandoli con la tua autorità e con il ricatto di togliere loro cibo e alloggio. Una volta indipendenti poi, contestano la generazione precedente e cambiano il mondo verso direzioni inattese, ma sempre peggiori, a sentire i loro padri. Non è più così, adesso.
A chi dovrebbero mai contrapporsi? A una generazione, la mia e quella seguente, che non crede più a niente, per la quale tutto è uguale, per la quale tutto va bene purché a te vada bene?
E li vedi quindi bighellonare in oratorio. I maschi sono guerrieri senza guerre, esploratori quando di terre da scoprire non ce ne sono ormai più. Le donzelle sono di facile conquista, non c’è bisogno di varcare confini e sfidare draghi per poterne ammirare il bel viso. Sono seduti tutti sulla stessa panchina. Le donzelle sono lì annoiate, nessuno sollecita la loro attenzione, nessuno fa mostra di sé ai loro occhi. Tutti un po’ interagiscono e un po’ si riposano dall’aver interagito scrollando sul proprio cellulare (per i meno giovani, “scrollare” è passare in rassegna i video e le immagini presenti sui social; lo “zapping” dei miei tempi è roba da incapaci al confronto).
Non hanno obiettivi, perché abbiamo detto loro che tutto in fondo è uguale; non hanno nemici, perché i loro padri non hanno valori da difendere e le madri si vestono come fossero sorelle; non hanno modelli adatti ai loro sacrosanti nervosismi, alle loro inevitabili angosce, perché nel paesaggio urbano in cui la maggior parte di loro ha il suo habitat, di coetanei se ne intravedono davvero pochi. L’Italia offre solo vecchi e ultravecchi alla loro vista, quando se ne vanno un po’ in giro.
Hanno bisogno di emozioni forti e le vanno a cercare nelle cose più strambe o pericolose. Che l’adolescente sia sempre stato incline a spericolatezza e incoscienza è cosa ben risaputa, ma finché questo li portava a prendere in giro le suore in parrocchia, dovevo far finta di essere arrabbiato con loro. Ci sono sempre state cose più serie di queste, molto più serie, ma adesso davvero sento una certa trepidazione a guardarli.
Si trovano in gabbia. Guardano in giro e il modello sociale che possono copiare è il cinquantenne finto-giovane a cui non importa più nulla di oriente e occidente, destra o sinistra, ricchi o poveri, purché riesca a pagare le bollette e ci sia il calcio in tv. La loro energia, gli ormoni e i muscoli che rispondono subito vorrebbero avere ben altro da fare. Non possono combattere contro dei punching ball che entrano in crisi al primo insulto che il loro pargoletto osa rivolgere loro, né farsi la nomea di eroi senza paura quando vengono difesi a spada tratta dai genitori, persino quando si tratta dei loro (primi) reati.
Non hanno alcuno spazio da occupare con forza – sono una specie protetta, si dà loro ogni cosa per tenerli vicino – né alcun tempo che sia tutto per loro, quando i loro genitori – sempre per via della specie protetta – hanno programmato ogni istante della loro giornata, tra scuola, sport, psicologo e – se proprio serve per le feste di prima comunione e di cresima – catechismo in parrocchia. Le uniche volte che li vedo lasciati allo stato brado, a seguire le loro pulsioni, è in mezzo alla strada a far branco o nel nostro oratorio a giocare e dare un po’ di fastidio (ma non troppo, «se no il prete ci caccia»).
Era dura a volte fare a botte in mezzo alla strada, o farsi raccompagnare a casa da qualche adulto quando non c’erano i telefonini e non sapevi tornare. Era duro riuscire ad avere un appuntamento con una ragazza e sgattaiolare dal controllo dei grandi, ma sentivi di aver fatto qualcosa, di essere un poco più adulto per avercela fatta da solo, senza chiamare papà e mamma a controllarti o difenderti.
Era dura, ma è molto più dura adesso. Non c’è soluzione immediata se non una sola, che non dipende da me: fare più figli. Farne tanti di figli, è necessario per loro, perché i figli non siano più specie protetta, perché tornino a fare paura, perché possano disprezzare gli adulti e creare nuove mode e nuovi modi di essere al mondo.
C’è solo una via per ridare vigore ai nostri soporiferi giovani: tornare a far figli, o accogliere i figli degli altri (da qualunque paese questi vengano). Fate un po’ voi.
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E farli prima…